SCONTRO TRA BORGHESIE

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GUERRE  LIBIA-SIRIA-YEMEN

LE POTENZE IMPERIALISTE SI COMBATTONO IN “PERIFERIA”

 

        Non si può immaginare il capitalismo senza le guerre. E’ utopia pura. Chi lo ha pensato e lo pensa è sempre stato destinato - e lo sarà sempre - alla delusione.

        I revisionisti di Marx, Bernstein e Kautsky, all’inizio ‘900 avevano pubblicamente teorizzato un capitalismo armonioso, dove i capitalisti si sarebbero sempre accordati per evitare le guerre. Dopo due guerre mondiali e cento altre, questi revisionisti sono ora spazzatura storica.

Le borghesie possono tentare di spostare, allontanare le guerre, ma non le possono evitare. Quando per i capitalisti diventa necessario togliere di mezzo un concorrente, anche la guerra, in dati momenti storici, diventa uno strumento di normalità, necessità. Questa è la logica capitalista.

       Si può constatare che in determinate fasi, anche lunghe, quando i presupposti di concorrenza lo permettono, le grandi potenze imperialiste non si attaccano direttamente militarmente frontalmente, ma si scontrano, conducono guerre militari in “periferia”, per accaparrarsi fette di mercato. Cioè producono guerre per la conquista delle famose “zone di influenza”. In altre parole, i paesi altamente industrializzati, mentre all’interno delle proprie nazioni parlano di “civiltà”, “democrazia”, “pace”, “cultura”, ecc. nei paesi arretrati fomentano e incentivano guerre furiose per rubarsi a vicenda quote di mercato capitalistico.

      E questo rispecchia esattamente anche la situazione odierna. Mentre all’interno dell’Europa, America, Russia e Cina, si fanno grandi discorsi sui “diritti”, l“amore”, l’omosessualità, ecc. le borghesie imperialiste aizzano in contemporanea all’estero, incentivano cruenti guerre in giro per tutto il pianeta. E le attuali guerre in Libia, Yemen, Siria, rispecchiano perfettamente questa situazione.

      La tattica usata da tutte le potenze industrializzate “civili” in queste situazioni di guerre “periferiche” è la classica di sempre: possibilmente non intromettersi direttamente negli scontri, ma usare forze locali per rovesciare militarmente i governi avversi. Facendo leva per es. come pretesto, sulle rivalità religiose o etniche, oppure costruendo opposizioni anche armate con la scusa di abbattere corruzioni o disfunzioni dei vari governi, corruzioni che in ogni paese capitalista non mancano mai. E dietro le quinte ovviamente, cercando di non apparire, questi conflitti religiosi o etnici vengono foraggiati dai governi industrializzati “civili” con copiosi sostegni finanziari e militari. Poco importa ai capitalisti se questo causerà migliaia o centinaia di migliaia di vittime e distruzioni immani, l’importante è che nei bilanci delle proprie aziende compaia il + , ovvero il bilancio positivo. Ovviamente la prassi prevede che in patria dei paesi “civili” dagli “alti valori” questi eccidi e distruzioni vengano giustificate per combattere dei “cattivi” e portare quindi la “democrazia”, la “pace”, il “benessere” o la “civiltà”. 

 

 

  Quindi anche le attuali guerra in Siria, Libia, Yemen, ultime di una serie infinita di piccole e medie guerre che  hanno causato fin’ora un’infinità di centinaia di migliaia di morti, non possono altro, per l’ennesima volta, che confermare questo schema.

        Ed ecco, come riprova, che nella guerra in Siria sono proprio gli Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Turchia che nel 2011 tentano di rovesciare il governo filo russo Assad, armando i ribelli siriani anti Assad, poi sconfitti dal governo stesso sostenuto dalla coalizione Iran-Russia-Cina. E adesso sono sempre gli Usa che sostengono i ribelli curdi in funzione anti Assad. Queste parti di guerra si invertono nell’attuale conflitto in Yemen: qui sono gli iraniani assieme a Russia (e Cina) che fomentando e armando l’etnia Huthu cercano di abbattere il governo in carica filo occidentale sostenuto dalla coalizione Arabia Saudita, Stati Uniti e Francia.  La situazione si rovescia di nuovo ancora nella guerra civile in Libia, dove sono ancora i francesi che dietro le quinte assieme a Egitto e Emirati Arabi Uniti, a cui si è aggiunta poi anche la Russia, che supportano il generale ribelle Haftar perché militarmente rovesci il governo di Tripoli, governo che sostiene gli interessi petroliferi italiani e che a sua volta oltre ad essere sostenuto da Roma, gode l’aiuto della Turchia, Stati Uniti e ONU. 

       E’ più che evidente che nelle guerre le borghesie cinicamente, macabramente giocano a tutto campo, senza problemi e non hanno ne regole ne limiti, ma solo interessi. La realtà dimostra che le alleanze si intrecciano e si interscambiano a secondo della convenienza, che per i capitalisti significa “affari” e “profitti”.

Perché sicuramente, per i capitalisti le guerre sono solo una questione di bilanci


 

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-SCONTRO TRA BORGHESIE-

LA BORGHESIA CURDA NELLA TRAPPOLA DEI GIOCHI DI ALTRE POTENZE

I CURDI NON ASPIRANO AD UNA SOCIETA’ MARXISTA SENZA CLASSI,  MA ALLA

INDIPENDENZA CAPITALISTICA BORGHESE

   (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  novembre  2019)

 

 

 

Anche le borghesie conducono tra di loro battaglie, guerre cruente per liberarsi dall’oppressione di altre borghesie più potenti. Tutto questo non ha però niente a che fare con la “lotta di classe” dei proletari. In queste battaglie borghesi a guerra finita la classe lavoratrice rimarrà dominata dalle varie borghesie indipendentemente da chi vincerà e la sua sottomissione e condizione di sfruttamento non cambierà di un millimetro.

Nel caso della guerra per l’autonomia curda viene diffusa la convinzione che i curdi stiano combattendo non solo per l’indipendenza, ma anche per instaurare una società proletaria, comunista. Non è assolutamente così. I curdi questo non lo hanno mai pensato, loro non vogliono uno stato marxista proletario. Loro stanno combattendo ufficialmente (e si fanno uccidere) per l’indipendenza capitalistica del paese Kurdistan. Vale a dire che in una ipotetica futura indipendenza curda conquistata, saranno i capitalisti curdi a dirigere la nazione Kurdistan unito, non i proletari. Questo è fisso.

 

Esattamente come nel caso dei palestinesi. La lunghissima battaglia dei palestinesi per la loro indipendenza è stata non per edificare uno stato proletario, marxista, ma per l’indipendenza capitalistica della Palestina. E adesso nella Striscia di Gaza dove hanno costituito il loro piccolo stato, a dirigere sono chiaramente i capitalisti e tutto funziona con le regole capitalistiche del profitto e della concorrenza, ecc.

E’ stato dopo la prima guerra mondiale, nello scontro tra borghesie, nel gioco di potenze, che il Kurdistan capitalista è stato cancellato come nazione indipendente e smembrato in 4 parti, e come mostra la cartina una parte l’ha presa la Turchia, un’altra parte la Siria, una l’Iran e infine il restante territorio all’Iraq. Quindi la borghesia curda si è trovata non più unita, ma suddivisa e sottomessa a quattro nazioni.

Da allora ne è nata una lunga lotta, con talvolta anche guerriglia, da parte degli indipendentisti curdi (alcuni dei quali definendosi anche rivoluzionari o comunisti) per il ritorno al Kurdistan come nazione unita, capitalista.

Alcune repressioni contro i curdi da parte della Turchia, Siria e Iraq sono note, ma chissà quante altre sono state condotte di cui la cronaca non da notizia. Repressioni ovviamente spregevoli, ripugnanti. Ma attenzione: non riguarda la “lotta di classe” lavoratrice, questo appartiene ai giochi e agli scontri di potere tra le varie borghesie. I capitalisti nelle loro battaglie reciproche di potere per spartirsi le zone, non hanno nessuna pietà nel sottomettere, smembrare o devastare altre nazioni per accaparrarsi la zona. Cosa che con le attuali guerre è più che evidente anche oggi.

 

Nel 2011 sfruttando le rivolte delle “Primavere arabe” le borghesie occidentali guidate dagli Stati Uniti (Obama) non hanno esitato un attimo a sfruttare l’occasione delle forti proteste sorte anche in Siria, per armare l’opposizione di piazza contro il regime di Assad, così da scatenare una feroce guerra civile siriana, con lo scopo di far cadere il governo filorusso di Damasco e portarlo sotto influenza occidentale.

E per ottenere questo hanno armato abbondantemente le milizie anti Assad, tra le quali i curdi, promettendo loro l’indipendenza (ovviamente capitalista).

Però i fatti di oggi evidenziano chiaramente che era tutta una strumentalizzazione, un gioco di potere tra borghesie, di utilizzare i combattenti curdi per scopi altrui. Sono stati fatti combattere contro i miliziani dell’IS e contro il governo filorusso Assad, ma non per interesse proprio. E visto che l’obbiettivo di abbattere il governo Assad è fallito, vengono ora abbandonati al loro infelice, misero destino (al di la delle ipocrite dichiarazioni verbali di sostegno) com’è d’uso borghese in queste situazioni.

Oggi è chiaro che il loro stato capitalista Kurdistan indipendente non lo otterranno.

 

Adesso dovranno di nuovo sottomettersi al regime di Assad e trovare con il presidente siriano le mediazioni più idonee per poter proseguire.

SCIOPERI IN AUMENTO

NELLA RUSSIA IN CRISI,

CAUSA IL RIBASSO DEL PREZZO DEL PETROLIO

IL RIBASSO DEL PREZZO DEL PETROLIO VOLUTO DA OBAMA E TRUMP HA MESSO IN FORTE DIFFICOLTA’ LE FINANZE DI PUTIN, CHE PER MANTENERE ALTA LA SPESA MILITARE IMPERIALISTA NON ESITA A COLPIRE GLI STIPENDI DEI LAVORATORI.

   (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  novembre  2019)

 

La stampa segnala negli ultimi tempi in Russia una crescita consistente degli scioperi e delle lotte economiche.   

-I lavoratori  della catena Ozon, equiparabile in Europa all’Amazon, sono entrati in sciopero contro la revisione del sistema di pagamento introdotto dall’azienda, che fa perdere loro, in dollari, dagli 80 ai 220.

-I lavoratori del gruppo Tmk hanno abbandonato il posto di lavoro perché non ricevono lo stipendio da gennaio. 

-Sono scattati una serie di scioperi nel settore degli autotrasporti nel sud della Russia contro le basse tariffe imposte agli autotrasportatori dalle imprese di trasporti e dai governatorati.

-I lavoratori di una ditta di costruzione di linea ferroviaria a Jakutsk, in Siberia, hanno incrociato le braccia causa il non pagamento dello stipendio da ben 26 mensilità. E così via.

Quindi in tutto il territorio russo gli scioperi e le lotte vengono segnalate in notevole aumento.

 

IL MOTIVO: gli stipendi hanno perso notevolmente valore d’acquisto negli ultimi anni. I salari che la massa dei lavoratori percepiscono - secondo le fonti - si aggirano, tradotti in dollari, dai 260 ai 650 dollari mensili, a fronte di prezzi dei prodotti venduti nei negozi non molto inferiori a quelli occidentali. A questi stipendi fanno eccezione le città di Mosca e San Pietroburgo, dove per il forte numero di nomenclatura di partiti presente e l’alta percentuale di uffici commerciali, gli stipendi si aggirano su un valore medio di 1.400 dollari. E fanno eccezione anche le lontane regioni siberiane, che, visto la forte presenza di giacimenti di petrolio e minerali, per attirare mano d’opera, gli stipendi si aggirano sui 1.550 dollari.   

Il rublo, come mostra il grafico, si è svalutato molto negli ultimi 5 anni, abbassandosi fino ad arrivare ora ad un valore sul dollaro di  circa la metà rispetto al 2014.  

La svalutazione della moneta è la reazione che di solito i governi adottano quando l’economia è in forte crisi. E l’economia russa è appunto entrata in profonda crisi 5 anni fa quando si è abbassato drasticamente il prezzo del petrolio, come mostra il secondo grafico. L’abbassamento del prezzo del greggio è stato voluto fortemente prima da Obama, e poi da Trump, nella lotta tra borghesie, per mettere in forte difficoltà i paesi rivali e concorrenti come Russia, Iran, Venezuela, nazioni le cui economie si basano essenzialmente sull’estrazione e la vendita del greggio.

Svalutare la moneta per il governo russo, significa far si che i prodotti dell’industria russa venduti all’estero, costando meno causa il forte deprezzamento del rublo, diventino più competitivi, e possano essere così venduti all’estero con più facilità e in maggiore quantità.

Ma la forte svalutazione del rublo ha anche un risvolto negativo sul suolo russo: fa aumentare i prezzi dei prodotti importati dall’estero. Quindi gli stipendi, i salari, perdono valore d’acquisto rispetto all’aumento di prezzi dei prodotti provenienti dall’estero.

Essendo che a fronte dell’aumento dei prezzi dei prodotti importati gli stipendi per tutti questi anni (dal 2014)  sono rimasti pressoché immutati, diventano quindi insufficienti per mantenere un tenore di vita sufficiente. Perciò ora, come sopra riportato, sono cominciati gli scioperi per recuperare il valore d’acquisto.

La repressione del governo contro gli scioperanti però, come citano le cronache, è molto forte, dura e violenta. - Per es. la stampa riporta che la dottoressa Anna Zemlianoukhina a Mosca è stata accusata di “sabotaggio e attentato alla sicurezza dello stato” per aver creato un sindacato di difesa - Possiamo senz’altro dire che gli attuali violenti metodi repressivi ricordano molto quelli di memoria stalinista. Però anche i lavoratori russi sono altrettanto risoluti e tosti, e la stampa riporta che molti degli scioperi producono un risultato positivo.

Se si osserva però: certo questi sono scioperi duri e determinati, ma sono isolati, non sono scioperi generalizzati come avviene nei paesi europei. Quindi la stragrande maggioranza dei salariati che non sciopera rimane esclusa dal recupero del potere d’acquisto e deve continuare vivere con stipendi da 260 fino ai 650 dollari.

In sostanza anche il proletariato russo, oltre che subire l’intenso sfruttamento capitalista quotidiano nei luoghi di lavoro, è vittima degli scontri interimperialisti che vengono condotti tra i briganti capitalisti dominanti per raggiungere i loro interessi.


 

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- LE GUERRE INFINITE DEL CAPITALISMO-

ANCHE IN LIBIA MASSACRI E SPARTIZIONE, VOLUTO DALLE POTENZE “CIVILI-AVANZATE”

GLI IMPERIALISMI ITALIANO E FRANCESE SOSTENGONO LE OPPOSTE

FAZIONI IN GUERRA PER IL CONTROLLO DEL PETROLIO LIBICO

 

   (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  aprile  2019)

 

 

                               

L’abbattimento del dittatore Muammar Gheddafi in Libia non ha prodotto quella decantata “democrazia” che tanto si voleva far credere. Ne è sorta invece (come sempre) una interminabile e sanguinosa guerra civile, fomentata, voluta e guidata dalle potenze “civili avanzate” europee per mero interesse, nella loro reciproca lotta per assicurarsi le quote di petrolio e gas che il territorio libico produce.

Nello scontro tra predoni imperialisti è la Francia in questo caso che nel 2011 ha visto l’occasione nella soppressione del rais Gheddafi di spodestare gli italiani già presenti nel paese per introdurre i propri interessi, sfruttando l’onda delle proteste e le rivolte di quelle che sono state poi chiamate “le primavere arabe”. L’obbiettivo francese è prendere sotto il proprio controllo i lucrosi giacimenti di petrolio e gas delle regioni della Tripolitania e della Cirenaica, zone sotto controllo essenzialmente delle aziende dell’imperialismo italiano. E questo è stato il motivo (mascherato dal condurre una lotta contro la feroce dittatura del rais libico) dell’intervento militare nel 2011 diretto dai francesi con compartecipazione inglese e americana. 

Durante le proteste popolari, prima dell’intervento militare stesso, i francesi con la scusa di abbattere il dittatore libico, avevano già pianificato e poi costituito in Libia un fronte armato di svariate milizie etniche locali (che in seguito prenderanno il nome di LNA – Esercito Nazionale Libico) con il preciso scopo (adesso è chiaro) di conquistare tutto il territorio libico.   

La reazione degli italiani per fermare i francesi è stata di costituire all’inizio del 2016 un governo di unità nazionale con a capo il premier Serraj con sede a Tripoli, sostenuto da forti milizie locali (la Settima Brigata e la Brigata di Misurata) il tutto sotto l’egidia dell’Onu e l’approvazione delle forze internazionali. Ma l’operazione non ha avuto il successo voluto. Un certo generale Haftar (adesso molto popolare) sostenuto dai francesi e dall’Egitto e leader delle milizie raccolte intorno alla citata LNA si è rifiutato di accogliere il nuovo esecutivo, costituendo invece nella parte orientale della Libia un altro governo con sede a Tobruk in contrapposizione a quello di Serraj, dividendo praticamente il paese in due.

E’ in questo periodo -fine 2016- che si presenta, con il pretesto di combattere i terroristi dell’Isis, anche l’intromissione dell’imperialismo russo con il suo presidente Putin, che si schiera dalla parte del generale ribelle Haftar.

Con l’appoggio adesso anche dei russi, il generale dissidente di Tobruk può prendere nuovo slancio e con diversi pretesti cominciare la sua espansione verso ovest nel territorio controllato dai filogovernativi di Tripoli di Sarraj. In contemporanea ad altri attacchi militari pianificati congiunti, Haftar da una parte avanza dall’est verso Ovest, mentre altre milizie ribelli dirette dall’ex leader Khalifa Ghwell cominciano ad combattere invece in alcuni quartieri della capitale stessa Tripoli come diversivo. Il risultato è una ulteriore dilatazione delle milizie haftariane sul territorio libico.   

ISIS E’ nel 2014 che in Libia compare anche lo Stato Islamico, occupando le città di Derna e Sirte sulla costa libica. Ma l’iniziativa congiunta contro di esso di tutte le forze di guerra occidentali in campo  (bombardamenti americani compresi) fa si che i militanti dell’Isis siano velocemente sconfitti.  

Attualmente la situazione (metà aprile) vede il generale ribelle filo francese-russo Haftar arrivato nella sua espansione alle porte della capitale Tripoli combattere per conquistare la capitale stessa e accaparrarsi e annettersi così tutto il paese. Nella sua operazione è sostenuto segretamente, oltre che dall’Egitto, dalla Russia che ha bloccato una risoluzione ONU contro Haftar, e dalla Francia che a sua volta ha arrestato una condanna dell’Unione Europea contro di lui. Di contro però il ribelle Haftar ha l’Unione Europea stessa, l’ONU e gli Usa che sostengono apertamente il governo Serraj. Mentre i combattimenti intorno a Tripoli stanno attualmente infuriando, le diplomazie sono all’opera per trovare una soluzione alla diaspora libica, per cui al momento la situazione rimane tutta aperta. Ma la situazione si potrebbe complicare in quanto diverse fonti riportano la presenza diretta di soldati francesi nell’esercito di Haftar durante la recente conquista della città di Garian vicina alla capitale.

Il caso ha voluto che anche un paio d’anni fa trovasse eclatante conferma come l’esercito francese fosse direttamente coinvolto nella guerra a sostegno del generale dissidente, allorchè vicino a Bengasi un elicottero delle milizie di Haftar è stato abbattuto e 3 soldati francesi vi hanno perso la vita. A questo punto Parigi ha dovuto ammettere pubblicamente l’ingerenza .

I giornali riportano anche come il governo francese non si lasci scappare occasione per cercare di strappare all’Italia i contratti di estrazione del greggio e come Parigi abbia già tentato 2 volte, dopo la caduta del rais Gheddafi, di far togliere il permesso di estrazione del petrolio libico all’azienda italiana Eni che lo gestisce, per sostituirla con la propria francese Total. Ma fin’ora senza successo.  

E’ in questo situazione di scontro tra borghesie in Libia che l’anno scorso in novembre il governo italiano ha promosso un incontro tra tutte le parti in causa nella guerra civile libica. Ossia delle potenze internazionali più il presidente Serraj, il generale Haftar e i leader dei paesi arabi 

 

 

COME NASCE UNA GUERRA?

 

 

Può esistere capitalismo senza guerra? No, assolutamente no. Il capitalismo non può vivere senza guerra.

La guerra è parte reale degli affari e i capitalisti per vincere la concorrenza quando lo ritengono necessario utilizzano anche la guerra. Perciò capitalismo e guerra sono indissolubilmente legati, inseparabili.

E le infinite guerre che accompagnano il capitalismo ne sono la tragica conferma. E una guerra, come tutti sanno e temono, potrebbe scoppiare anche domani in casa nostra. 

I banchieri, gli imprenditori cercano di nascondere questa tremenda contraddizione e tragico aspetto dei loro affari e della loro società capitalista. Anche tutti i sostenitori del capitalismo cercano di non evidenziare, non smascherare questo orrendo lato dell’economia di mercato, mettendo piuttosto in risalto gli aspetti di “civiltà”, “cultura”, gli “alti valori”. E chi non si sofferma a pensare, ragionare, riflettere sul reale funzionamento del sistema borghese può anche venir convinto da queste parziali e poco veritiere argomentazioni di “pace”, “fratellanza” ecc.

Come viene quindi organizzata una guerra nel capitalismo? 

All’osservazione dei fatti, la prassi, l’esperienza ci dice che i capitalisti, che, per vincere la concorrenza si apprestano ad organizzare un conflitto armato, prima individuano nella nazione o nel fronte avversario un “malvagio” (che per i suoi connazionali di solito invece è un eroe) contro il quale poi viene condotta una campagna oppositiva e di denigrazione. Bisogna cioè creare un pretesto. Facendo così apparire che l’intervento militare diventerà necessario ed è un bene muoverci contro una guerra. Quindi l’apparato statale tutto, i politici, gli intellettuali, i mezzi di informazione, ecc. si mobiliteranno per dar forza alla motivazione di scontro contro il “cattivo” per convincere la popolazione, le masse proletarie, che la guerra da condurre è giusta e necessaria.

Cosicchè, dopo aver bombardato mediaticamente per settimane, mesi (anche parecchi) la popolazione, il proletariato sarà fatto persuaso della necessità dell’intervento armato e l’operazione militare in se stessa può quindi iniziare. Mandando così al macello centinaia, migliaia di giovani, convinti di fare una guerra giusta per esportare la “democrazia”, la “civiltà”, “salvare il mondo”. Non rendendosi invece conto che andranno a farsi massacrare e a loro volta a uccidere persone solo per far più soldi ai capitalisti, per far guadagnare di più gli affaristi di casa propria.

Risulterà invece più che ovvio che di “alti valori”, “civiltà”, “democrazia”, non ne esisterà neanche l’ombra. E che tutto è un raggiro, un inganno.

E’ così che i capitalisti possono continuare a far soldi. E aumentare sempre di più, e poi ancora di più i loro patrimoni, i capitali (e la domanda è: per cosa poi ???).

Ma le masse proletarie devono rimanere all’oscuro di questo inganno, di questo meccanismo diabolico. Devono sempre essere convinte che tutto procede bene e che le guerre quando accadono sono sempre per un giusto motivo. Devono essere persuase che i morti, i massacri, le distruzioni, per tanto ripugnanti siano, sono sempre per una giusta ragione, un fattore necessario per riportare tutto di nuovo alla “pace”, alla “civiltà”, alla “cultura” (esattamente come succede nei copioni dei film contro i cattivi). E lo stato, i politici, la stampa ecc. devono  collaborare e mobilitarsi per questo.

Gli effetti reali delle guerre poi saranno invece come sempre tutt’altro. Terribili. Sconvolgenti. Soprattutto per chi l’esperienza personale diretta di una guerra la vive direttamente.

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Sono cose su cui riflettere e non lasciarsi manipolare e ingannare.

In una società superiore, socialista (che non è il “falso socialismo” del’ex DDR o dell’ex Unione Sovietica, entrambe capitaliste - a capitalismo di stato) le guerre non esisteranno più, perché non esisterà più il capitalismo con il suo mercato di compravendita di merci, di concorrenza tra aziende, che sono le vere e profonde cause capitaliste di tutte le guerre.

 

 

vicini (Turchia, Egitto, Algeria, Tunisia) per trovare un accordo stabile (naturalmente con lo scopo di preservare gli interessi dell’imperialismo italiano). L’esito stando ai commentatori, non è stato così positivo come gli italiani speravano, visto che nessuna delle parti in causa ha preso impegni e nulla di scritto è stato concordato e visto l’attuale attacco dell’esercito di Haftar alla capitale Tripoli stessa.     

Analizzato in questa luce, anche noi pensiamo che la diaspora politica nata tra Italia e Francia, con la presa di posizione ufficiale a favore dei “gilet gialli” francesi più volte espressa dal Vicepresidente del Consiglio italiano Luigi di Maio contro il governo Macron e l’accusa alla Francia di “colonizzare” il nord Africa con la moneta FCFA  (franco delle colonie africane francesi) riportata con grande rilievo dai giornali italiani e francesi, non sia una mossa elettorale qualsiasi, ma possa essere interpretata e collegata come violenta risposta di rivalsa dell’imperialismo italiano contro la condotta aggressiva di Macron nella vicenda libica contro l’Italia.

Il capitalismo può offrire momenti di pace certo, ma per i capitalisti la guerra può essere un valido strumento per procedere sulla strada per più profitti.

Da sempre i marxisti affermano:

 

I CAPITALISTI NON POSSONO VIVERE SENZA GUERRA!


 

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 - CONTRO MADURO

- CONTRO GUAIDO’

CONTRO TUTTI I GOVERNI BORGHESI CHE SFRUTTANO LE MASSE PROLETARIE PER I PROPRI SPORCHI GIOCHI CAPITALISTI

  

 

 

4 febbr. 2019                                       (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  aprile  2019)

 

Innanzi tutto lo scontro di Guaidò contro Maduro non è una battaglia sostenuta dai lavoratori che lottano per difendere i loro interessi come le televisioni vogliono far apparire mettendo in risalto le proteste, gli scontri, ecc. In realtà gli scontri e le proteste esistono già da molto tempo e solo adesso Guaidò le utilizza per motivi politici,  sfruttando il malcontento popolare - a cui in verità non interessa risolvere – per cercare di accaparrarsi la nazione.

Infatti nella lotta per conquistarsi o tenersi il Venezuela si fronteggiano addirittura due schieramenti capitalistici internazionali: da una parte il presidente Maduro al governo sostenuto dai militari venezuelani con appoggio di Russia (dove le tv russe mandano in onda i servizi delle manifestazioni pro Maduro) e Cina. Dall’altra l’oppositore Guaidò diretto e supportato da Usa e Europa (dove le tv mandano invece in onda le proteste contro Maduro). Le masse venezuelane vivono invece in una situazione dove una parte di essa beneficia un relativo benessere, e l’altra, composta da una massa di disagiati che da alcuni anni sono i protagonisti delle violente proteste contestatarie. 

Cosa ha creato una così catastrofica situazione in Venezuela? La spiegazione la si può certamente trovare nel saliscendi del prezzo del petrolio. Il Venezuela vive praticamente sulla vendita dell’oro nero, nel cui sottosuolo si stima esista il più grande bacino petrolifero al mondo e la cui economia ne dipende interamente.

Per capire la situazione d’oggi bisogna però risalire a Chàvez, ex presidente venezuelano populista antecedente Maduro. Chàvez era arrivato al governo del Venezuela nel 1999 quando il prezzo del petrolio stava salendo ed era addirittura arrivato poi a quota 120 dollari al barile. Con i notevoli proventi ricavati dalla vendita di esso aveva impostato il suo potere favorendo soprattutto il ceto militare, cooptando nel suo governo i generali più significativi delle forze armate. Assicurandosi così la fedeltà e la sicurezza dell’esercito al suo governo e mettendosi al riparo da eventuali colpi di stato. Poi una parte consistente dei proventi petroliferi l’ha rivolta per legarsi tutto l’apparato statale, e il resto ai contadini e alle varie categorie della popolazione attraverso varie forme di incentivi e sussidi vari.

Tutto è andato bene fino al 2015, allorchè Obama per interessi di politica internazionale (per piegare Iran e Russia) attraverso l’Arabia Saudita ha fatto crollare il prezzo del petrolio. Da questa data il Venezuela è precipitato in una crisi profonda. Il prezzo del greggio che prima era arrivato (come detto) anche a 120 dollari al barile, adesso crollato a 40 dollari ha prodotto come conseguenza il forte ribasso dei guadagni petroliferi. E’ da allora quindi che Nicolàs Maduro, figlioccio politico di Chàvez e che l’ha sostituito alla direzione del paese, non ha più le finanze sufficienti per sostenere il tenore sociale antecedente la crisi. 

In questo contesto di forte calo di entrate finanziarie la politica di Maduro è stata quella innanzi tutto di salvaguardare i privilegi dei militari, così da continuare a garantirsi la stabilità e proteggersi da eventuali reazioni militari. Poi sempre di salvaguardare gli stipendi dell’enorme apparato statale venezuelano in modo di averne il sostegno. Infine, il restante alla popolazione. Quindi in questa situazione di forte crisi una parte consistente di cittadini si è visto drasticamente diminuire il tenore di vita, e questa è quella parte di popolazione che da alcuni anni protesta duramente e che le cronache mostrano continuamente.

Oggi l’imperialismo americano ha deciso - per suoi interessi - di inserirsi in questa crisi venezuelana.  L’intervento di Trump a sostegno di Guaidò nasce dal fatto che la politica internazionale del presidente Usa è di attaccare frontalmente quelli che considera gli avversari-nemici dell’America: Iran, Russia, Cina, ecc. Attaccare non militarmente, ma politicamente ed economicamente: con l’Iran ha disdetto l’accordo sul nucleare e rintrodotto contro il paese dure sanzioni; contro la Russia ha rafforzato le sanzioni economiche penalizzanti; contro la Cina ha alzato notevolmente i dazi sulle merci cinesi importate in America con l’intento di creare problemi allo sviluppo del paese. Trump si è mosso poi anche contro la Turchia con sanzioni economiche, Turchia che è alleato Usa nella Nato, ma colpevole di spostarsi troppo sul fronte opposto Russia-Cina.   

E adesso per Trump è arrivato il turno anche del Venezuela. Il presidente Maduro è accusato di stringere legami sempre più stretti con lo schieramento filo russo-cinese avverso, e di incrementare con questi paesi sempre più i rapporti commerciali-politici-militari. Nella vendita del petrolio venezuelano Maduro poi ha ormai quasi escluso di usare come moneta commerciale il dollaro. Questo i ricchi americani non lo possono tollerare. Quindi Trump interviene. 

Per quanto riguarda le posizioni di scontro interno al Venezuela Maduro è il presidente eletto, mentre il parlamento è in mano alle opposizioni. Ed è appunto Guaidò, oppositore di Maduro, il presidente del parlamento. Quindi il contesto interno politico risulta di forte instabilità. 

Sostenendo l’oppositore Guaidò lo scopo Usa è estromettere Maduro dal potere e togliere quindi il Venezuela dallo schieramento Russia, Cina, Iran, ecc. per spostarlo con il fedele Guaidò su Usa-Europa. Certamente il fine non è quello di aiutare le masse affamate, già messe in miseria da Maduro, come le tv vogliono far credere. 

In questa diaspora borghese, Maduro come presidente, attaccato dal fronte Guaidò-Usa, si sente però molto forte e sicuro, perché può contare sul sostegno delle forze armate venezuelane, i cui vertici di generali, come già accennato, siedono copiosi nel suo governo. E’ per questo motivo che Guaidò con Usa-Europa cercano di spodestarlo non militarmente, ma attraverso nuove elezioni anticipate, cosa che Maduro naturalmente rifiuta.                                             ....... →

 

.. →     La domanda quindi che ci si pone è: se Trump sa che Maduro è sostenuto dai militari e quindi non c’è nessuna possibilità di sfruttare colpi di stato per spodestarlo, se sa che le elezioni anticipate non sono possibili perchè Maduro le rifiuta, in più, possiamo noi aggiungere, se è chiaro che della sorte delle masse che protestano nessuno ne è veramente interessato e sono solo pretesti, per quale motivo Trump ha fomentato tutto questo caos venezuelano che non ha via d’uscita?

Nello sporco gioco borghese una ipotetica risposta potrebbe risiedere: la provocazione di Guaidò di autoeleggersi presidente, aggiunto alle forti proteste di massa, potrebbe provocare una reazione dell’esercito filo Maduro causando un bagno       

di sangue tra gli oppositori. Quindi Trump troverebbe in questo il motivo, il pretesto, si sentirebbe autorizzato internazionalmente a intervenire militarmente per “difendere la democrazia”, “la libertà”, ecc. del popolo venezuelano e rovesciare Maduro.

Ma anche in questa ipotesi sorgerebbe per gli Usa un problema di non poco conto: dietro a Maduro a suo sostegno ci sono i russi di quella volpe di Putin. I quali potrebbero (con la scusa di difendere i propri interessi in Venezuela) altrettanto intervenire militarmente a favore di Maduro contro gli americani se questo da loro venisse attaccato. Se questo accadesse la crisi venezuelana si trasformerebbe in un catastrofe con conseguenze imprevedibili, perciò non molto conveniente per Trump.

Quindi da una visuale borghese non si capisce come mai Trump si sia infilato nel vespaio venezuelano. Forse come diversivo per motivi politici interni in America? O come diversivo per ottenere qualcos’altro dai russi o cinesi in altre parti del pianeta? Difficile dire. Forse il tempo ci potrà dirà qualcosa, come spesso accade.

Sicuro è che in queste tragiche situazioni è la classe lavoratrice che ne viene coinvolta, trascinata e utilizzata in disastri e interessi che non la riguardano. Ed è quella poi che ne paga le forti e tragiche conseguenze. Quindi come sempre con decisione: 

 

  CONTRO MADURO E CONTRO GUIDO’

CONTRO TUTTI I GOVERNI DELLA BORGHESIA !


 

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PERCHE’ GLI USA SI RITIRANO DALLA SIRIA

SIRIA: TRUMP SACRIFICA

I CURDI PER TENERSI

STRETTO ERDOGAN

SONO GLI INTERESSI CHE MUOVONO I BORGHESI,

NON GLI IDEALI DI SOLIDARIETA’

 

(titolo: LA CASA BIANCA ANNUNCIA IL RITIRO DELLE TRUPPE) 

 

                                                              (traduzione da "Der kommunistische Kampf" - gennaio  2019 ) 

 

IL PRESIDENTE TURCO. Perché il presidente della Turchia Erdogan è così nettamente contrario alla formazione di uno Stato Curdo sul territorio vicino siriano? Teme che questo darebbe il pretesto a loro volta ai curdi turchi  di pretendere e combattere per avere uno Stato Curdo anche in Turchia da poter  annettere a quello siriano (e iracheno) per formare un unico grande Stato Curdo indipendente nel Medio Oriente. Questo è quello che i curdi da decenni rivendicano e che da sempre aspirano.  

GLI AMERICANI. Gli americani sono amici della Turchia, la quale appartiene alla NATO, l’alleanza militare guidata appunto da Washington. Ma gli americani sono anche amici dei curdi siriani (quelli non voluti dai turchi) i quali sono stati utilizzati dagli Usa in Siria, certamente per combattere il Califfato, ma anche e soprattutto per destabilizzare il presidente siriano Assad filorusso, promettendo loro alla fine della guerra appunto la formazione di un proprio stato indipendente curdo sul territorio siriano.

DILEMMA. Ora, visto che il presidente turco Erdogan amico degli americani non vuole assolutamente lo Stato Curdo in Siria, a guerra praticamente finita gli Usa si trovano di fronte alla scelta di dover o rinunciare alla promessa fatta ai curdi e tenersi stretto l’alleato Turchia nella NATO e abbandonare i combattenti curdi al loro destino e alla sconfitta politica (e militare), oppure sostenerli fino in fondo nel progetto della costituzione del proprio stato e correre il forte rischio che i turchi come reazione (e come vuole Putin) si stacchino dalla NATO e passino nel fronte avversario di Russia, Cina, Iran e Siria.

(titolo: Commento al ritiro Usa dalla Siria: REGALO PER ERDOGAN)

SCELTA TURCA. Sacrificare i curdi siriani e sostenere la Turchia, visto l’importanza strategica che la nazione svolge nella scacchiera del Medio Oriente è per gli Stati Uniti e gli occidentali l’opzione capitalistica più logica dal punto di vista  strategico dell’Amministrazione Trump. Visto che a questo punto, negli interessi capitalistici generali delle borghesie occidentali i curdi non hanno più alcun peso.

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PROPAGANDA. Come conseguenza di questa scelta svanirà così anche tutto quel consenso dei media che ha sempre sostenuto i curdi nella loro guerra e lotta per l’indipendenza, presentandoli come eroi, martiri e quant’altro per arrivare ad ottenere il loro stato autonomo capitalistico.

Questi repentini cambi di posizioni dei mezzi di informazione che rispecchiano gli interessi delle varie borghesie, appartengono delle disgustose, ciniche regole capitalistiche nella lotta tra borghesie per la spartizione del mercato globale. Uno scontro dove le etnie e le religioni vengono utilizzate e strumentalizzate per propri scopi.

 

L’ATTUALE SITUAZIONE. Al momento in cui scriviamo (inizio gennaio) il contesto siriano viene descritto dalla stampa come, dopo il ritiro dell’esercito americano, l’esercito turco si stia posizionando al nord della Siria per attaccare le enclave siriane sotto controllo delle milizie curde nelle città di Kobane, al Raqqa e Deir el Zor, situate nel nord-est siriano. Però, vista la situazione disperata e senza via d’uscita, i combattenti curdi dell’ Ypg hanno deciso di consegnare le città e i loro territori all’esercito siriano anziché combattere. Questa evoluzione della situazione sembra andar bene persino anche al presidente turco Erdogan, perché significa che i curdi consegnandosi ai siriani rinunciano di fatto alla formazione del proprio Stato in Siria, proprio come Erdogan esige.   

 

SIRIA RICOMPOSTA. Con quest’ultima resa curda, in pratica la Siria si ricompone come prima della guerra iniziata nel 2011. Adesso come di norma, subentrerà la fase di mediazione tra le varie etnie sociali delle varie zone siriane per trovare gli equilibri necessari per governare il paese.

Il presidente siriano Assad viene acclamato dalla stampa internazionale come il vincitore di questa guerra civile. In realtà il vero vincitore è il presidente russo Putin, che da esperto stratega e guerrafondaio ha condotto la regia della guerra portando Assad alla vittoria.

 

RIFIUTO AL CAPITALISMO. E’ sempre da ricordare che nella crudeltà della realtà capitalistica tutto questo, per chi l’ha vissuto, è costato alcune centinaia di migliaia di morti, distruzioni immani, fame, povertà, disperazione.

Acclamare la fine della guerra senza descriverne e sottolineare il meccanismo perverso che l’ha prodotta è da vigliacchi. Un meccanismo che, come a tutti è chiaro, in contemporanea sta causando tante altre guerre.

E’ per questo che c’è bisogno di un’altra società. Superiore.


 

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-GUERRE TRA BORGHESIE-

IN SIRIA FINITA LA GUERRA CONTRO L’ISIS, ADESSO LO SCONTRO SI SPOSTA TRA RUSSI E AMERICANI

MASSACRO SENZA FINE (PER INTERESSI CAPITALISTICI) 

NEL MEDIORIENTE PIENO DI PETROLIO

 

 

 (traduzione da "Der kommunistische Kampf" - novembre  2018 ) 

Dura ormai da 7 anni la guerra in Siria che ha già causato secondo le fonti dalle 300 alle 500mila vittime, quasi 2 milioni di feriti, imprecisati milioni di sfollati, immense distruzioni e quant’altro. Questo è il tragico bilancio di una di quelle guerre che dai governi vengono definite piccole e secondarie. In realtà un macello, con proporzioni non trascurabili. E tutto questo solo per interessi capitalistici.

Il capitalismo non è solo quella bella società che le popolazioni dei paesi occidentali come gli europei sono abituate a vedere, ma il suo risvolto tragico è anche, è evidente, la guerra. La guerra che come cancro capitalistico può improvvisamente scoppiare, ovunque. E creare disastri enormi.

E’ stata la Siria adesso di turno (come del resto anche altre nazioni) ad essere investita e trascinata in questo baratro.   

GUERRA CIVILE PER SPODESTARE ASSAD - Tutto è iniziato nel 2011 quando il paese, zona di influenza russa, è stata coinvolta, come tutti le nazioni della zona nord africana e mediorientale, dalle famose proteste e rivolte delle “Primavere arabe”. In quello che è lo scontro tra borghesie per l’accaparramento delle zone di influenza, l’allora presidente dell’imperialismo americano Obama assieme ad alcuni paesi europei, aveva visto nelle rivolte – allora pacifiche – la possibilità di approfittarne per portare al governo in Siria gli oppositori e togliere il paese dall’influenza russa e portarla nell’ambito occidentale. E’ così che le proteste, armando da parte occidentale gli oppositori anti-Damasco, da pacifiche sono state trasformate in militari, tramutandole in una guerra civile sanguinaria e lunghissima.

IL CALIFFATO - Cosa che gli Usa non si aspettavano armando gli oppositori anti Assad è stato che gli integralisti islamici (portati proprio dagli occidentali in Siria per abbattere il regime di Damasco) ne hanno a loro volta approfittato, hanno colto l’occasione, per combattere per se stessi e crearsi un proprio loro stato islamico radicale: il famoso “Califfato”. Stato che si è velocemente esteso fino a diventare, a sorpresa, praticamente quasi predominante sul territorio siriano. Ad un certo punto il governo di Damasco sostenuto dai russi da una parte, e le milizie ribelli anti-Damasco sostenuti dagli occidentali dall’altra, si sono trovati non solo a combattersi reciprocamente, ma in contemporanea anche a dover combattere il terzo forte incomodo, il Califfato, che con i suoi militanti fondamentalisti si espandeva progressivamente.

Visto che la situazione si stava chiaramente evolvendo a favore del “Califfato”, i russi con l’alleato Assad e gli americani con le milizie ribelli anti-Assad hanno quindi deciso di smettere di combattersi a vicenda e di “allearsi”, e assieme combattere prioritariamente contro lo Stato Islamico. E’ così che la situazione improvvisamente si è trasformata, si è “evoluta”, e ha preso il nome di “lotta contro il terrorismo” , nominata così da Obama e Putin.

LA QUESTIONE DEI CURDI -  Ad oggi si può dire che il Califfato sia stato praticamente sconfitto. Ma come risultato il territorio siriano si trova adesso suddiviso in due zone di influenza: una zona controllata dal presidente Assad (forse l’80%) e il resto controllato dalle milizie curde sostenute apertamente dagli americani. Solo due zone, perchè per la terza area, il presidente turco Erdogan ha rinunciato ad una sua zona di influenza nel nord della Siria, in cambio dell’impegno del governo di Damasco e di Putin di combattere i curdi dell’YPG  filoamericani in modo che non creino un loro stato curdo in Siria.  

Obama prima e Trump dopo, hanno sempre sostenuto che una volta sconfitto “il terrorismo”, cioè l’Isis, se ne sarebbero andati dalla Siria. Con questo evidentemente intendevano che nel paese sarebbe anche stata riservata una zona ai curdi, da loro protetti.

Ma il recente accordo (settembre) tra Putin-Assad-Erdogan di non riconoscere un territorio autonomo ai curdi e le conseguenti dichiarazioni pubbliche di Putin dove afferma che tutto il territorio siriano deve essere sotto il controllo del legittimo governo di Damasco, intendendo che non c’è spazio per i curdi, ha fatto cambiare idea a Trump sul ritiro americano.

La decisione americana è stata perciò di non abbandonare militarmente la Siria per il momento. Così titolava Sputnik (il portale ufficiale del governo russo nelle lingue europee) il 25 settembre: “Bolton: gli USA rimarranno in Siria finchè l’Iran non si ritirerà”. L’articolo riporta con amarezza che adesso il ritiro delle forze armate americane è condizionato dal ritiro delle milizie iraniane. Ossia: se gli iraniani abbandoneranno il paese anche gli americani se ne andranno, altrimenti gli Usa rimarranno.  

E’ solo una scusa, una forma di ricatto degli Usa per rimanere in Siria e difendere le milizie curde da un eventuale attacco militare da parte del governo di Damasco, e costringere Putin, potente garante della politica di Assad, a concedere ai curdi la loro zona autonoma - quasi sicuramente precedentemente concordata dalle parti. Se Putin accetterà, gli americani, si sottointende, lasceranno il territorio siriano.

TENSIONI USA – TURCHIA. Con questa mossa di voler garantire a tutti i costi una zona curda, l’Amministrazione americana inasprisce però ulteriormente il suo già deteriorato rapporto con la Turchia di Erdogan, paese membro della Nato. Perché Erdogan, com’è noto, è decisamente contrario alla costituzione di uno stato curdo in Siria. Uno stato curdo al nord della Siria  potrebbe aizzare i curdi di tutta la zona del sud della Turchia, che potrebbero essere incentivati a separarsi da Ankara per formare un grande stato curdo che comprenda Siria, Iraq,  fino appunto alla Turchia, come sempre reclamato.

Le stragi, i morti, le distruzioni, sono parte prevista e programmata in questo gioco cinico, crudele e complicato di interessi e diaspore tra borghesie. Chi ne fa le spese però come sempre, non sono i ricchi borghesi responsabili, ma le masse lavoratrici arabe, che armate e usate come “masse d’urto” per gli interessi borghesi, vengono coinvolte in false, inutili e sanguinose lotte di religione e etnie

-SCONTRO TRA BORGHESIE-

SIRIA: VERTICE PUTIN-MERKEL-MACRON-ERDOGAN A ISTAMBUL

PUTIN E ERDOGAN CERCANO DI INFLUENZARE MERKEL E MACRON PER CONDIZIONARE TRUMP 

 

Vertice Istambul 27 ottobre – Putin, Merkel, Erdogan, Macron (foto REUTERS)

  (traduzione da "Der kommunistische Kampf" - novembre  2018 ) 

Giampiero Venturi, analista per “ilgiornale.it” intervistato da Sputnik il 28 ottobre, riguardo il Summit del giorno precedente a Istambul tra Putin, Erdogan, Merkel e Macron con l’intento di trovare un accordo politico comune sulla Siria e sulla sua ricostruzione, afferma che gli europei sostanzialmente non hanno mai svolto un ruolo importante nella guerra in Siria, ma che solo adesso, a guerra finita tentano di inserirsi.

Corrisponde alla nostra analisi. Vale a dire che le borghesie europee, con le loro multinazionali, banche, finanza, ecc. all’inizio del conflitto siriano, pur vedendo un vantaggio a partecipare anche a questa guerra (come a tutte del resto) hanno preferito, per svariati motivi di interesse, a rimanerne fuori o a parteciparvi solo collateralmente. Perché questa guerra civile siriana era stata fortemente voluta dall’allora Segretario agli esteri dell’Amministrazione Obama, Hillary Clinton e i governi europei se n’erano tenuti in disparte.

Poi l’entrata nel sanguinoso conflitto da parte dell’imperialismo russo di Putin, chiamato dal presidente borghese siriano Assad perché la guerra civile si stava evolvendo disastrosamente a sfavore del fronte militare di Damasco, aveva dato la svolta decisiva per la vittoria dell’esercito regolare governativo di Assad.

Alla luce dei fatti, si può dire che in Siria il vero scontro è sempre avvenuto tra le due grandi potenze, americana e russa, che militarmente hanno sempre sostenuto i due (o tre) fronti di belligeranti contrapposti. Le due grandi potenze ne hanno effettivamente determinato l’andamento, gli esiti e gli equilibri, scontrandosi o concordandone la spartizione del paese.

Adesso però che lo Stato Islamico è stato praticamente sconfitto e Putin e il presidente Assad ne vengono riconosciuti praticamente e ufficialmente come i veri vincitori della catastrofica guerra, i due presidenti hanno cominciato ad alzare la posta. Se in un primo momento del conflitto avevano accettato una certa spartizione della Siria, oggi a scontro finito Assad e Putin stanno cambiando posizione. Reclamano oggi che tutto il territorio siriano deva ritornare sotto controllo completo del governo legittimo di Damasco. E per questo si dicono anche disposti a combattere contro i curdi siriani dell’Ypg, che, sostenuti dagli americani pretendono invece com’è noto, una propria area autonoma all’interno della Siria (il progetto confederale del Rojava).  

Nel gioco-scontro tra borghesie, Putin e Assad sanno perfettamente che l’Amministrazione di Washington non concederà mai il ritorno al controllo completo di Damasco su tutto il territorio siriano (com’era prima della guerra civile) e quindi neanche il controllo sui curdi siriani del Rojava sostenuti e armati dagli Usa stessi. Perciò i presidenti russo e siriano (assieme a Erdogan) usano la tattica di spingere al massimo sul loro obbiettivo con minacce, dichiarazioni e mosse varie collaterali per ottenere il più possibile dagli americani a loro vantaggio, com’è consuetudine in queste diaspore borghesi.    

Il summit di Istambul del 27 ottobre voluto da Putin e Assad con la collaborazione di Erdogan, invitando la Merkel e il presidente francese Macron come i leader più forti dell’Unione Europea, ma non invitando di proposito il presidente americano Trump, lo si può interpretare senz’altro in questa tattica-pressione di mosse collaterali. E cioè che i tre presidenti organizzatori del summit stanno cercando di influenzare Merkel e Macron con promesse allettanti sulla ricostruzione della martoriata e distrutta Siria del dopoguerra affinchè i presidenti europei a loro volta facciano pressione su Trump a favore delle richieste del governo siriano.

Però portare sulle loro posizioni sia Merkel che Macron, per Putin e Assad sarà un’impresa alquanto disperata. Perché le idee del governo tedesco, ma soprattutto quelle del governo francese sul contesto politico del dopoguerra siriano, sono molto distanti da quelle russo-siriane-turche, non solo per quello che riguarda l’integrità territoriale del paese, ma anche sul ruolo di direzione che lo stesso Assad nel paese dovrà svolgere, che considerato che qualcuno tra i governi occidentali insiste perché lasci il potere.

L’offerta che viene prospettata agli europei in cambio del loro sostegno al fronte russo-siriano-turco per la ricostruzione della Siria è allettante. Si deve pensare che nella tragedia della guerra siriana alcune fonti danno che alcune città come Raqqa siano distrutte all’80%, e che perciò in Siria mancano non solo case e palazzi, ma anche fabbriche, ospedali, scuole, ferrovie, aeroporti e quant’altro.

Il summit di Istambul sembra non abbia dato a Putin e suoi alleati gli esiti sperati. Giampiero Venturi sempre nella citata intervista a Sputnik parla del documento finale come di un risultato di “mera dichiarazione d’intenti” (cosa che anche altre fonti confermano) sottolineando le forti divergenze di posizioni rimaste tra i due schieramenti. Probabilmente sia Merkel che Macron si tengono sul vago prima di prendere decisioni sulla Siria, per non inimicarsi Trump che aggressivamente è molto attivo contro Putin e alleati.

Letto da questo punto di vista, il summit di Istambul può quindi trovare l’interpretazione da noi data.   

Il presidente Trump non invitato al vertice, ma molto determinato nelle sue azioni (come dimostra essere), probabilmente non si lascerà intimidire da questo tipo di pressione orchestrata da Putin. Gli Usa sembrano ben decisi a sostenere i curdi dell’Ypg nel loro progetto confederale del Rojava, di lasciar loro una zona autonoma. Le trattative dietro le quinte perciò fervono.


 

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2017: RIARMO MONDIALE RECORD NELLO SCONTRO TRA BORGHESIE

IN UN MONDO CAPITALISTA DOVE LA CONCORRENZA ‘PACIFICA’ SCATENA SEMPRE PIU’ CRISI E GUERRE, AUMENTANO SEMPRE PIU’ LE SPESE MILITARI,  CAMUFFATE COME ‘DETERRENZA’.

  (traduzione da "Der kommunistische Kampf" - luglio  2018 )

 

 

Aumento consistente di 80 miliardi della spesa militare Usa per un totale annuo di 700 miliardi. Di contro aumento dell’8% di quella cinese pari ad un totale di 224 miliardi l’anno. Un’Arabia Saudita che diventa la 3° forza militare mondiale con una spesa di 69,4 miliardi, sorpassando addirittura la Russia (66,3) (fonte Sipri-Stoccolma). E’ la reazione all’emergere del gigante imperialista Cina che alza la temperatura dello scontro tra le borghesie mondiali.   

Un evento -l’emergere del gigante asiatico- per noi oggi normalità, ma che molti nel dopoguerra proprio non pronosticavano. Anzi al contrario, alcune correnti di sinistra sostenevano che i paesi industrializzati a causa della recente guerra mondiale si sarebbero deindustrializzati con il ritorno dei proletari alla campagna. E altre ancora che invece preannunciavano una prossima vicina altra guerra mondiale che avrebbe abbattuto i paesi industrializzati. Per il marxista Arrigo Cervetto, cofondatore dell’attuale grande organizzazione ‘Lotta Comunista’, l’emergere dei giganti asiatici era invece a quel tempo già chiara. Così scrive nel suo saggio “Le Tesi del ‘57”: “Inevitabilmente tutti i paesi ieri e oggi ancora in condizioni coloniale e semi coloniale acquisteranno, nel corso di lotte più o meno cruente, la loro indipendenza politica. … Più l’indipendenza politica si attua, più crescono le esigenze di carattere economico … da quei paesi che, per la loro capacità produttiva, soli sono in grado di intervenire con aiuti, prestiti, esportazione di capitali, scambi commerciali, nel promuovere lo sviluppo industriale ed agricolo delle zone arretrate. … L’esempio della Cina e dell’India può bastare ad indicare la validità di questa affermazione”. In altre parole, spiegava Cervetto, i paesi arretrati come Cina e India (qui siamo negli anni ’50) grazie agli investimenti che i paesi occidentali industrializzati avrebbero fatto sui loro territori, avrebbero superato la loro fase semicoloniale e sarebbero diventati anch’essi potenze capitaliste. Esattamente quello che sono adesso.

Impressionante è come attraverso l’analisi marxista si possa comprendere bene il meccanismo di funzionamento capitalistico e addirittura in alcuni casi fare anche delle corrette previsioni.

Il gigante imperialista asiatico quindi ieri previsto, oggi è diventato realtà.

Grazie alla sua stazza economica la Cina nei mesi scorsi assieme alla Russia ha introdotto il (poco reclamizzato) Petro-yuan come sistema di pagamento del petrolio anziché l’uso del dollaro (in uso da più di 50 anni), sfidando apertamente la borghesia Usa. Nello stesso tempo il presidente cinese Xi Jinping ripete senza riserve di volere assolutamente (assieme ai paesi BRICS) “più spazio nel mondo”per espandere i propri affari. E questo nel mondo capitalistico significa … scontri e … guerre.

Si potrebbe obiettare: perché “scontri” e “guerre”? Il mondo può funzionare bene lo stesso anche senza guerre, c’è spazio per tutti! Non è questa un’esagerazione?

 No, non è un’esagerazione. Nel mondo capitalistico della concorrenza, come successo nel passato e come esattamente analizzato da Marx, l’emergere di una nuova potente borghesia significa sconquasso, significa invadere gli affari delle borghesie concorrenti. Non solo, le borghesie già esistenti vedono nell’enorme espansione di un nuovo grande concorrente un futuro pericolo che un domani le potrebbe spazzare via. Si può ben intuire quindi le loro preoccupazioni e la portata dello scontro. 

Questo spiega quindi la reazione americana e l’aumento vertiginoso della spesa militare registrata dal centro ricerche Sipri. Ma non solo. Il governo Trump sta imprimendo fretta agli alleati NATO perché a loro volta aumentino e aggiornino i loro armamenti in funzione apertamente anticinese e russa.

Come detto, i dati Sipri riportano anche il fatto inedito di un’Arabia Saudita che l’anno scorso ha avuto un incremento impressionante di spesa militare, sorpassando la Russia e diventando il 3° detentore militare mondiale dopo Usa e Cina.

Anche questo fatto non è casuale, ma ha un suo preciso significato. E’ stato l’imperialismo americano a fornire il consistente aumento militare al radicale paese arabo. La borghesia Usa sta cercando di costituire un proprio forte alleato, un bastione militare amico nel Medio Oriente in funzione antirusso-cinese. L’enorme aumento di armamento all’Arabia Saudita da parte Usa è la risposta all’intensificazione nella zona dell’attivismo di Iran, Siria, Turchia, etnie in Yemen, Afghanistan, Libano, ecc. tutte forze sostenute direttamente o indirettamente da Russia e Cina.  Quindi tutto è concatenato.

Ovviamente l’imperialismo cinese non rimane passivo in questa corsa al riarmo. Nell’obbiettivo di ottenere “più spazio nel mondo” si sta militarizzando fino ai denti. Il Sipri riporta come in Cina le spese militari stiano schizzando alle stelle. Nonostante questo, il gigante asiatico è però ancora lontano dal raggiungere le spese militari americane, avendo Pechino una spesa  (grafico Sipri) di un terzo rispetto a quella Usa. Ma la distanza si sta rapidamente accorciando.      

L’imperialismo russo registra invece un arresto del forte aumento di spesa militare avuto negli anni precedenti. Non è aspirazione al pacifismo. Proprio no. Ma una costrizione, dovuta alla forte diminuzione finanziaria causata dal forte calo del prezzo del petrolio (da cui dipende) degli anni scorsi. Sta però approfittando della ‘pausa’ –riporta sempre il Sipri- per affinare le proprie tecnologie belliche.

Nessuna illusione di un mondo pacifista, quindi. E’ lampante.

Il “moderno” mondo d’oggi rimane sempre il “vecchio” capitalismo studiato da Marx: concorrenza, profitti, interessi di borghesie, pace, crisi, e … guerre.


 

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YEMEN:

UNA GUERRA ANCORA

 

Guerre in Siria, Iraq, Libia, per non parlare di Afghanistan e  Yemen appunto, Sudan, Ucraina, Mali, ecc. volute e cercate dai paesi “civili” occidentali per allargare le loro “sfere di influenza” e spartirsi i lucrosi mercati di nazioni periferiche, prendendo a pretesto “la lotta contro il terrorismo”.

  traduzione da "Der kommunistische Kampf" - maggio  2018

 

 

 

Lo scontro tra le ricche borghesie per la spartizione del mondo è incessante. Mentre all’interno dei propri paesi i vari governi imperialisti propagandano concetti di democrazia, giustizia, uguaglianza, civiltà, ecc. all’estero nei paesi in via di sviluppo conducono, su commissione dei capitalisti per favorirne gli interessi, a secondo del momento e dell’interesse,  atti di inciviltà inauditi, fomentando guerre civili tra etnie e religioni con lo scopo di accaparrarsi, portare nella propria zona di influenza più nazioni possibili. E’ la natura della violenta società capitalista, anche se si vuol far credere il contrario. Ed è nella natura del controverso capitalismo che prima o poi anche le nazioni imperialiste “civili” avanzate saranno coinvolte e trascinate nel vortice bellico, come già due guerre mondiali ci stanno a dimostrare.

Ovviamente i ricchi imprenditori e banchieri di ogni nazione che dietro alle scene dirigono i governi non possono sbattere in faccia alla popolazione proletaria questa terribile e angosciosa verità. Devono come sempre, trovare delle motivazioni, delle scuse che giustifichi il loro comportamento bellico e crudele all’estero, devono costruire sempre un “cattivo” da innalzare, che giustifichi i massacri da loro condotti.  La ricerca evidenzia però che sono proprio le borghesie più potenti che si inseriscono di proposito nelle contraddizioni dei paesi periferici per trovare il pretesto di entrare in guerra e portarseli militarmente nella propria sfera di influenza.

Oggi coprono i loro veri scopi di conquista con la motivazione della guerra “contro il terrorismo”,ma nel passato le scuse per entrare in un conflitto sono state anche tra le più assurde e ridicole, come far la guerra “per portare la pace”, o sconvolgere una nazione per “portare la democrazia” o“la civiltà”, “i valori superiori” ecc. come tutti sappiamo.  

Nello scorso numero abbiamo trattato l’Afghanistan.Oggi ecco l’ennesima guerra: lo Yemen. Wikipedia riporta essere iniziata nel 2015, fonti russe (Sputnik) dicono nel 2014.

Come altre guerre in corso – Siria, Iraq, Afghanistan, Libia, Sudan, Mali, ecc. - anche il conflitto in Yemen è il riflesso dello scontro –ovviamente non apertamente dichiarato- tra la sempre più potente borghesia cinese in forte ascesa che cerca nuovi mercati di sbocco e le potenze occidentali coalizzate che cercano in tutti i modi di ostacolare l’espansionismo cinese.

Lo scontro militare in Yemen infatti si presenta un po’ a copia della guerra in Siria.Anche in Yemen difatti troviamo la contrapposizione dei due schieramenti: da una parte gli occidentali con a capo gli Usa che usano l’Arabia Saudita come grimaldello per finanziare, armare, usare nello scontro l’etnia yemenita sunnita del presidente Hadi.

Dall’altra la borghesia russa, sostenuta dalla Cina, che usano gli iraniani per fomentare, finanziare, armare l’altra grande etnia, gli Huti-sciiti. Si noti che entrambi i due gruppi etnici che vivono da sempre in Yemen e si stanno trucidando per il controllo del territorio, sono musulmani, entrambi di fede fondamentalista islamica, con lo stesso Dio che, si dice, predichi l’amore, il rispetto, la fratellanza, la tolleranza.   

Fino ad oggi, fini agli ultimi decenni, i vari gruppi etnici yemeniti hanno vissuto relativamente in pace, con scarsi scontri reciproci, trovando alla fine sempre accordi sulla gestione del paese. Ma con l’intervento delle grandi potenze tutto è improvvisamente cambiato. In pratica la guerra che ha imperversato per spartirsi la Siria e l’Iraq, adesso si è estesa allo Yemen.

 

La storia del conflitto. Riportiamo quanto viene presentato da Wikipedia:

In pratica, ad un dato momento del 2014, l’etnia sciita Huti sostenuta dagli iraniani, non ha più riconosciuto il governo ufficiale del presidente sunnita Hadi, involvendo la situazione in una cruenta guerra civile. La forte opposizione all’insurrezione da parte del presidente Hadi e dei suoi sunniti con l’appoggio dell’Arabia Saudita ha provocato di conseguenza la spaccatura del paese in due, con l’instaurazione di due capitali. Lo scontro armato è poi proseguito con fasi alterne, fino ad oggi dove si è insabbiato in una empasse di stallo.  

Le accuse reciproche di interferenze esterne, massacri, soprusi, com’è uso purtroppo in queste situazioni non si contano. Ogni borghesia cerca di nascondere i propri orrori e di mostrare quegli altrui. Il capitalismo funziona così. Nella società dominata dai capitalisti la pace è solo uno dei momenti dell’andamento. Nel naturale ciclo capitalista per la ricerca del profitto anche le guerre sono una costante.


 

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SCONTRO TRA BORGHESIE – UNO SGUARDO NEL FUTURO

PETRO-YUAN CINESE CONTRO PETRO-DOLLARI,

UNA BOMBA NELLO SCENARIO INTERNAZIONALE ! 

Da marzo  Cina, Russia, Iran, Venezuela, Corea del Nord e Pakistan (e altri paesi sono pronti a seguirli) usano nei loro scambi reciproci non più il dollaro, ma lo Yuan cinese. In pratica inizia quella che viene definita la “de-dollarizzazione”.

COME REAGIRA’ L’IMPERIALISMO AMERICANO?

 

“Tutte le popolazioni del MENA (Medio Oriente-Nord Africa) hanno capito cosa successe quando l’Iraq di Saddam Hussein decise di vendere petrolio in euro, o cosa successe quando Muammar Gheddafi progettò di emettere un dinaro d’oro pan-africano”.

                                                                                                                 Pepe Escobar  “LA BOMBA DEL PETRO-YUAN” (in comedonchisciotte.org29 dic 2017

 

L’IMPERIALISMO CINESE PENSA DI POTER IMPORRE AGLI USA IL PETRO-YUAN, USANDO COME FORMA DI RICATTO A EVENTUALI REAZIONI, LA QUOTA CONSISTENTE DI

     DEBITO PUBBLICO AMERICANO CHE DETIENE E LE ALTISSIME RISERVE IN DOLLARI CHE HA NELLE SUE BANCHE, CHE SE NECESSARIO, IN CASO DI REAZIONE DELLA                  POTENTE BORGHESIA DI WASHINGTON, PUO’ RIVERSARE SUL MERCATO INTERNAZIONALE CAUSANDO UNA SPECIE DI BANCAROTTA USA.

 

                                                                                                                                     traduzione da "Der kommunistische Kampf" - aprile  2018

 

 

 

marzo 2018

Cose di non poco conto si stanno accumulando nel mondo nello scontro tra borghesie, cose che sconvolgeranno il prossimo futuro con conseguenze del tutto imprevedibili, probabilmente anche militari.  

Stranamente però fatti così sensazionali nei rapporti mondiali stanno passando quasi sotto silenzio dai mezzi di informazione di massa. Molti analisti si chiedono il perché: “L’inizio del crollo del dollaro sembra un evento così impossibile?”  oppure … “Viene taciuto di proposito?” Comunque sia, le riviste finanziarie ed economiche specializzate occidentali sono super allarmate di un tale cambiamento. Per chi leggerà per intero gli articoli qui sotto citati troverà una marea di dettagli interessanti. Noi, costretti da comprensibili ragioni di spazio, ne riportiamo i tratti essenziali.

 

L’articolo soprariportato, “La Cina suona, con l’introduzione del ‘Petro-Yuan’, la campana da morto al dominio globale del dollaro”, dopo aver sottolineato che con l’introduzione del Petro-Yuan è iniziato il declino del dominio del dollaro americano, pone l’accento sul fatto che la vera forza della moneta cinese è la sua convertibilità in oro. In pratica un paese che vende il suo petrolio alla Cina e riceve in cambio Yuan, può, se lo vuole, convertire la valuta Yuan in oro. Questo da un peso notevole allo Yuan stesso, in quanto se un affarista vuole proteggersi dalle speculazioni sulla valuta, può ripararsi comprando oro nelle borse di Hong Kong e Shanghai, di cui le banche cinesi è noto esserne strapiene.

Altro punto importante riportato, è che nazioni come Russia, Iran, Venezuela, Corea del Nord, aderendo al nuovo Petro-Yuan hanno adesso la possibilità di aggirare, di neutralizzare, le sanzioni che Usa e europei hanno loro imposto. Gli analisti, anche se scettici sull’effettiva riuscita della manovra cinese di escludere il dollaro dalle loro transazioni, intravedono però in questa iniziativa cinese l’inizio della futura decadenza del dominio del dollaro e degli Usa.

Alla fine l’articolo, riporta la citazione di Putin dopo il vertice dei BRICS in settembre a Xiamen in Cina di pieno appoggio all’operazione Petro-Yuan: “La Russia condivide le preoccupazioni dei paesi BRICS sull’ingiustizia dell’architettura dell’economia e della finanza globale, che non tiene in considerazione il peso crescente dei paesi emergenti. Siamo pronti alla collaborazione con i nostri partner per accelerare una riforma delle regole internazionali nell’ambito della finanza, per superare un’eccessiva dominanza che pone il limite alle riserve di valuta.”  In altre parole Putin sostiene che è giunto il momento che i paesi emergenti (Cina, India, Russia, ecc) sostituiscano nelle reciproche transazioni commerciali, il dollaro con le proprie monete.  

Questo secondo articolo “Il Petro-Yuan sposterà il dollaro Usa dal trono delle riserve mondiali?” dopo aver sottolineato che i paesi occidentali per il momento hanno deciso di ignorare una NOTIZIA BOMBA di questa portata e come gli investitori internazionali saranno fortemente attratti dal nuovo Petro-Yuan, si sofferma sul fatto che l’operazione Petro-Yuan non è un’iniziativa fine a se stessa, ma “una promozione di largo respiro nell’agenda di Pechino”.  Si intende che, se da una parte l’imperialismo cinese si propone a livello globale di sostituire con lo Yuan il $ americano nel commercio internazionale del petrolio, dall’altra l’operazione è “parte integrante della strategia One Belt One Road” [La nuova via della Seta] con l’obbiettivo di inserirsi pienamente “nel continente asiatico, Medio Oriente compreso”. Per questo motivo gli analisti “valutano che le riserve di Renminbi [Yuan] dovrebbero espandersi velocemente e massicciamente nelle banche centrali”.

Anche questo articolo tedesco è del parere, come il brasiliano  Pepe Escobar, che “il presidente cinese non si lascerà sgombrare [sopraffare] allo stesso modo come successo a Saddam Hussein in Iraq che voleva vendere il petrolio in euro, o come Gheddafi in Libia che voleva introdurre il dinaro d’oro”. In altre parole, l’imperialismo cinese non sarà disposto a sottomettersi a fronte di una eventuale reazione americana, ma reagirà.

Infine anche questo testo rileva che “i BRICS hanno dato il loro benestare al Petro-Yuan nel loro recente incontro a Xiamen”, vale a dire che anche l’India ne è favorevole.

In questo articolo La Bomba del Petro-Yuan”, veramente interessanti sono le riflessioni riportate al tema dal giornalista brasiliano Pepe Escobar. Anche lui vede nell’evento eccezionale il “fatto che si sta implementando una nuova ed enorme zona che usa riserve alternative al dollaro Usa, bypassandolo”, e riporta che “Mosca sta lanciando la sua prima vendita di obbligazioni governative per un miliardo di dollari, denominata in Yuan. Mosca del resto ha messo ben in chiaro il suo impegno in una strategia a lungo termine che prevede la dismissione dell’uso del $ Usa come valuta principale nel commercio globale, posizionandosi a fianco di Pechino verso quello che potrebbe essere definito UN SISTEMA DI SCAMBIO POST BRETTON-WOODS.” . Quindi un evento eccezionale, di non poco conto nello scontro tra borghesie.

Anche Escobar, come gli altri specialisti, sottolinea il fatto basilare della convertibilità in oro dello Yuan per la riuscita dell’operazione, come elemento “essenziale in questa strategia”, in quanto garanzia di sicurezza per gli investitori internazionali.   

Escobar vede nel futuro uno Yuan, che nell’interesse cinese-russo, dovrà sostituire il $ per creare “un’enorme zona” euroasiatica sotto influenza cino-russa. UN CAMBIAMENTO EPOCALE, se questo riuscirà. Il tutto, nell’intenzione della borghesia cinese, attraverso il piano strategico del ‘One Belt One Road’. Escobar descrive minuziosamente in questo articolo l’ambizioso programma cinese della famosa ‘Nuova Via della Seta’:  Nel 2018, saranno messi a punto sei importanti progetti della BRI[Belt & Road Initiative-n.d.r] : la ferrovia ad alta velocità Jakarta-Bandung, la ferrovia Cina-Laos, la ferrovia Addis Abeba-Gibuti, la ferrovia Ungheria-Serbia, il progetto Melaka Gateway in Malesia e il potenziamento del porto di Gwadar in Pakistan. La HSBC [colosso bancario europeo –n.d.r] stima che la BRI nel suo complesso,  con la propria attività  genererà ogni anno non meno di 2,5 trilioni di dollari di valore addizionale.  È importante tenere a mente che la “Belt” nella BRI dovrebbe essere vista come una serie di corridoi che collegano la Cina orientale con le regioni ricche di gas o petrolio dell’Asia centrale e del Medio Oriente, mentre le “roads” presto serviranno a far arrivare l’oro scavato nelle miniere dalle regioni che le attraversano, grazie alle ferrovie ad alta velocità”.  Si può senz’altro aggiungere che non solo le infrastrutture sopramenzionate saranno “corridoi” per far giungere elementi energetici e oro all’imperialismo cinese, ma saranno anche i “corridoi” necessari sui cui far scorrere la vendita di industrie e grandi impianti da parte cinese verso i paesi asiatici citati in fase di forte sviluppo.

Di fronte a tutto ciò, l’imperialismo americano starà a guardare?

Escobar vede come prima contromossa Usa al Petro-Yuan la NSS (National Security Strategy) il documento governativo approvato dal congresso Usa in dicembre. Così Escobar: ”La NSS promette da parte sua di preservare “la pace con la forza”. Dato che Washington attualmente dispiega non meno di 291.000 soldati in 183 paesi e, nel solo 2017, ha inviato Operazioni speciali in non meno di 149 nazioni, è difficile sostenere che gli Stati Uniti siano un paese in “pace”, specialmente se la NSS cerca di canalizzare ancora più soldi verso il complesso industriale-militare”.

 

Ma Mauro Bottarelli nell’articolo del 27 ott. 2017: Fra 2 mesi la Cina lancerà il petro-yuan e gli Usa dovranno reagire: ecco l’unica notizia che conta” è ancora più esplicito sulle possibili reazioni americane:

“Possono gli Stati Uniti, intesi come complesso bellico-industriale di riferimento, accettare una sconfitta epocale simile? No!”    è la sua conclusione.

E prosegue: “E questo spiega sia l’attacco alla Clinton e a tutto il vecchio entourage democratico – compreso, per ora solo in parte, Barack Obama – da parte del Washington Post per i due vecchi scandali, e sia il silenzioso allargamento della fronda congressuale contro Donald Trump: dopo John McCain, ora è infatti il turno di Bob Corker, autorevole presidente della Commissione esteri e Jeff Flake di attaccare a palle infuocate il presidente, ritenuto “inadatto” a guidare la nazione e reo proprio di aver minato la leadership USA nel mondo”.

ROTTA DI  COLLISIONE:  enormi cambiamenti con conseguenze imprevedibili sono alla porta.. Esiste un mondo in movimento, da studiare, analizzare e descrivere, su cui poi doversi rapportare. L’introduzione del Petro-Yuan e la conseguente de-dollarizzazione non sono eventi da sottovalutare o ignorare. Se proseguiranno segneranno l’instabile futuro dello scontro tra capitalisti.



 

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IL TORMENTO DEI CONFLITTI MILITARI

AFGHANISTAN

UNA GUERRA SENZA FINE

-LA GUERRA QUASI DIMENTICATA-

 

 

FINITA UNA GUERRA ( SIRIA , IRAQ) CONTINUANO LE ALTRE. 

E’ LA NATURA DEL PROFITTO

 

 traduzione da "Der kommunistische Kampf" - gennaio  2017

 

 

Lo scontro tra capitalisti è incessante, continuo. Certamente è economico e finanziario, ma anche militare. L’obiettivo è sempre quello: il profitto, il guadagno.

La guerra in Afghanistan viene definita da molti “la guerra interminabile” o “la guerra invisibile”. E’ iniziata nel lontano 2001 quando le borghesie americana con al seguito quelle europee hanno invaso il paese. Più di un decennio prima, nel 1989 l’esercito dell’imperialismo sovietico si era ritirato dalla nazione dopo averla occupata militarmente nel 1979, permettendo così ai talebani qualche anno dopo, nel 1992, di prenderne il potere. I “talebani” طالبان come forma  di fondamentalista islamico provengono dai più noti “Mujaheddin” مجاهدين‎.  Entrambi hanno avuto origine dalle scuole coraniche istituite dall’Arabia Saudita in Afghanistan proprio durante l’occupazione russa su commissione Usa, perchè i giovani religiosi combattessero gli invasori russi concorrenti degli americani.

Nella lotta tra imperialismi, l’Afghanistan rappresenta nella visione dell’imprenditoria americana (e degli europei) un zona strategica, cruciale, da contrapporre alla futura potente emergente borghesia cinese, un bastione da erigere contro il temibile concorrente asiatico, dove insediare un governo-protettorato filoamericano fedele e costruire grandi basi militari anticinesi. L’occupazione dell’Afghanistan, è stata definita dai capitalisti la “guerra preventiva”, che assieme all’aizzare etnie o religioni o partiti (anche finti comunisti) perché combattano per abbattere governi “non amici” o “nemici”  è la normalità per le dirigenze del mondo borghese, non una rarità.  

Seguendo questa logica di importanza strategica di un Afghanistan anticinese, nel 2001 l’imperialismo americano ne ha appunto decisa l’invasione. Da allora come effetto ne è sorto un susseguirsi di guerra civile, con scontri militari, guerriglia, di battaglie definite “di bassa intensità” che perdurano  tutt’ora, visto che i talebani, ovvero gli studenti coranici voluti proprio dagli Usa per combattere i russi invasori, non si arrendono neanche al vecchio amico e finanziatore americano, adesso nuovo invasore.  

Nel nuovo governo afgano imposto da Washington come protettorato siedono adesso i componenti dei famosi “Signori della guerra”, cioè i comandanti delle etnie Tagiki, Hazara, Uzbeki che riuniti nell’“Alleanza del nord”  si sono sempre contrapposti ai talebani (etnia pashtum), e i vari presidenti che si sono poi susseguiti provengono appunto da questo ambito. E’ attraverso il nuovo governo che la borghesia americana tenta adesso di controllare la nazione e di usarlo come forza per sconfiggere la resistenza talebana. Il nuovo esercito afgano viene perciò istruito ed addestrato dalle nuove forze di occupazione occidentale perché arrivi a combattere del tutto autonomamente e consentire così  il ritiro delle truppe americane e alleati. Su questo progetto di futura totale autonomia militare afghana Obama nel 2015 aveva annunciato il ritiro graduale delle truppe americane.

 

 

 

 

Ma la resistenza di guerriglia talebana si è dimostra più forte del previsto, tanto che nel 2016 i governi Usa, Germania e Italia coinvolti nella guerra hanno deciso di aumentare di nuovo le diminuite truppe stanziate sul territorio. In questa situazione di forte instabilità e ostilità talebana l’anno scorso Trump ha fatto sganciare la famosa bomba “superbomba”. Sembra che i cunicoli su cui la bomba è esplosa siano le stesse gallerie che a suo tempo gli studenti delle scuole coraniche con l’aiuto degli americani avevano costruito, appunto per combattere i russi. 

 

Negli ultimi anni non solo la situazione afgana non si è rappacificata, ma in questa lotta tra borghesie altri attori si sono aggiunti. Nel 2015 anche i fondamentalisti dell’Is si sono inseriti nell’area combattendo anch’essi contro il governo filoamericano di Kabul e tutt’ora controllano una parte del territorio orientale afgano. Nell’insieme i rivoltosi – talebani e Is – padroneggiano, secondo le fonti, circa il 40% del paese, e sembra essere in continuo aumento. 

Pure l’imperialismo cinese (finto paese comunista) approfittando della situazione caotica è riuscito ad inserirsi economicamente, non militarmente. Le aziende cinesi posseggono tutt’ora una quota rilevante delle miniere di estrazione di metalli afgane, minerali di base utili per il poderoso sviluppo dell’industria del capitalismo cinese.

Vista la situazione, la guerra in Afghanistan si presenta perciò ancora molto distante dall’essere conclusa, a meno che le parti in causa non trovino un accordo, un compromesso, che possa andar bene a tutti. Questa guerra afgana, definita dalla borghesia  “preventiva”, conta un costo in vittime umane che è da stimarsi secondo Wikipedia, dai 140.000 ai 350.000 (senza parlare dei costi economici). Un massacro destinato purtroppo tragicamente a salire, massacro di vite che non crea però nessun problema alle borghesie coinvolte nel conflitto.    

Conflitti, conquiste, scontri, interessi, tutto questo appartiene al controverso sistema capitalistico. Le guerre sono la mano armata dei capitalisti per raggiungere i loro interessi. Per loro sono normalità, per le masse lavorative tragedie.

Pensare che tutto questo possa finire o risolversi spontaneamente è pura utopia. Solo un altro tipo di società può portare il cambiamento.


 

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GUERRA IN SIRIA:

SANGUINARIA SPARTIZIONE TRA BRIGANTI!

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IMMAGINIAMOCI UN BRANCO DI LUPI FAMELICI CHE SI AZZUFFANO              TRA DI LORO PER LA SPARTIZIONE DELLA PREDA!                          traduzione da "Der kommunistische Kampf" - novembre  2016

 

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Non che la “preda”, ossia la borghesia siriana, sia meno sanguinaria e brigante dei suoi aggressori! Ma questa volta tocca a lei essere sbranata dalle altre borghesie predone!

Tutte le fonti sono concordi sul fatto che la futura Siria dopo la guerra diventerà uno stato “federalista” suddivisa in diverse zone, regioni, un po’ come i cantoni svizzeri. Riportiamo una delle tante dichiarazioni: “Dopo la liberazione dai terroristi, Raqqa diventerà parte del sistema democratico federale di Rojava e Siria del Nord” (Gharib Hassou, rappresentante della Democratic Union Party curda della Siria nel Kurdistan iracheno”.

Osservando come sul campo si susseguono le azioni militari si capisce bene che tra i vari contendenti  (Usa, Russia, Turchia, attuale governo Assad, curdi e opposizione moderata)  ci sia già un accordo sulla spartizione del paese dopo la sconfitta definitiva del Califfato. Infatti nelle operazioni militari contro l’Is  e contro altre formazioni islamiste paramilitari integraliste (Al-Nusra) si nota un quasi totale accordo tra i belligeranti di non combattersi l’un l’altro, e si nota come ogni componente  militare (a parte qualche scontro) si accinga a conquistare la zona precedentemente concordata senza intromettersi nelle altre.

Sul quando la guerra finirà i russi addirittura si sbilanciano sussurrando che « l’Isis entro dicembre cesserà di esistere»  (Sergei Markov, ex deputato alla Duma di Russia Unita ed esperto di politica estera). E mentre gli europei nella battaglia per la liberazione di Aleppo da parte dei russi denunciano stia accadendo una“catastrofe umanitaria”, i russi ne vedono invece “un risonante trionfo di obiettivi strategici raggiunti” (Sputnik 19 ott. 2016).

Guardando come le forze si stanno dispiegando sul campo si intuisce abbastanza chiaramente quale sarà la futura spartizione “federalista” siriana:

 

 

-          - Una zona sotto controllo dell’attuale governo Assad (sostenuto dalla Russia) adiacente al mare e             che riguarda tutta la parte sud  e centrale della Siria.

-          - Una zona a nord controllata dall’opposizione moderata, sostenuta dalla Turchia.

-           -Una zona a nordest, tra il Kurdistan turco e il Kurdistan irakeno sotto controllo dei regionalisti                  kurdi, sostenuto da Usa e occidentali.

 

 

Russia: nel paese viene diffusa paura di imminente attacco atomico da parte Usa. Esercitazioni nei rifugi antiatomici per 40 milioni di abitanti.

Sempre  interessante è anche osservare come le borghesie manipolano, strumentalizzano nel proprio paese per il proprio interesse la questione Siria, come la situazione della guerra viene presentata,  fatta vivere alle proprie popolazioni a scopo politico interno.

Nei paesi  occidentali:  vengono mostrate le immagini di una Aleppo completamente distrutta dai bombardamenti russi (naturalmente non vengono mandate in onda le foto delle città dove gli occidentali bombardano) dove donne e bambini muoiono sotto le rovine della case e per mancanza di cibo e acqua, dove i russi impediscono agli aiuti

umanitari di raggiungere i cittadini sfiniti e morenti.  Si grida allo scandalo e alle condizioni disumane.

Anche l’esercito di Assad viene denunciato, assieme ai guerrieri Is e Jiadisti, commettere enormi atrocità tra le popolazioni ostili e qualche volta far uso anche i gas.

Putin figura essere il mostro cinico insensibile che permette tutto questo e lo persegue senza il minimo problema.

In Germania e Italia Putin non è particolarmente demonizzato, ma lo è di più in Francia e Spagna e tantissimo in Usa, tanto che si possono leggere notizie di cittadini normali talmente risentiti che vorrebbero con piacere sparargli.

 

Da parte russa. In Russia le vittorie in Siria dei militari russi e dell’esercito governativo di Assad vengono esaltate come grandi successi per riunificare il paese distrutto da una sanguinosissima guerra civile provocata dai briganti occidentali declinanti, soprattutto dagli  americani.

Qui il satana è Obama, che è preso di mira e demonizzato alla massima potenza. I media russi, con toni catastrofici, sostengono che le super brillanti vittorie militari russe in Siria potrebbero scatenare una 

controreazione americana (il motivo sarebbe perchè gli Usa non accettano di perdere)  causando il

possibile scoppio di una 3° guerra mondiale con bombardamento atomico sulla Russia. Insomma il mondo starebbe per entrare nel caos ancora una volta! Per cui 40 milioni di abitanti (incredibile!) sono stati mobilitati con esercitazioni nei rifugi antiatomici a causa di questa eventualità.

Ma qual è lo scopo nei vari paesi della demonizzazione strumentale del nemico?

Lo scopo è vecchio come il capitalismo!

In ogni nazione la borghesia, con i suoi supporter partiti e media, intellettuali, preti, ecc. cerca di creare un forte sentimento nazionalista, di difesa della patria. Questo forte sentimento patriottico deve servire a legare al carro padronale la popolazione, i lavoratori, in modo che sostengano la “nazione” che partecipa a queste sanguinose situazioni di guerre  (Siria, Iraq, Libia, Yemen, ecc.) dove centinaia di migliaia di persone perdono la vita e milioni di profughi si danno alla fuga, dove le distruzioni non si contano assieme a fame, disperazione, ecc.

In queste situazioni ripugnanti, ogni borghesia predona cerca di mostrarsi al proprio proletariato, (che è disgustato di quanto accade e  ne deve sopportare i costi sociali) come la parte buona della guerra,  quella giusta, quella che non fa niente di sbagliato, cioè la parte migliore esistente,  in cui il lavoratore (sfruttato) può sentirsi tranquillo e protetto.

 

In Russia i paesi emergenti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) vengono esaltati come portatori di pace e benessere.

La frase: “… viviamo in un continente portatore ed esportatore di pace, civiltà, grandi valori, democrazia, cultura, benessere, ecc…” quante volte noi europei  l’abbiamo sentita? Un’infinità di volte, ci esce ormai dalle orecchie. Naturalmente è riferita all’Europa, alla “nuova” Europa, all’Unione Europea, che avrebbe questo compito superiore, sublime, da esportare verso le altre nazioni retrogradi, arretrate e in certi casi anche brutali. 

Forse i sostenitori di queste tesi non sono al corrente che in tutto il mondo, all’interno di ogni nazione vengono diffusi gli stessi concetti.  Agli Stati Uniti va il top del sentimento patriottico, dove si sostiene che gli Usa sono il baluardo massimo della libertà, della democrazia, dell’ordine e della pace mondiale. Ma esattamente la stessa cosa viene detta con toni altisonanti anche nei paesi emergenti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, ecc.).  Così la rivista “Sputnik” del 18 e 19 ott. di quest’anno ci riporta come vengono divulgati in Russia:  “I Brics sono i garanti di un mondo multipolare”…“  I multimedia dell'Europa, in una medesima analogia servile, si trovano incapsulati nel loro declino esistenziale, mentre i loro omologhi cinesi sono i più ottimisti del pianeta quando esaltano l'ottavo vertice dei BRICS a Goa (India) e la loro aspirazione pacifica ad un mondo multipolare, mentre queste notizie sono boicottate in forma puerile dai loro colleghi occidentali”. Traducendo dal politichese: i paesi emergenti BRICS svolgono un ruolo di pace fondamentale nel nuovo mondo multipolare dove coesistono più nazioni, e i paesi Brics vedono il mondo con più fiducia rispetto agli occidentali che invece sono in declino. E tutto questo viene nascosto alle popolazioni occidentali dai loro media servili.

In Russia i paesi occidentali (Usa e Europa), come riporta “Sputnik”, vengono definiti “declinanti”, cioè in fase di decadenza. Ed è appunto per cercare di ostacolare questo loro declino-decadenza che stanno causando guerre in tutto il mondo: Siria, Libia,  e prima in Afghanistan, Iraq, ecc.

Come detto, ogni borghesia cerca di mostrarsi verso il proprio proletariato la migliore. Sono sempre le altre nazioni ad essere guerrafondaie, crudeli, bestiali.

 

La diplomazia tedesca si tiene con calcolo in disparte, in una posizione secondaria, sulle trattative di spartizione della Siria.

La Germania è legata all’imperialismo americano attraverso la Nato, ma ha anche ottimi rapporti commerciali e politici con la borghesia russa. Americani e russi sono però in contrasto in Siria e la borghesia tedesca non vuole incrinare i rapporti ne con uno, ne con l’altro. Perciò assume una posizione studiata di relativo distacco sia nel partecipare ai summit, sia per la sottoscrizione di documenti o proposte di spartizione della Siria.

Infatti, mentre troviamo un forte attivismo Usa, Francia, Inghilterra (a cui in ottobre si è unita anche la Spagna) contro la Russia, con continue proposte di risoluzioni Onu per danneggiarla, la diplomazia tedesca invece rimane nell’ombra.

Anche il tentativo della Germania, assieme a Francia e Gran Bretagna, al Consiglio dei Capi di Stato Ue di fine ottobre di porre delle sanzioni contro Mosca si è dimostrato essere nettamente di facciata. E’ bastato che il premier italiano Renzi si opponesse e la proposta di sanzioni è stata lasciata subito decadere.

Conclusioni.

Viviamo in una società capitalistica tormentata da guerre continue senza fine. Guerre del tutto inutili per l’umanità. Guerre che sparirebbero in una società dove i prodotti vengono suddivisi tra la popolazione per il benessere comune anziché essere venduti per trarne un guadagno. Guerre che hanno senso solo per i capitalisti, i ricchi, nella loro spasmodica ricerca continua di far soldi. 

 

ORGANIZZIAMOCI TUTTI ASSIEME! 

 


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-SCONTRO TRA BORGHESIE-

SIRIA: IL RITORNO  DELLA BORGHESIA RUSSA ALL’INTERVENTISMO MILITARE ESTERO

 

-DOPO LA LUNGA PAUSA DOVUTA AL CROLLO DELL’URSS-

                                                                                                                                                                                                                                                   traduzione da "Der kommunistishe Kampf" - aprile 2016

 

Era dall’invasione dell’Afghanistan (1979) e dal conseguente crollo dell’Urss (1991) che l’imperialismo russo non interveniva militarmente direttamente in un paese estero. Gli interventi militari russi in Cecenia del 1994 e del 1999 sono stati considerati come interventi sul proprio territorio, perciò non esterni.

Anche nello scontro militare in Ucraina dell’anno scorso il coinvolgimento dell’esercito russo non è stato diretto, ma  limitato all’ appoggio alle milizie ucraine russofone della regione del Donbass ribelli al governo centrale ucraino di Kiev.

Il crollo dell’Urss del 1991 aveva lasciato nel mondo un vuoto politico, economico e militare enorme, che le borghesie concorrenti alla Russia si sono subito mobilitate per colmarlo. 

I  primi che hanno approfittato della situazione sono stati i padronati europei e in special modo quello tedesco. Nazioni con le loro borghesie, come Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Croazia ecc. sono passate subito nell’ambito occidentale europeo, dove per loro si apriva la grande occasione di lucrosi  e lauti affari.

Ma anche il padronato americano non è rimasto a guardare, non si è lasciato scappare l’occasione per guadagnare terreno: nel 1990 interviene militarmente in Kuwait contro Saddam Hussein, nel 2001 invade l’Afghanistan tirandosi dietro le borghesie europee. Poi nel  2003 invade l’Iraq. Nel 2011, assieme ad alcune borghesie europee appoggia la guerra civile in Libia per rovesciare il governo filorusso di Gheddafi. L’anno dopo fomenterà, sosterrà ed appoggerà la guerra civile in Siria con lo scopo, anche qui, di rovesciare il governo filorusso di Assad.

La borghesia russa ha avuto bisogno di un ventennio per completare la ristrutturazione e ricostruzione della propria industria e finanza.  In questa situazione e per tutto questo tempo è rimasta paralizzata politicamente e militarmente.

In questo periodo, nel  2010, ha scelto di stringere un’ alleanza politica, economica e finanziaria con i paesi emergenti dei BRICS: Cina, India, Brasile e Sud Africa.

Adesso, con l’intervento militare in Siria, dimostra di essere di nuovo pronta a rientrare sulla scena mondiale e di svolgere attivamente il proprio ruolo imperialista.

 

Come detto, gli Usa assieme ad alcune borghesie europee ha tentato di rovesciare  il governo siriano di Assad  alleato dei russi.  Ma l’operazione  non è riuscita e si è creata una situazione di guerra civile d’empasse.

E’  a questo punto che il governo di Mosca coglie l’occasione di decidere di aiutare il proprio alleato siriano e di mostrare al mondo che è ritornato sulla scena per  difendere i propri interessi  e le proprie sfere di influenza.

Con il pretesto di combattere il Califfato dell’Is ha ottenuto il consenso americano ed europeo di poter intervenire  militarmente direttamente nel conflitto siriano, in appoggio al governo centrale di Assad.

Ma la tecnologia incredibilmente sofisticata impiegata dai russi nel conflitto ha sorpreso tutti: per colpire le basi Is in Siria sono stati lanciati, con estrema precisione, una miriade di missili da navi russe dalla distanza di ben 1500 km. Le navi, corvette Buyan, da cui i missili sono partiti, risultano essere di nuovissima tecnologia con una stazza (peso) di 1.000 tonnellate, anziché 10.000 come quelle americane. Anche gli aerei russi Sukhoi impiegati nel conflitto dispongono di tecnologie estremamente elevate.

Chi pensava che le armi russe fossero obsolete ha dovuto ricredersi velocemente.

Ma l’attivismo del governo della borghesia russa non si è limitato solo all’intervento militare. Putin è riuscito a far accettare ad Obama e ai presidenti europei, che al tavolo delle trattative per decidere il futuro della Siria partecipi anche il presidente siriano Assad, cosa che prima, Usa e UE rifiutavano categoricamente.

Naturalmente l’imperialismo russo, con il suo 3,5 di Pil (produzione) mondiale, non ha la forza economica e quindi  militare per pensare di avere un peso sugli equilibri nella spartizione capitalistica mondiale (cosa che invece economie come quella Usa, Cina ed Europa hanno), ma in quella regionale si! (per regionale si intende in est Europa e nella vicina zona del Medio Oriente). E lo sta facendo con tutta la sua forza e attività.

La Cina, cioè la borghesia (di stato) cinese, alleata ai russi nei Brics, li appoggia indirettamente e discretamente. Svolge il ruolo di non esporsi troppo nell’appoggio ai russi per potersi tenere la porta aperta per  eventuali contrattazioni con gli occidentali in caso insorgano problemi dovuti all’intervento militare di Mosca. Anche questo fa parte del gioco.

 

Lo scontro tra borghesie prosegue inesorabilmente. Basta saperle leggerle.

 

 

 



-SCONTRO TRA BORGHESIE-

 

COME POTREBBE ESSERE LA SIRIA DOPO LA GUERRA CIVILE?

                                                                                                                                                                                                                                            traduzione da "Der kommunistishe Kampf" - aprile 2016    

 

Per noi marxisti è estremamente importante seguire e analizzare la realtà quotidiana. Abbiamo la possibilità di entrare nel meccanismo di funzionamento del sistema capitalistico e di scoprirne e chiarirne tutti i suoi segreti.

Spesso, come ad es. la questione Siria, i fatti che fanno notizia e che suscitano scalpore fra la popolazione sono gli aspetti più tragici, crudeli e negativi del sistema. Sono fatti che , chi crede e sostiene la bontà del capitalismo vorrebbe sottacere,  nascondere. Sono però le catene industriali, bancarie, che con i loro giornali, tv, partiti, parlamenti, ecc. diffondono questi fatti e distorcendoli li mettono in risalto con lo scopo di arrivare a coinvolgere la popolazione al proprio carro, vale a dire il proletariato. 

All’approfondimento, come sempre, anche questi avvenimenti in Siria, mostrano tutta una serie di aspetti che alla popolazione non vengono detti. 

Come sappiamo, ed è sempre bene ripeterlo, alla base, che muove il tutto,  è un gioco crudele, perverso, che ha il suo punto di partenza negli affari, nell’ottenete il maggior guadagno possibile, nel diventare sempre più ricchi. Vi è una lotta tra le varie borghesie per andare alla conquista (o sottrarsi l’un l’altro) di nuovi mercati per aumentare gli affari, lotta che dagli esperti viene definita “lotta per la conquista di nuove sfere di influenza”.

Entriamo quindi nella specificità di questo increscioso fatto della guerra civile in Siria.

Le varie fonti riportano che sia i russi, sia gli iraniani e gli hezbollah, tutti alleati del regime siriano di Assad, sono convinti che Assad non abbia la forza militare sufficiente per poter riconquistare di nuovo per intero il territorio siriano, così come lo era prima della guerra civile. Lo hanno convinto perciò a ripiegare nelle zone ritenute difendibili e in queste zone di arroccarsi.

Lo smembramento del paese viene quindi dato come un dato di fatto. E questo un po’ da tutti i paesi che direttamente o indirettamente sono coinvolti nella guerra.

Tutta una serie di fonti prospettano che la possibile divisione della Siria potrebbe avvenire in 3-4 zone.

Una zona sciita con capitale Damasco, che rimarrebbe al governo in carica di Assad, situata nella regione centrale del paese adiacente alla costa marina, che coprirebbe un quinto dell’ex Siria e una popolazione di un terzo.

Una zona sunnita a nord nel territorio siriano, situato accanto alla Turchia, comprendente la città di Aleppo, sostenuta da Turchia, Arabia Saudita e Qatar.

Una zona a sud, sostenuta da Usa, Giordania e Israele.  E una zona curda accanto all’Iraq.

Ma come si stanno muovendo le varie borghesie in questo groviglio?

Gli iraniani, ritengono che la Siria, per i loro interessi strategici, sia un alleato fondamentale in quella zona e per aiutarlo gli hanno recentemente inviato a sostegno 10.000 soldati, spostandoli dall’Iraq e dall’Afghanistan.

Il governo della borghesia russa accettando lo smembramento della Siria, nella visuale, come detto, che il governo di Assad non potrà tenerla integra, ha proposto a Usa e UE di poter sostenere il governo 

centrale di Damasco anche militarmente nella lotta contro l’Is. In questa prospettiva, americani, europei e sauditi hanno trovato la cosa interessante ed hanno accettato. 

Ma per poter ottenere questo da Usa e Ue, i russi hanno giocato anche l’importante carta Germania.

Ci spieghiamo meglio: è noto che il governo della borghesia tedesca ha un rapporto privilegiato di buon vicinato con la borghesia russa. Ciò è dovuto al fatto che entrambi i padronati tedesco e russo devono gestirsi, se possibile in armonia, i paesi confinanti dell’est Europa, cioè gli ex paesi satelliti dell’ex Urss (Ucraina, Polonia, Romania, Jugoslavia, ecc.).

Questo rapporto privilegiato tedesco-russo lo si è visto particolarmente bene nella crisi della guerra civile in Ucraina. In quella situazione, mentre americani, francesi ed inglesi spingevano per una acutizzazione dello scontro armato contro i russi, anche facendo intervenire la Nato, il governo tedesco, per non rovinarsi il buon rapporto con i russi, si opponeva decisamente e impediva  qualsiasi aggravamento del conflitto, proponendo con fermezza una soluzione diplomatica della crisi. (vedere l’articolo “Ucraina: Merkel-Putin”” in “Der kommunistische Kampf”  aprile 2015). 

Putin, cosciente che l’imprenditoria tedesca vuole assolutamente mantenere un buon rapporto con i russi, sfrutta in continuazione questo vantaggio a suo favore  ed è riuscito anche in questa  crisi siriana a farsi sostenere da Berlino.

Infatti sul problema Siria, la posizione del governo tedesco è sempre stata più similare a quella russa, vale a dire, per una soluzione diplomatica della guerra civile siriana: Assad (filorusso) può rimanere momentaneamente in carica perché importante nella lotta contro l’Is, che a quella Usa-francese-inglese, che sono invece per l’abbattimento del governo Assad. E con il suo peso l’importante governo tedesco è  riuscito a convincere anche gli altri partner europei  e poi gli Usa ad accettare le sue posizioni. Ecco come illustra la situazione “Der Spiegel” il 24 sett. 2015:  “Guerra civile siriana: nuovo tono della Merkel riguardo Assad ”(…)  mentre “fino ad ora soprattutto gli Usa hanno rifiutato ogni collaborazione con il dittatore [Assad, ndr] e Washington ne esige la caduta, la Russia invece lo sostiene” (…) “la Merkel  nel vertice speciale di Brussel ha detto: ‘si deve parlare con molti protagonisti, tra questi ci deve essere anche Assad”. Traducendo: la Merkel sta dicendo che Assad non deve essere buttato fuori, deve rimanere e deve partecipare alle trattative. Si osservi bene: proprio le stesse posizioni dei russi.

Il governo della borghesia (di stato) cinese, che è alleato ai russi nei BRICS. Nella crisi siriana mantiene le stesse posizioni russe, divergendo dagli americani, francesi, inglesi e sauditi e non perde occasione per mettere in risalto come la Germania abbia una posizione più vicina ai russi e diversa da quella dei partner Nato.

 

Concludendo: la soluzione politica che sembra delinearsi in Siria sarà una cantonizzazione etnica del Paese. Basata su un decentramento molto avanzato delle zone. Vale a dire un governo federale con pochissimi poteri come quello svizzero, cioè un governo nazionale leggero per le macroaree, lasciando alle amministrazioni cantonali  le decisioni locali.

 

 

 

                            



-ACCORDO TTIP-

 

ACCORDO TRA LE GRANDI BORGHESIE AMERICANA E EUROPEE PER BATTERE LA CONCORRENZA CINESE.

UN PROCESSO INARRESTABILE!

 

PER FERMARE I PADRONATI BISOGNA FERMARE ILCAPITALISMO!

LA LOTTA PROLETARIA SE VUOLE ESSERE DI SUCCESSO DEVE ESSERE CONTRO IL CAPITALISMO,

PER UNA SOCIETA’ SUPERIORE!

                                                                                                                                                                                                                           traduzione da "Der kommunistische Kampf - giugno 2016

 

L’incontro tra Obama e la Merkel del 24 aprile a Francoforte per stabilire il proseguo  del trattato   TTIP  (Transatlantic Trade and Investment Partnership - l’Accordo Transatlantico per il commercio e gli investimenti) è stata l’occasione per numerosissimi gruppi per organizzare maxiproteste contro il futuro trattato.

Il motivo delle proteste è la convinzione che questo futuro accordo TTIP porterà grandi svantaggi all’Europa, svantaggi che riguarderanno settori dell’industria, i diritti dei lavoratori, svantaggi all’ambiente perché, si sostiene, le regole americane contro l’inquinamento sono meno severe rispetto a quelle europee. Naturalmente queste sono tutte supposizioni, perché numerosi altri specialisti affermano invece che il futuro accordo TTIP porterà moltissimi vantaggi. 

La grande borghesia americana e quella tedesca- europea comunque, con i loro governi Obama e Merkel, sono determinate a portare fino in fondo questa intesa, e velocemente. Dal loro punto di vista questo sarà un grandissimo accordo.

Ma cos’è che spinge così il padronato, qual è il vero motivo per cui si vuole arrivare a tutti i costi a questo trattato da loro definito “storico” e “strategico”?

All’approfondimento, i motivi come sempre sono ben altri da quelli che in pubblico vengono ampiamente pubblicizzati. 

Così spiegano Wagner e Wieland su “Der Spiegel” del 05.01 2015: ”La regione dell’Asia-Pacifico si dirige sotto la direzione cinese verso una gigantesca zona di libero scambio. Per gli europei si alza la pressione di concludere velocemente con gli Usa il controverso accordo TTIP” . Nell’articolo “La Germania ha bisogno del TTIP – adesso come non mai” Martin Greive su “Die Welt” del 06.10.2015 chiarisce ulteriormente:”L’accordo eseguito con successo del TTP suona per l’Europa come un segnale d’allarme: se anche l’Europa nel futuro vuole essere parte delle regole del gioco economico nel mondo ha bisogno di un forte partner strategico al suo fianco. Ha bisogno di un’unione economica con gli Usa. Ha bisogno del TTIP. Nonostante le proteste contrarie“.

Il concetto espresso dai giornalisti ci sembra chiaro: questo accordo TTIP deve stabilire di fatto un’alleanza. Un’alleanza che i grandissimi industriali e banchieri americani e europei devono stringere per prepararsi a fronteggiare quella che sarà la grande sfida del futuro: la concorrenza con la più grande potenza mondiale del domani: la Cina. Cina che conta come suoi alleati le borghesie emergenti dei BRICS: Brasile, Russia, India, Sud Africa.

Fra pochi anni (forse meno di un decennio) la borghesia di stato cinese diventerà la prima potenza economica del pianeta e pretenderà nel mondo di avere il “suo spazio”. 

Questo comporterà per i grandi industriali e banchieri occidentali enormi problemi di concorrenza per la

spartizione delle “sfere di influenza”, cioè la spartizione e l’accaparramento di nazioni sul pianeta dove vendere indisturbati le proprie merci, far affari e far soldi.

I grandi ricchi americani ed europei sono perfettamente consapevoli di questo futuro scontro, quindi già si predispongono, come detto, per fronteggiare il duro e inevitabile evento.

A poco interessa a loro dei piccoli vantaggi o svantaggi economici reciproci che l’accordo TTIP potrà portare l’uno o l’altro. Il futuro temibile nemico asiatico                     

da battere ha senz’altro la precedenza su tutto.

E’ ovvio che interessi di questa portata non li può fermare nessuno, neanche manifestazioni con milioni di partecipanti.

Esempi nella storia dell’ inutilità, dell’inefficacia, di enormi ingenue manifestazioni popolari non mancano. Come esperienza esemplare sotto agli occhi abbiamo le oceaniche manifestazione in Europa e in America contro la prima guerra mondiale nel 1914. Risultato: ZERO ASSOLUTO!

Poi abbiamo le enormi proteste in Europa e America nel 2002 – 2003 contro la guerra in Iraq e Afghanistan.                              

Anche queste totalmente ignorate e inefficaci. Le grandi borghesie  hanno proceduto nella guerra come se niente fosse.

L’unico evento nella storia che abbia sortito veramente qualcosa, che in questo campo abbia avuto successo, è stata LA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE DEL ‘17. RIVOLUZIONE CHE IN RUSSIA HA POTUTO FERMARE UNA GUERRA! Questo è l’unico esempio concreto su cui contare! Non bisogna mai dimenticarlo!

Quindi è chiaro: PER FERMARE LE DISFUNZIONI DEL CAPITALISMO, BISOGNA FERMARE IL CAPITALISMO!

Chi  è contro le terribili contraddizioni che questa società basata sugli affari causa e vuole battersi per eliminarle deve avere ben chiaro che questo è possibile solo dopo rivoluzioni che cambino il sistema stesso.

Perciò è solo lottando per una società superiore che si può essere incisivi contro il capitalismo.

Tentare di diminuire, alleviare, lenire, magari togliere, i problemi che il sistema crea è pura illusione, pura utopia, un sognare, come abbiamo constatato nel passato e come sarà per il futuro!

 

NOI CERCHIAMO ATTIVISTI INCISIVI PER UNA SOCIETA’ SUPERIORE! 

  

 

 



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