LE NOSTRE POSIZIONI POLITICHE

 

 

 

Rivoluzione possibile per arrivare alla società superiore.

La società  capitalistica presenta un’enormità di contraddizioni visibili a tutti e nel suo sviluppo procede a cicli in cui si alternano lunghi momenti in cui la rivoluzione non è possibile a corti, ma intensivi momenti, in cui la rivoluzione è possibile.

Nei lunghi cicli di espansione con relativo benessere, in cui le contraddizioni non sono così acute e sono relativamente limitate, la borghesia che domina la società può senza grossi problemi controllare il proletariato.

Ma ben diversa si presenta la situazione quando arrivano i corti ma particolarmente intensivi momenti in cui gli affari producono crisi acutissime con guerre. In queste situazioni il proletariato viene portato a condizioni estreme con immani distruzioni , fame, innumerevoli morti.

E’ in queste situazioni, come ben visto da Marx e confermato più volte dalla storia, che si creano le condizioni materiali perché il proletariato in massa possa reagire contro la propria borghesia, combattere e arrivare  alla rivoluzione.

Ma perché la rivolta contro i ricchi, perché la rivoluzione abbia successo, ci deve essere nel paese dove il proletariato insorge, la presenza,  già da tempo, di una organizzazione rivoluzionaria sufficientemente estesa che con i suoi quadri rivoluzionari, vale a dire con i suoi esperti in politica rivoluzionaria, possa condurre la  rivolta alla presa del potere, come la rivoluzione russa dell’ottobre con successo ha dimostrato.

Senza il partito rivoluzionario, cioè senza la presenza ramificata di questi esperti, anche se le condizioni materiali per la rivoluzione sono presenti, la rivoluzione stessa non è possibile, come spesso già visto.

 

Parlamento strumento della borghesia per il controllo sul proletariato. Scelta tattica astensionismo.

La grande borghesia industriale e finanziaria, che è una piccolissima minoranza della popolazione, l’1%, ha il ciclopico problema di controllare la gran massa del proletariato, che in alcune nazioni arriva ad essere anche l’85-90% della popolazione attiva.

Per arrivare a questo enorme controllo ha bisogno di strumenti adeguati. I media, cioè i giornali e le tv e poi le scuole, le università, il clero, ecc. svolgono egregiamente questo compito. Ma lo strumento migliore, per eccellenza, viene svolto dal Parlamento.

Il parlamento serve al padronato per dare l’impressione al proletariato attraverso il voto, di poter decidere sulla conduzione della vita politica ed economica del paese, di aver un ruolo.

Il trucco, il gioco di prestigio dei ricchi nell’uso di questo strumento, consiste nel fatto di far votare il lavoratore facendolo scegliere su una vasta gamma di partiti dei quali il lavoratore conosce poco o crede di conoscere. Partiti che invece, chi direttamente chi indirettamente, nascostamente, lavorano per il padronato e fanno finta di litigare tra di loro. Dopo il voto, per il fatto che i parlamentari rimangono in carica 4 o 5 anni e in questo periodo non possono più essere ritirati, ritrattati, il lavoratore che li ha votati non è più in grado di controllarli e quindi i partiti, slegati da chi li ha votati, possono prendere qualsiasi decisione, seguendo le indicazioni e gli interessi dei ricchi imprenditori da cui dipendono.

Il  lavoratore che con il voto è convinto di essere stato determinante, in realtà non conta assolutamente nulla. Gli è stato buttato solo fumo sugli occhi per attirarlo in una scelta che  con i suoi interessi nulla ha a che fare.

Si sta notando però che sempre più lavoratori istintivamente percepiscono questa discrepanza, questa inganno e nei decenni il numero dei votanti sta sempre più diminuendo.

Che posizione dobbiamo tenere come partito rivoluzionario di fronte a questo strumento sofisticato parlamentare della borghesia?

Dobbiamo usarlo, oltre agli altri sistemi organizzativi di sviluppo del partito che abbiamo, entrando nel parlamento e sfruttarlo come ulteriore aiuto per lo sviluppo del partito, usandolo come “cassa di risonanza” per la diffusione delle idee comuniste? In altre parole, nella piena consapevolezza che con il parlamento il proletariato e il partito rivoluzionario non possono ottenere o accedere a nulla,  lo si potrebbe però sfruttare come eco in modo che le idee comuniste possano raggiungere più lavoratori possibili, come perseguito dai bolscevichi e dai socialdemocratici rivoluzionari tedeschi e come consigliato da Lenin nella 3° Internazionale?

Oppure usare l’astensionismo parlamentare?

DIPENDE DALLE CONDIZIONI  politiche sociali in cui ci troviamo ad operare.

Ai tempi di Marx (e dei suoi socialdemocratici) e di Lenin (e dei suoi bolscevichi) i partiti rivoluzionari erano costretti alla clandestinità e oltre ai sistemi organizzativi interni propri per lo sviluppo del partito, l’aiuto  dell’uso del parlamento borghese come “cassa di risonanza” poteva tornare molto utile per diffondere le idee comuniste in quei momenti duri di bando dalla legge.  

Al giorno d’oggi però la situazione sotto questo aspetto è notevolmente cambiata e i partiti rivoluzionari, almeno nelle nostre nazioni, per il momento, non sono costretti alla clandestinità o semiclandestinità e lo sviluppo dei partiti rivoluzionari è tranquillamente possibile senza entrare nel parlamento e usarlo.

Oggigiorno usare il parlamento come partito rivoluzionario pone un grosso problema: essere in parlamento  e allo stesso tempo denunciarlo come efficace strumento della borghesia contro i proletari appare e rimane una forte contraddizione agli occhi del lavoratore. Una forte incongruenza che crea una notevole confusione nella testa di chi vuole capire, vuole unirsi a noi e combattere contro il capitalismo per una società superiore. Rimanere coerentemente al di fuori dello strumento borghese parlamentare diventa perciò, agli occhi di chi è contro il sistema, logico, chiaro. E questo facilita la formazione di chi vuole impegnarsi contro il sistema.  

Perciò essere fuori dalle aule parlamentari  e adoperare i normali metodi di sviluppo extraparlamentari del partito rivoluzionario usati dai socialdemocratici e dai bolscevichi, diventa in questo momento e in questa situazione secondo noi, la scelta politica migliore, più efficace.

E l’attuale esteso, enorme, partito rivoluzionario extraparlamentare Lotta Comunista in Italia, che con molto successo sta usando i sistemi organizzativi coerentemente astensionisti è la conferma che la scelta funziona. Scelta che ha permesso al piccolo gruppo dei fondatori di Lotta Comunista quale era negli anni ’50 di arrivare ad estendersi su tutta la penisola italiana e negli anni 2000 di aprire circoli anche in Europa.

Anche per noi quindi, l’astensionismo diventa la scelta più idonea, coerente, di successo, su cui proseguire.

 

 

Le sovrastrutture statali del capitalismo: Fascismo, Democrazia, falso Socialismo.

Le borghesie e i padronati per il controllo sul proletariato e per trovare il massimo accordo tra di loro nel perseguire  i propri interessi, usano diverse forme di sovrastrutture, cioè di forme di stato, che  intercambiano a seconda delle circostanze. Queste diverse forme statali sono etichettate come DITTATURE o FASCISMI, DEMOCRAZIE, “SOCIALISMI”(falsi, cioè CAPITALISMI DI STATO).

Tutte queste forme statali hanno un comune denominatore: garantire ai capitalisti, ai ricchi, a seconda delle  problematiche, il proseguimento degli affari,  il guadagno.

Nella determinazione di queste forme statali le borghesie coinvolgono il proletariato, il quale, anche se apparentemente sembra il contrario, in questi situazioni non svolge nessun ruolo, non ha nessuna influenza.

Quali sono i contesti in cui il padronato usa queste diverse forme statali?

- L’estrema centralizzazione politica espressa nella DITTATURA o FASCISMO, è stata impiegata nel passato in alcuni momenti, in nazioni come la Germania con Hitler, il Giappone con “il militarismo giapponese”, l’Italia con Mussolini, in cui le borghesie di questi paesi, allora emergenti, che si trovavano in una situazione di forte produzione, ma con mercati esteri troppo ristretti dove vendere le proprie merci, avevano bisogno di costituire una fortissima unità nazionale interna da scagliare poi in guerra contro i concorrenti (i nemici) e conquistare così nuove zone di mercato estero. In queste occasioni, queste forti centralizzazioni statali fasciste hanno dimostrato per la borghesia tutta la loro validità, visto l’enorme consenso  che erano riuscite a costituire attorno a se stesse.

Forme di stato con dittature e fascismo vengono usate dai ricchi anche ai giorni nostri in situazioni dove, governi democratici che perseguono politiche troppo populiste, danneggiano gli interessi dei grandi industriali e banchieri. Per cui le forme democratiche vengono sostituite dalla grande borghesia con dittature militari. Stiamo parlando (senza andare troppo lontano) della Grecia nel 1967, dove la famosa “dittatura dei Colonnelli” sostituì il governo centrista di Papandreus. Poi del Cile nel 1973 con l’abbattimento del governo Allende e l’instaurazione del dittatore Pinochet. O attualmente in Thailandia dove nel 2014 una dittatura di militari ha sostituito il governo democratico di Yingluck Shinawatra. Anche in Grecia l’anno scorso se il governo populista Syriza avesse insistito troppo a lungo contro le direttive dei grandi industriali e banchieri europei non si sa come la situazione sarebbe andata a finire.

- Le forme statali DEMOCRATICHE  sono quelle attualmente più usate dalla borghesia e che più si stanno diffondendo sul pianeta. E qui troviamo l’ennesima conferma di Lenin quando all’inizio del ‘900 afferma che la forma democratica borghese “E’ IL MIGLIOR INVOLUCRO PER IL CAPITALISMO”. Concetto colto molto bene, se si pensa che all’inizio del ‘900 quando Lenin lo enuncia le forme statali democratiche erano molto rare. In questa sovrastruttura borghese il padronato riesce a far credere ai lavoratori, che attraverso le elezioni, loro possono eleggere l’esecutivo e che di conseguenza i governi lavorino per i proletari.  

- Un’altra delle forme statali borghesi sono i cosiddetti “ paesi SOCIALISTI”, cioè paesi a CAPITALISMO DI STATO di matrice staliniana (ex Urss e paesi satelliti, Cuba, Cina, Corea del Nord). In questa forma statale borghese, un partito che si definisce falsamente “comunista”, giunge al potere dando l’impressione ai lavoratori di essere arrivati al potere “socialista”, e questo partito attraverso la statalizzazione dell’economia, si sostituisce ai capitalisti privati nella gestione degli affari capitalistici. 

Questa forma ha mostrato tutta  la sua fragilità nell’ex Urss e suoi stati satelliti, crollando nel 1991.

Ma in nazioni come la  Cina, questa forma di capitale di stato sta mostrando  tutta la sua rilevanza e forte tenuta.

La borghesia di stato cinese, incarnata nel partito (falso) “comunista” –PCC- , sta gestendo con abilità e destrezza gli affari capitalistici della nazione in forte ascesa. Naturalmente con un altissimo sfruttamento del proletariato e con l’arricchimento, in alcuni casi anche notevole, di vari componenti  del partito stesso, come gli attuali scandali cinesi mettono in evidenza.

Una forma che possiamo definire “pura” di CAPITALISMO di STATO (che però non si fa chiamare “socialista”) la possiamo trovare nello Stato del Vaticano, dove l’enorme patrimonio non appartiene a nessuna impresa privata, ma a banche e ditte dello stato, dello Stato Vaticano per l’appunto, il quale  è gestito da una burocrazia (partito) ecclesiastica, dove i singoli preti non possiedono alcunché. 

 

Oltre l’antifascismo.

Nei nostri paesi a forma democratica, molte organizzazioni contestatarie e radicali, alcune delle quali si definiscono marxiste, hanno nel loro programma “l’antifascismo”, cioè la lotta contro le organizzazioni fasciste. Questo contempla, nel loro concetto, anche lo scontro fisico contro i fascisti. Lo scopo di tutto questo è la convinzione che così facendo, loro, possono arginare, contenere, scongiurare, l’estendersi del fenomeno fascista.

E’ più che chiaro che queste organizzazioni contestatarie non hanno la minima idea di come funzioni il sistema capitalistico. Certamente non si rendono neanche lontanamente conto che è il padronato che sceglie la forma statale ad esso più idonea. E che ne loro, come organizzazioni ribelli, ne la massa proletaria, possono incidere minimamente nella scelta borghese di queste sovrastrutture statali.

Non si rendono conto che se adesso le formazioni fasciste sono solo e rimangono piccoli gruppi isolati non è perché i gruppetti radicali con gli scontri contro i fascisti le arginano, le contengono, le frenano, ma è solo perché al padronato lo stato fascista adesso non interessa e ritiene più idoneo,  come dominio sul proletariato, la forma statale democratica. Ma se un domani i ricchi ritenessero necessario per il proseguo dei loro affari (come è successo con Hitler, Mussolini, Franco, Pinochet, ecc.) di rimettere in voga il fascismo, nulla li potrebbe fermare, e hanno tutti gli strumenti necessari –giornali, tv, clero, economisti, intellettuali, professori, ecc. per convincere la popolazione che questo è la cosa migliore e gonfiare a dismisura queste piccole organizzazioni fasciste fino a portarle al potere.

Lo scopo della lotta comunista dei bolscevichi con Lenin non era quella di abbattere la forma fascista zarista che in quel momento imperava in Russia (come invece era nel programma dei menscevichi), ma era quella di abbattere direttamente il capitalismo per l’instaurazione di un governo proletario rivoluzionario, come prima tappa verso l’abbattimento del sistema capitalistico generale. 

La lotta dei comunisti oggi come ieri è quindi direttamente contro il capitalismo per arrivare ad una società senza classi, non per scegliere la forma statale borghese che sembra meno “cattiva” come appare quella democratica. La lotta comunista è e sarà sempre quindi, chiaramente e inesorabilmente: “OLTRE L’ANTIFASCISMO, CONTRO IL CAPITALISMO in tutte le sue forme democratiche e del falso socialismo, PER UNA SOCIETA’ SUPERIORE”!

 

 

Europa:  unione  delle borghesie europee.

L’Unione Europea viene presentata come l’unione dei popoli europei: niente di più falso!

L’Unione europea è la necessità dei padronati europei di unirsi tra di loro per tener testa alla concorrenza di altre grandi potenti borghesie. Nel ’51 quando in Europa si forma la “CECA”, cioè il trattato che istituisce “La Comunità europea del carbone e dell’acciaio” lo scopo del padronato europeo era di essere concorrenziale contro gli Stati Uniti. Nel frattempo le cose sono notevolmente cambiate ed oggi le borghesie europee si trovano di fronte anche altri giganti economici da battere: la Cina. E altre grandi imprenditorie si stanno profilando all’orizzonte: India, Brasile, Indonesia, ecc. 

In queste operazioni borghesi di unione (e scontro)  i lavoratori (che non hanno patria) ne vengono inevitabilmente trascinati, coinvolti: pro o contro. Ieri in ben 2 guerre mondiali di scontro, oggi per l’unione.

La fase di Unione Europea, dopo il trattato costitutivo di unione siglato a Maastricht 25 anni fa, è ancora in forte rallentamento e il suo compimento definitivo sembra essere ancora molto lontano.

Il motivo di questo non completamento EU è, a nostro avviso, perché la potente borghesia americana, che ha vinto la 2° guerra mondiale, non lo permette. Nello scontro tra potenti borghesie sul pianeta, in quello che si sta profilando il futuro scontro contro la potentissima borghesia cinese e i suoi alleati nei BRICS (Brasile, india, Russia e Sud Africa), il padronato americano ha sicuramente bisogno di alleati come gli europei e i giapponesi (già suoi alleati nella NATO).  Ma gli americani, a nostro avviso, nell’organizzandosi per il futuro scontro,  in questa alleanza con le borghesie europee e giapponese vogliono mantenere un ruolo dirigenziale, trainante, come già dal dopoguerra nella NATO hanno. E un’Unione Europea definitivamente unita, forte, con un proprio governo e un proprio esercito unito metterebbe sicuramente in discussione il ruolo di dirigenza/direzione Usa nella coalizione. Perciò la borghesia americana sta permettendo un’Unione Europea “debole”, con solo un’unione monetaria e finanziaria (che più di tanto non la disturba), ma senz’altro non permette (almeno per il momento) un’unione politica e tantomeno militare.

 

 

 

Guerre: frutto del capitalismo. 

Gli affari sono sempre in movimento, sono sempre alla ricerca del massimo guadagno in un ciclo continuo che non si ferma mai.

Ma il mondo della concorrenza è fatta in un modo che, ad un certo punto, il mercato diventi così saturo di offerta di merci da vendere che le vendite diminuiscono sensibilmente, i guadagni crollano e le perdite finanziarie per i  capitalisti diventano notevoli.

E’ in queste circostanze che si creano le basi oggettive dove gli affaristi, i ricchi, cominciano seriamente, veramente a pensare che è ora di abbattere i concorrenti, anche fisicamente. E si mettono in moto e organizzano militarmente i loro stati per farlo. 

Ed ecco che nel ciclo perverso capitalistico, periodi pacifici dove la vendita delle merci poteva trovare il suo profitto senza tanti problemi si trasformano in un periodo di guerra dove i ricchi per poter continuare a guadagnare ritengono dover  distruggere i concorrenti con la loro parte di mercato.

Nel perverso sistema capitalistico, periodi di pace si alternano a periodo di guerra e viceversa con estrema naturalezza,  finchè una società superiore non lo sostituirà.

Ma il mondo degli affari non crea solo catastrofi immani dovute a crisi di sovrapproduzione generali, come già due guerre mondiali stanno a testimoniare. In periodi cosiddetti di “pace”, le lotte per “le sfere di influenza”, cioè la lotta tra i predoni imperialisti nel pianeta per crearsi ogn’uno la propria “area” di stati dove condurre i propri affari, è causa continua di guerre locali. 

In queste situazioni  le più grandi e potenti borghesie imperialiste del pianeta cercano di rubarsi l’un l’altra, anche militarmente, le nazioni periferiche, sfruttando, senza il minimo scrupolo, i contrasti religiosi, etnici, politici. Naturalmente le guerre piccole e medie che ne scaturiscono e che vengono  in continuazione rinfocolate sono causa di centinaia di migliaia di vittime, distruzioni, fame, povertà e enormi migrazioni.

 

 

 

 

Le lotte nazionaliste borghesi dei palestinesi, curdi, baschi, ecc. 

Alcuni partiti marxisti vedono una corretta politica comunista nel sostegno a rivendicazioni nazionalistiche di alcune etnie sottomesse  (che poi sul pianeta sono numerosissime).

Se nel passato, quando le potenze imperialistiche adottavano politiche colonialiste nella conquista di zone precapitalistiche, occupandole, super sfruttandole e impedendo a loro uno sviluppo capitalistico, queste lotte nazionalistiche avevano un senso marxista, comunista, in quanto queste nazioni dovevano liberarsi del giogo colonialista per poter sviluppare le leggi capitalistiche e così porre le basi per lo sviluppo  del proletariato, oggi, che il capitalismo è sviluppato su tutto il pianeta e il colonialismo non esiste più, le lotte tra i predoni imperialisti sul pianeta si sono trasformate in lotte per l’accaparramento di “zone di influenza”, cioè in lotte tra potenti borghesie per la conquista di paesi che sono già capitalisti e in fase di sviluppo, dove il proletariato è già notevolmente esteso.

Perciò lo scontro oggi, non è più come in passato tra borghesie imperialiste e paesi precapitalistici, ma è diventato un puro scontro tra padronati, cioè tra borghesie potenti contro altre meno potenti.

In altre parole, al giorno d’oggi le cosiddette “lotte o guerre di liberazione nazionale” non sono altro che lotte di padronati nazionalisti di etnie “deboli” che bramano a diventare più “indipendenti” da altre borghesie che li sottomettono, per poter arrivare a guadagnare di più.

E’ il solito meccanismo di scontro tra borghesie per l’accaparramento del plusvalore sul proletariato.

Per i lavoratori, in queste cosiddette  “lotte di liberazione nazionale”, che vinca la borghesia nazionale o straniera non cambia assolutamente nulla: sarà sempre sfruttamento, lavoro salariato, lotta contro i padroni sia nazionali che stranieri.

In questa realtà perciò la politica comunista di “liberazione nazionale” non ha più senso di esistere.

Oggi che il proletariato è diffuso in ogni anglo del pianeta, che è internazionale e non ha patria, la lotta all’ordine del giorno è la lotta per il superamento di questa società capitalistica, per una società superiore.

 

 

 

 

 

La lotta economica della classe operaia. I sindacati.

La classe operaia sfruttata è costretta ad una incessante lotta contro i capitalisti per determinare il proprio salario, i ritmi di lavoro, le coperture sociali (pensioni, sanità, indennità varie, ecc.), le tasse da pagare, ecc.

E’ una lotta inevitabile di contrattazione all’interno del sistema capitalistico, che fa parte del sistema stesso, a cui la classe operaia non può sfuggire.

Questa  lotta economica riformistica non ha nulla a che spartire con la lotta politica operaia rivoluzionaria per conquistare una società superiore senza classi. Ma che però l’un l’altra, inevitabilmente, si intrecciano.

E questa continua lotta di contrattazione contro il padrone esige che i lavoratori per essere il più efficaci possibile siano costretti, su tutto il pianeta, ad organizzarsi in coalizioni sindacali.

E’ ovvio che i lavoratori che aderiscono a queste organizzazioni sindacali (che come detto, ovviamente, non sono organizzazioni rivoluzionarie) rispecchino le idee politiche e religiose delle nazioni a cui appartengono.

Che atteggiamento dobbiamo tenere come partito rivoluzionario rispetto ai sindacati della classe operaia, che sono riformisti e spesso sono diretti da burocrazie legate mani e piedi alla borghesia?

I socialdemocratici rivoluzionari tedeschi di Marx e i bolscevichi di Lenin hanno sempre operato all’interno delle organizzazioni sindacali.

Per due motivi.

Il primo e chiaro motivo è perché il sindacato è un’ottimale situazione dove si possono trovare lavoratori in massa che lottano. Quindi il terreno più favorevole per introdurre le concezioni rivoluzionarie di spiegazione del funzionamento della società capitalistica e come arrivare al suo superamento. E aver modo così di formare specialisti politici comunisti rivoluzionari.

Secondo: gli operai rivoluzionari entrando nei sindacati danno la possibilità, lottando assieme ai lavoratori, di spingere al massimo la lotta di contrattazione contro il padrone per raggiungere gli interessi economici del lavoratore.

Più la lotta sindacale si spinge al massimo e più diventa chiaro al lavoratore in lotta, il ruolo di sfruttatore del padrone, il ruolo borghese delle dirigenze sindacali corrotte, il ruolo dello stato nella difesa, non del lavoratore sfruttato, ma del padrone ricco e sfruttatore.

E questo facilita il lavoro di emancipazione e di formazione politica che il partito rivoluzionario all’interno dei lavoratori deve svolgere.

 

 

Immigrati

I lavoratori non hanno patria. Sarà con loro che faremo la rivoluzione!

 

 

 

Lenin rivoluzionario – Stalin controrivoluzionario.

Volutamente, dai mass media, dagli intellettuali borghesi, dagli esperti politici, dai professori nelle università e nelle scuole, ecc. Stalin viene presentato come naturale prosecuzione di Lenin.

Assolutamente non vero!

Totale è la differenza tra la politica internazionalista rivoluzionaria di Lenin e quella nazionalista borghese controrivoluzionaria di Stalin.

Per Lenin e i bolscevichi la rivoluzione russa dell’ottobre doveva essere l’inizio di una rivoluzione mondiale per poi giungere al comunismo. Per Stalin con la sua teoria del “socialismo in un paese solo” la rivoluzione d’ottobre era già il comunismo. Un grande imbroglio e una grande menzogna da parte di Stalin , come ripetutamente scriviamo sul nostro giornale, perché se in Russia dopo la rivoluzione ci fosse stato il socialismo, i prodotti sarebbero stati  suddivisi tra la popolazione anziché venir venduti come avveniva. Come giustamente e ripetutamente Lenin affermava, in  Russia dopo la rivoluzione il proletariato al potere si trovava in una fase di transizione, che aspettando le altre rivoluzioni.  gestiva un momentaneo capitalismo di stato.

Il padronato, i ricchi, con i loro servitori, non hanno interesse a chiarire questi semplici, chiari, realistici concetti basilari.

Il padronato ha tutto l’interesse invece a creare confusione, in modo che il lavoratore non capisca come  funzioni la società capitalistica e arrivi alla sua emancipazione e poter così  lottare per spezzare le sue catene per giungere  alla sua liberazione.

E per ottenere questa confusione politica i ricchi si fanno aiutare da politici, giornalisti, economisti, intellettuali, professori, preti, ecc.

Molto strano che queste persone, che si definiscono di grande e alta cultura e onestà, si definiscono al di sopra delle parti, non riescano  nei loro studi, nelle loro ricerche a vedere e trovare cose sul funzionamento della società capitalistica che invece migliaia e migliaia di attivisti normali operai marxisti, lavoratori dipendenti, con impegno, con ricerca e approfondimento riescono a trovare. Si, molto strano!

 

 

 

Definizione di socialismo.

 

Il socialismo non è la statalizzazione dei beni di produzione come gli stalinisti, i maoisti e alcune correnti trotzkiste affermano. E’ certamente la statalizzazione dei beni di produzione, ma in un mercato dove i prodotti non vengono più venduti, ma suddivisi tra la popolazione per il benessere comune.

 

 

 

 

Il falso socialismo dei paesi dell’ex Urss, ex DDr, ecc, Cina, Cuba, Corea del Nord: paesi a capitalismo di stato. La differenza tra comunismo e cap. di stato.

Per gli stalinisti la statalizzazione dell’economia significa socialismo, comunismo. Per cui per loro nell’ex Urss e suoi paesi satelliti e adesso in Cina,  Cuba e Corea del Nord vige il comunismo.

Per i marxisti la statalizzazione dell’economia significa solo capitalismo di stato, perché in questo tipo di economia sono operanti tutte le leggi del capitale: classe operaia e borghesia statale, sfruttati e sfruttatori statali, stipendi e profitti, commercio delle merci con conseguente guadagno, banche che percepiscono interessi, ecc. Per cui per i marxisti nell’ex Urss, ex DDR, ecc. non esisteva nessun socialismo, comunismo, tantomeno adesso in Cina, Cuba, Corea del Nord.

Indipendentemente da come una nazione si autodefinisce, che si definisca socialista o comunista, esiste un metodo scientifico semplice, riconosciuto in tutto il mondo, infallibile, per capire se in quel paese esiste veramente il socialismo o no. E il metodo consiste in questo: SE I PRODOTTI VENGONO VENDUTI PER TRARNE UN GUADAGNO allora siamo regime di  capitalismo, SE INVECE I PRODOTTI NON VENGONO VENDUTI, MA SUDDIVISI EQUAMENTE TRA LA POPOLAZIONE allora si parla di socialismo, comunismo. Perciò nell’ex Urss, ex DDr, ecc. e adesso Cina, Cuba ecc. dove i prodotti vengono venduti per trarne un guadagno, si parla, senza ombra di dubbio, di capitalismo.

Perciò il crollo dell’ex Urss e dei suoi paesi satelliti non è stato il crollo del socialismo, perché in quelle nazioni non esisteva nessun socialismo, ma il crollo di alcuni paesi capitalistici, a capitalismo di stato per l’appunto.

Si può senz’altro affermare che il “Socialismo in un paese solo” stalinista non è altro che una delle tante forme di “Nazionalismo borghese” .

 

 

 

Contro la guerra: rivoluzione! 

La guerra è parte integrante del capitalismo, un fattore ineliminabile in questo sistema basato sugli affari e che nulla a che fare con l’egoismo o la cattiveria delle persone. “La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” afferma il generale prussiano della nascente borghesia tedesca dell’800 Klaus von Clausewitz.

Per eliminare la guerra bisogna eliminare il capitalismo, non c’è altro da fare!

A nulla sono servite nella storia le oceaniche marce, con milioni di partecipanti, contro la guerra, per la pace, che dall’inizio dell’800 fino ad adesso si sono succedute.

Solo un fatto eccezionale nella storia è riuscito a fermare la guerra: la rivoluzione bolscevica del ’17.

Lo giorno stesso che i bolscevichi rivoluzionari sono giunti al potere hanno fermato la guerra.

Ma per ottenere questo hanno dovuto fare una rivoluzione!

Quindi la strada è segnata: CONTRO LA GUERRA RIVOLUZIONE!

Il resto sono solo inutili ciance.

 

 

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