TEMI DI ATTUALITA' E

DEL PROSSIMO GIORNALE:

 

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GUERRE: PARTE INGRANTE DEL PERVERSO CAPITALISMO

 

LA CRUENTA GUERRA CIVILE IN ETIOPIA

Nel società del profitto: finita una guerra

ne inizia subito un’altra (se non due)

 

 

 

E’ addirittura un Premio Nobel per la Pace che conduce la sanguinosa guerra in Etiopia: il presidente Abiy Ahmed. E questo ci fa capire con quali superficiali criteri borghesi vengono assegnati i premi Nobel per la pace, criteri che hanno conferito il Nobel anche all’ex presidente americano Obama, responsabile di ben tre guerre: Ucraina, Siria ed infine in Libia. Non ci sarebbe da stupirsi se il prossimo Nobel venisse dato anche a Putin.

I socialmedia e il mondo politico parlano molto poco della feroce e spietata guerra civile in Etiopia, dove tra atrocità trovano la morte molte migliaia di persone, per la maggior parte civili. Questo per non rovinare l’immagine in Europa dei governi che stanno contrattando sull’illusione di un’impossibile pianeta capitalista ecologico più verde e meno inquinato

 

LE CAUSE DELLA GUERRA.

La causa della guerra civile in Etiopia è sempre la stessa: lo scontro per interessi affaristici. Interessi di affaristi locali etiopici che si intrecciano con gli interessi della grandi borghesie internazionali USA, Europa, Cina. 

L’Etiopia negli ultimi anni ha visto un forte boom economico grazie all’immissione di forti capitali cinesi. Sulla base di questo il nuovo presidente Abiy Ahmed ha portato dei cambiamenti radicali nella struttura politica del paese, modificando l’equilibrio della direzione dell’Etiopia, sempre gestita dall’etnia del Tigray e stabile da decenni, riducendo l’influenza nei posti governativi dei tigrini, più filo occidentali, a favore di altre etnie, soprattutto dell’etnia amhara, a cui esso stesso appartiene, e più filocinese.

La cosa non è stata accettata dalle dirigenze tigrine (e sicuramente neanche dai governi occidentali americano e di altri paesi europei, che vedono la loro sfera di influenza nella zona strategica del Corno d’Africa in continuo regresso, a scapito 

dell’espansionismo cinese) i quali con le loro milizie hanno dato inizio nella loro regione del Tigray nel nord dell’Etiopia ad una sanguinosa guerra civile contro le postazioni militari del governo centrale di Addis Abeba.

La controreazione del governo etiopico guidato dal Nobel per la pace Abiy non si è fatta però attendere ed da subito si è delineata  brutale e spietata. Si parla di crudeltà militari ed eccidi civili da entrambe le parti senza esclusione di colpi. Dimostrando ancora una volta come i capitalisti nel perseguire i loro interessi non si facciano tanti scrupoli nell’imporsi sull’avversario.

Al momento in cui scriviamo l’esercito del governo di Addis Abeba è in forte controffensiva sui ribelli del Tigray. Nessuno sa come andrà a finire. Certo è che nelle guerre, si sa sempre come si comincia, ma mai come finisce.

DEVASTANTI GUERRE: CHE PER I CAPITALISTI SONO COSA DEL TUTTO NORMALE, PARTE INTEGRANTE DELLA LORO POLITICA NEL RAGGIUNGERE  I PROPRI  INTERESSI.

Quindi anche la causa dei continui conflitti cosiddetti “locali”, “periferici”, va ricercata nella concorrenza, negli affari, nella ricerca del massimo guadagno. E’ ciò che succede oggi in Jemen, Libia, Siria, Sudan e adesso anche in Etiopia. Si aggiungerà a questo scempio anche e di nuovo la guerra in Ucraina?

Gli attivisti che si battono per un pianeta più verde dovrebbero riflettere più attentamente su questi terribili aspetti della società borghese commerciale.


 

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    4 dicembre 2021              Lotta Comunista:

  

Vinta la battaglia di Genova … persa quella europea.

 

                                                                     (articolo “Lotta comunista” novembre 2021)

                                                           (articolo “Der kommunistische Kampf” agosto 2019)


 

 

 

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IN AFRICA MUOIONO MILIONI

DI PERSONE PER COVID, CAUSA IL

RIFIUTO DEL GOVERNO TEDESCO DI

LIBERALIZZARE I VACCINI

 

 

Riguardante le vaccinazioni in Africa scrive la Süddeutsche Zeitung il 26 ottobre 2021: “Nel continente solo il 4,5% delle persone sono state finora vaccinate completamente. C'è mancanza di distribuzione e produzione di vaccini Covid-19". Una quota bassissima, minimale, se si considera che nei paesi altamente industrializzati i vaccinati oggi arrivano quasi al 90% in Spagna, in Italia o in Francia.  

Una DISCREPANZA FORTISSIMA quindi tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo. Il motivo risiede nel fatto che i paesi arretrati di vaccini non ne hanno, perché non hanno sufficienti risorse finanziarie  per potersi pagare la ricerca, indispensabile per arrivare a  sviluppare l’antivirus. Questa com’è noto, è costosissima.  

Visto la situazione disastrosa molte organizzazioni umanitarie internazionali hanno lanciato una estesa e forte campagna affinchè i governi dei paesi altamente industrializzati, e soprattutto i “democratici” europei, operassero affinchè i brevetti dei vaccini anti Covid siano liberalizzati in modo che i paesi arretrati possano produrseli da se, in loco, sopperendo così alla mancanza, vaccinare le proprie popolazioni, salvando milioni di vite.    

Ma l’opposizione delle case farmaceutiche (le BigPharma) si è delineata da subito forte e brutale. Asserendo che la liberazione dei vaccini porterebbe nei loro bilanci la perdita di miliardi. Ma  tacendo sul fatto che fino d’ora di miliardi con la vendita degli attuali anti virus ne hanno già ottenuti una marea. Esplicitamente palesando però che se anche come imprese operano nel settore sanitario, per loro vale più la legge del profitto che la vita delle persone.  

E per arrivare allo scopo le BigPharma come sempre, da insaziabili avvoltoi, si sono rivolte ai loro referenti:  i governi europei.   

Il ruolo fondamentale della Merkel. Come riportato in Europa dai giornali è stato proprio il governo tedesco che im primis si è distinto, che più mai si è

adoperato per sostenere gli interessi delle multimiliardarie BigPharma e impedire la produzione libera dei vaccini. Proprio il governo tedesco, con a capo quella che appare come innocua, la signora Merkel. Naturalmente sostenuta in toto del suo governo di democristiani e socialdemocratici, in cui Olaf Scholz, ora in corsa per cancelliere, ne era ministro delle finanze ed era totalmente d’accordo.     

La Merkel si è talmente prodigata ad appoggiare le case farmaceutiche contro la liberalizzazione dei vaccini che solo dopo diverse riunioni (non molto pubblicizzate) è riuscita a convincere (o a imporre)

a tutti gli altri governi europei la sua decisione, alcuni dei quali  erano scettici. Il risultato è stato che a seguito la Commissione Europea ha confermato il blocco dei brevetti e la situazione è stata messa a tacere, portando il tutto nel silenzio assoluto e ai sorrisi di convenienza ipocriti. 

Atroci sono però le conseguenze di questa decisione: la non liberalizzazione dei vaccini sta producendo nei paesi arretrati in Africa, Asia e in Sud America, milioni di morti, mentre le insaziabili BigPharma accumulano ulteriori miliardi (socialmente del tutto inutili).

E’ più che evidente che senza il determinante ruolo del governo tedesco probabilmente questo sconcertante risultato non sarebbe mai stato raggiunto, perché alcuni governi ne erano oscillanti. 

PIU’ MILIARDI IN CAMBIO DI VITE UMANE è stata la decisione di Angela Merkel e del suo governo. Un fatto gravissimo, ma evidentemente normalità (come le guerre) nell’establishment  del sistema capitalista.

TUTTO IL CONTRARIO di un governo “attento al sociale e all’umanitario”, come il governo tedesco vorrebbe apparire e si atteggia. Anche per i politici tedeschi quindi, fedeli servitori dei capitalisti, vale il principio: I SOLDI SONO PIU’ IMPORTANTI DELLA VITA UMANE.     

 

E’ QUESTA LA SOCIETA’ CHE VOGLIAMO?     

Ovviamente in Germania i social media stanno molto attenti a non divulgare questa sconcertante e repellente verità. Di proposito ne tacciono. Preferiscono condurre l’attenzione dei lettori su aspetti secondari e del tutto insignificanti, come per es. gli intrighi politici dei parlamentari, o promettere soluzioni ecologiche impossibili, o parlare di delitti, sport, moda. Ma pubblicizzare, scagliarsi conto questi disumani e inaccettabili fatti, questo no. Perché è ovvio, ne sono complici.

In Brasile il presidente Bolsonaro ufficialmente è stato incriminato dalla magistratura per “Crimini contro l’umanità” per aver trascurato e sottovalutato volutamente la Pandemia Covid causando diverse centinaia di vittime nel paese. Evidentemente nella “democratica” e “umanitaria” Germania e in Europa essere responsabili della morte di milioni di persone innocenti in Africa,  Asia, ecc, non viene considerato un crimine.

E possiamo senz’altro aggiungere che nei sporchi interessi capitalistici, sicuramente Scholz con il suo nuovo governo di verdi, liberali e socialdemocratici, al di là dei sorrisi televisivi di convenienza, silenziosamente e senza tanta pubblicità sosterrà e proseguirà su questa atroce e orrida strada. 


 

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IMPENNATA DEL PREZZO DEL GREZZO

L’AUMENTO DEL PREZZO DEL PETROLIO USATO DAGLI STATI UNITI CONTRO LA CINA?

 

 

 

Abbiamo sempre sostenuto (e sosteniamo) che il prezzo del petrolio non fluttua per caso, ma sono gli americani a determinarne l’andamento a livello internazionale. Lo stabiliscono assieme all’Arabia Saudita, il più grande produttore arabo di greggio, il quale per i propri obiettivi di potenza regionale nel Medio Oriente ha interesse a farsi sostenere dagli Stati Uniti, e in cambio ne esaudisce tutte le richieste geopolitiche.  

OBAMA - Che siano gli americani a decidere il prezzo internazionale del greggio lo si è visto chiaramente nel 2015 durante la trattativa USA sul nucleare con l’Iran, 

l’Amministrazione Obama per costringere le dirigenze iraniane ad un accordo favorevole agli Stati Uniti ha fatto scendere il prezzo fino a 30 Dollari al barile (vedere l’interessante articolo “Washington manovra il prezzo del petrolio contro Russia e Iran” “Der kommunistische Kampf” n° 28 – Novembre 2018), per poi ad accordo raggiunto lasciare il prezzo del petrolio di nuovo libero fluttuare.

TRUMP - Di seguito, durante l’Amministrazione Trump il prezzo del greggio è stato di nuovo fatto abbassare ad una media di 40 dollari al barile nella lotta di Trump contro Russia, Iran, Venezuela, paesi che si sostengono con i proventi dell’oro nero e nel mirino dell’ex estroso presidente americano.

BIDEN - Ora è l’Amministrazione Biden che sta spingendo il prezzo del petrolio alle stelle. Contro chi?  Contro la Cina,  è la nostra interpretazione-risposta.

Per capire cosa succede bisogna però andare a vedere qualche dato.

La Cina praticamente è un importatore quasi totale di petrolio, perché dal sul suo suolo per i suoi bisogni ne estrae solo una minima parte  (come riporta la tabella

sopra dei maggiori produttori – “Produzenten” - di grezzo). La Cina per il suo spiccato e veloce sviluppo economico ha estremo bisogno di energia, perciò deve importare petrolio, diventando il 2° consumatore mondiale dietro agli Stati Uniti (come la tabella accanto dei maggiori consumatori – “Verbraucher” - riporta). Quindi andandolo ad acquistare sul mercato internazionale, per la Cina l’aumento o abbassamento del prezzo del greggio può influire non poco sull’andamento della propria economia nazionale.

Un aumento notevole, altissimo, del prezzo di conseguenza non può che avere effetti negativi considerevoli e mettere in serie difficoltà sia l’economia (come attualmente succede) che rallentarne l’ascesa mondiale.

ANCHE L’ARMA DEL PREZZO DEL PETROLIO  può essere usata quindi nello scontro tra capitalismi e la borghesia americana sembra esserne molto consapevole di avere tra le mani un forte vantaggio, un potente strumento di lotta. Ed è ciò che, a nostro avviso, sta usando contro l’ascesa cinese.

In pratica: Trump contro l’imperialismo cinese usava l’arma dell’innalzamento dei dazi (peraltro ancora in uso) Biden combatte la Cina con il prezzo del petrolio facendolo schizzare alle stelle.

PIU’ IL PETROLIO SI  IMPENNA E PIU’ L’ECONOMIA CINESE ENTRA IN DIFFICOLTA’    è  la logica.

Se adesso a fine ottobre, con un prezzo del greggio a 82 dollari al barile la Cina è in affanno e a momenti deve sospendere la produzione di tutta una serie di mega fabbriche e si parla di rallentamento del PIL, si può  immaginare le conseguenze se il prezzo si impenna a 100 dollari al barile, oppure a 120 o 140 ! Per la Cina potrebbe trasformarsi in una catastrofe. 

Vedremo fino a che punto l’Amministrazione Biden spingerà sul prezzo.  

Gli Stati Uniti sono essi stessi anche grandi consumatori di energia petrolifera (è il 1° consumatore mondiale, come la tabella dei “consumatori” sopra riporta) ma a differenza della Cina, essi ne sono anche il 1° produttore mondiale (come la tabella dei “produttori” mostra). In pratica gli USA tra produzione di petrolio e consumo vanno quasi a pari. Su questa base, dove gli Stai Uniti con la propria estrazione di petrolio sono quasi autonomi, in questa situazione di forte e veloce aumento del prezzo, l’Amministrazione Biden può con le compagnie petrolifere che operano sul suolo americano, concordare (o imporre) un accordo di prezzo del greggio fisso, stabile non alto, in modo che l’economia americana non risenta degli enormi problemi derivati dal forte aumento del prezzo a livello internazionale, mentre il concorrente imperialismo cinese questo non se lo può permettere, non lo può fare.   

Di conseguenza la borghesia americana ne trae un forte vantaggio mentre l’imperialismo cinese ne viene danneggiato, e lo scontro tra imperialismi si acuisce.

Concludendo: il sistema capitalistico basato sulle lotte tra le borghesie in forte concorrenza tra di loro è un sistema che non può, non potrà mai trovare stabilità o pace, è chiaro. Oltre agli scontri economici-finanziari, alle guerre militari, alle crisi economiche o altro, anche il petrolio può essere usato come fattore destabilizzante in questo sistema caotico, imprevedibile.

Finchè una nuova società, superiore, non sostituirà il tutto.

 

L’ AUMENTO DEL PREZZO DEL PETROLIO SPINGE I GOVERNI VERSO L’ENERGIA NUCLEARE E A CARBONE.

CHE NE SARA’ DEL MOVIMENTO Fridays for Future?

 

 

72 miniere. L’imperialismo cinese in forte difficoltà per l’alto aumento del prezzo del greggio ha riattivato 72 miniere di carbone e alcune altre nella democratica Australia, in pratica disdicendo l’accordo sul Clima di Parigi a cui aderiva. La notizia viene riportata ancora una volta dai media europei, ma non da quelli tedeschi, che ancora danno pubblicità all’illusione di una possibile “energia verde” nel capitalismo, molto sentita nella mentalità tedesca, ma molto meno tra i giovani negli altri paesi.

L’ apertura delle miniere di carbone in Cina è un fatto che chiaramente contrasta frontalmente con le aspettative del movimento ecologico Fridays for Future, movimento ecologico creato di proposito dai social media come diversivo politico, con fortissima ed intensa pubblicità, portando sulle prime pagine di tutti i giornali europei la giovane ecologista Greta e di seguito il movimento Fridays for Future, per incentivare l’illusione che il pianeta può essere salvato dall’inquinamento causa le esalazioni di CO2 emesse dalle centrali a carbone. 

Ma quando i media dal niente hanno creato il “fenomeno Greta” e a seguito il “Fridays for Future”, il prezzo del petrolio, prodotto altrettanto inquinante, era a 40 dollari al barile e con questo prezzo, implicitamente, il petrolio poteva tranquillamente sostituire l’energia non prodotta dalle centrali a carbone.

Adesso però il prezzo del greggio è schizzato alle stelle, è raddoppiato, e 

anche oggi, come sempre successo nel passato quando il prezzo del petrolio è salito vertiginosamente, le molto più economiche centrali atomiche e a carbone vengono riconsiderate dai vari governi e dai socialmedia, vengono rimesse in uso e addirittura moltiplicate, con totale indifferenza sul problema cambiamento climatico tanto denunciato. E le critiche spariscono.  

E nella logica capitalistica succederà - visto che la situazione ora è radicalmente cambiata - che per i media, di proprietà delle grandi multinazionali e che divulgano la “loro” informazione, il movimento “Fridays for Future” può diventare scomodo. Per i politici continuare a sostenere il movimento giovanile ecologico che si batte strenuamente contro le centrali a carbone (ma anche contro quelle nucleari) può diventare controproducente. Perché con il prezzo del petrolio costosissimo, chiudere le inquinanti, ma economiche centrali a carbone e nucleari come contenuto nell’accordo di Parigi, significa per gli affari dei capitalisti perdere una montagna di soldi, e questo nella logica capitalista chiaramente non ha senso.

Quindi in questa nuova fase l’imperialismo cinese ha già cominciato a riaprire e ampliare l’estrazione del carbone e a ruota seguiranno anche le altre nazioni

che con l’obbiettivo del profitto, stanno già confermando con orgoglio il mantenimento delle centrali nucleari (delle quali ne era prevista la anche chiusura).

E’ perciò per il chiaro motivo sopradetto che riteniamo che per interesse la giovane Greta Thunberg e il suo movimento Fridays for Future spariranno dalle prime pagine dei notiziari, dove magari sarà dato più spazio ai benefici economici delle fonti energetiche finora tanto criticate.

Nell’analisi realista e non fantasiosa marxista il “Fridays for future” era solo la rincorsa a un’utopia – come tante altre utopie di un impossibile sistema borghese migliore. Il sistema  capitalistico funziona solo nella ricerca continua del massimo guadagno, anche se questo significa inquinare. E oggi, ancora una volta, è proprio il forte aumento del prezzo del petrolio che si incarica di disilludere i giovani ecologisti e portarli nella realtà capitalistica, facendo crollare il loro castello di carta di movimento giovanile sovranazionale. 


 

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LA GIOVANE GRETA COMINCIA AD INTUIRE L’IMPOSSIBILITA’ DEL SUO “SOGNO” VERDE.

 

In sempre più occasioni accusa i governi di impegni ecologici di “facciata”,

o di “fallimento”, o promesse “bla, bla, bla”.

Nella società capitalistica vige solo la legge del profitto, non di una società giusta, non corrotta, equilibrata, ecologica e sana.

Anche l’inquinamento e il degrado ambientale, così come lo sfruttamento, le tangenti, i superricchi, le guerre, le crisi, sono parte integrante del sistema, senza le quali i capitalisti non possono proseguire nella loro accumulazione di capitali.

Abbiamo sempre avvisato a gran voce, controcorrente, che il “sogno verde” della giovane Greta era solo, appunto, un “sogno”. Un’illusione. E di stare attenti a non cadere nella trappola dei media che enfatizzavano questa illusione (come nel passato tante altre ne hanno enfatizzato e poi cadute nel vuoto) e che prima o poi anche Greta si sarebbe resa conto dell’impossibilità del suo sogno.

E dalle sue recenti e continue affermazioni di rabbia e sfiducia sembra che la giovane attivista svedese cominci ad intuire qualcosa della grande messinscena che è stata costruita attorno a lei, montata dai media ad hoc sulla sua spontanea figura.  

Forse non ha ancora però afferrato che il cambio repentino di tutte le promesse ecologiche fatte dai governi per inebriare la moltitudine di giovani del Fridays for Future è dovuto al forte aumento improvviso del prezzo del petrolio. Che sta spingendo i governi, palesemente, a riconsiderare e rimettere in moto le più economiche fonti di energia di centrali 

nucleari e a carbone.  Virando all’opposto di quanto promesso nell’eliminazione dell’inquinante carbone e del pericoloso nucleare.

In questa totale svolta, addirittura, contraddicendo completamente quanto richiesto dal Fridays for Future, il presidente francese Macron e il governo inglese stanno considerando di etichettare come “energia verde” l’energia nucleare. Da non credere! 

Mentre la Cina ha riattivato tutte le sue miniere di estrazione di carbone (quasi un centinaio complessivamente) ed è in procinto di ampliarle. Una vera debacle per le prospettive anti degrado dei giovani ecologisti, ancora in forte mobilitazione dopo la pausa Covid.

 

Cosa aspettarsi nel futuro?

 

Più il prezzo del petrolio salirà, più i governi si indirizzeranno sulle altre e  più economiche fonti di energia, anche se inquinanti, è nella logica capitalista. I giovani ecologisti e Greta lo dovranno subire, non hanno scampo.

E se l’ecologista movimento Fridays for Future “disturberà” questa tendenza sicuramente i capitalistici media lo oscureranno o addirittura lo attaccheranno, come già sta succedendo con certe tv in Europa, che cominciano anche a screditare la giovane Greta.

Nel cinico gioco politico borghese delle strumentalizzazioni, per i loro scopi politici i media capitalistici hanno portato Greta alle stelle quando il prezzo del greggio era a 40 dollari al barile, dove allora l’illusione della chiusura nel tempo delle centrali a carbone e nucleari poteva apparire anche plausibile, ma adesso che la situazione è cambiata, cambia anche l’atteggiamento dei media, dei giornalisti, dei politici, e la giovane Greta, che critica aspramente i governi, può ritrovarsi improvvisamente dalle stelle alle stalle.

 

 

La storia è piena die queste strumentalizzazioni e manipolazioni politiche, e noi nella nostra esperienza politica ne abbiamo viste parecchie. Ora, purtroppo per lei, è il turno della giovane spontanea Greta. Vista l’esperienza meglio farebbe a prendere in mano e considerare l’analisi marxista, che gli può permettere di capire e intraprendere una lotta seria contro il capitalismo, per una società veramente ecologica e superiore.


 

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ATTENZIONE:

GLI STALINISTI USANO IL MARXISMO PER ARRIVARE ALLA STATALIZZAZIONE DELLA SOCIETA‘ CAPITALISTICA

 

SI DEFINISCONO FALSAMENTE GLI EREDI DI MARX E LENIN

E PER I LORO SCOPI USANO SEMPRE PAROLE MARXISTE.

 

 

         8 ottobre 2021

A STALIN NON INTERESSAVA MINIMAMENTE ARRIVARE AD UNA SOCIETA’ SENZA LEGGI CAPITALISTICHE – che sono la causa delle innumerevoli disfunzioni, spesso enormi, della società. Poiché è solo cambiando il metodo di vendita capitalistico dei beni prodotti dall’industria, passando dalla compravendita dei beni (com’è adesso)  alla ripartizione equa dei beni tra la popolazione (come deve essere in una società comunitaria superiore) e portando i produttori alla direzione della società che si potrà finalmente mettere fine all’agonia capitalistica.

A Stalin, come detto, arrivare a questo fine proprio non interessava. Non ce l’aveva neanche per l’anticamera del cervello! L’obiettivo di Stalin era invece far “grande la Russia”, cioè il capitalismo russo statalizzato.  

Con la morte di Lenin, sostituendolo alla direzione della nazione, Stalin con il determinante appoggio incondizionato di quello che allora era considerato il più influente rivoluzionario della Russia, Bukharin, inverte completamente la strategia della rivoluzione d’ottobre: da rivoluzionaria a controrivoluzionaria. Cioè comincia ad affermare (Bukharin lo aveva già accennato anche precedentemente) che “il socialismo in un solo paese è possibile”.

Tutt’altro dalla politica di Lenin. Lenin con i suoi bolscevichi aveva organizzato e poi condotto la rivoluzione russa con un solo, ufficiale e preciso scopo: iniziare la rivoluzione internazionale. Rivoluzione internazionale che sola poteva permettere di eliminare le leggi commerciali capitalistiche. Non poteva (e non può) assolutamente una rivoluzione in un solo paese impostare un tipo di società comunitaria senza concorrenza, le rivoluzioni quindi per conquistare un mercato molto vasto erano fondamentali se si voleva arrivare allo scopo. Anche Marx su questo è sempre stato molto chiaro.

Per questo preciso motivo Lenin e i suoi bolscevichi  assieme a tutti i rivoluzionari del mondo subito dopo la rivoluzione d’ottobre avevano costituito l’INTERNAZIONALE. 

 

 

Lenin: “Comunismo possibile solo dopo rivoluzione internazionale”

“ Quando abbiamo iniziato a suo tempo la rivoluzione internazionale, lo abbiamo fatto non perché fossimo convinti di poter anticipare lo sviluppo, ma perché tutta una serie di circostanze ci spingeva ad iniziarla. Pensavamo: o la rivoluzione internazionale ci verrà in aiuto e allora la nostra vittoria sarà pienamente garantita, o  faremo il nostro modesto lavoro rivoluzionario, consapevoli che, in caso di sconfitta, avremo giovato alla causa della rivoluzione e la nostra esperienza andrà a vantaggio di altre rivoluzioni".

                                                                                                           Lenin 1921

 

 

 

Quindi Lenin non ha mai avuto dubbi sulla rivoluzione internazionale ed è sempre stato chiaro.

Vista in questa visuale di inizio rivoluzione internazionale, con i lavoratori e i bolscevichi al potere a dirigere la società, la rivoluzione russa, come prima rivoluzione si trovava necessariamente in una situazione di FASE DI TRANSIZIONE aspettando le altre rivoluzioni  (come Lenin nelle citazioni costantemente ripete). Ciò significava essere costretti ancora ad essere sottoposti alle leggi capitaliste del commercio, della compravendita, i lavoratori ad essere pagati ancora a salario, avere le banche, il credito, e così via. E questo era ciò che avveniva in Russia. 

L’unica cosa che Lenin e i bolscevichi assieme ai lavoratori potevano fare in questa FASE DI TRANSIZIONE aspettando le altre rivoluzioni era: STATALIZZARE AL MASSIMO l’economia capitalistica russa. Perciò Lenin nelle sua numerose dichiarazioni precisa sempre che le statalizzazioni avvenivano in una società russa a direzione rivoluzionaria certo, ma ancora capitalista.

 

Lenin: “Il nostro capitalismo di Stato si differenzia assai sostanzialmente dal capitalismo di Stato dei paesi che hanno governi borghesi, proprio perché da noi lo Stato non è rappresentato dalla borghesia, ma dal proletariato, che ha saputo conquistarsi la piena fiducia dei contadini ”

   Lenin  “Lettera alla colonia russa nel nord America”  novembre 1922                   

Lenin: «L’espressione ‘Repubblica sovietica socialista’ significa decisione del potere sovietico di attuare il passaggio al socialismo, ma ciò non significa affatto riconoscere che l’attuale sistema economico è socialista»                      

                                                              Lenin in “Sull’imposta in natura”, 1921

Lenin: “Non si è trovato un solo comunista, mi pare, il quale abbia negato che l’espressione ‘Repubblica socialista sovietica’ significa decisione del potere sovietico di attuare il passaggio al socialismo (attraverso il capitalismo di Stato, “anello intermedio fra piccola produzione e socialismo”) ma non significa affatto che l’attuale sistema economico sia socialista”.

                                                                                       Lenin. discorso alla NEP, 1920

 

Quindi Lenin è sempre chiaro e molto preciso.

Ma dopo la sua morte queste statalizzazioni dell’economia per Stalin e Bukarin (entrambi evidentemente di profonde convinzioni nazionaliste) sono sufficienti e sono la scusa per poter affermare (mentendo) che “adesso la Russia è nel socialismo”, scontrandosi violentemente contro gli altri dirigenti bolscevichi Trotzkij, Zinoviev e Kamenev, che coerentemente e realisticamente affermano invece in linea con la strategia comunista e con Lenin, che si trattava solo di “transizione” e non “socialismo”.  

Per tutta una serie di motivi, di cui il più importante e determinante sarà la terribile e profonda crisi economica in cui la Russia rivoluzionaria allora versava, terribile crisi economica usata da Stalin e Bukarin per sostenere che era prioritario dedicarsi più alla ricostruzione della nazione russa (definita “socialista”) che alla rivoluzione internazionale, che Stalin e Bukarin riescono ad avere il soppravvento nel partito e nella società su Trotzkij, Zinoviev e Kamenev e altri, per poi come risaputo, farli eliminare anche fisicamente. 

 

 


 

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    24 settembre 2021

 

I media tendono a non screditare, non mettere in cattiva luce i politici della propria nazione, soprattutto se questi sono al governo, e soprattutto se si è in campagna elettorale dove è molto probabile che diventino cancellieri. Li elogiano invece e nascondono accuratamente alle grandi masse le negatività del loro passato.   

Ma i giornali delle altre nazioni non hanno questo problema e senza tanti scrupoli denigrano, danno risalto agli imbarazzanti fatti dei politici dei paesi concorrenti.

E’ ciò che sta avvenendo proprio con il candidato Scholz. In Germania osannato, all’estero criticato.

In Italia Scholz è nel mirino di uno dei più grandi quotidiani nazionali: il “Corriere della Sera”. E la radiografia politica che ne esce, descrive aspetti che Scholz, attuale ministro delle finanze nel governo Merkel e ora candidato a cancelliere per l’SPD e dato per favorito nei sondaggi, non vorrebbe sentire, ne rendere pubblici. Perché veritieri.

Nell’articolo “Elezioni in Germania: attenzione a Olaf Scholz!” del 7 sett. 2021 alla platea italiana il “Corriere della Sera” da così inizio alla presentazione del freddo calcolatore politico Scholz: Olaf Scholz è stato al centro di tutte le peggiori decisioni riguardanti la politica economica tedesca degli ultimi vent’anni”. Ed passa a spiegare: “Durante il secondo mandato del governo Schröder, tra il 2002 e il 2004, Scholz era segretario generale della SPD, incaricato di diffondere tra la base riluttante e ostile del partito l’Agenda 2010, ovvero il piano di riforme del mercato del lavoro e della previdenza sociale (…)  [l’Agenda 2010 – ndr] tagliava i sussidi ai disoccupati di lungo periodo e introduceva una serie di altre riforme che ebbero l’effetto congiunto di ridurre il costo delle retribuzioni in Germania (…) La Germania a quel punto divenne ultra competitiva e tentò di addebitare la crisi del debito sovrano alla sregolatezza fiscale. (…) Ebbene, Scholz contribuì ad architettare quella politica.

In pratica Scholz tra il 2002 e il 2004 come segretario generale dell’SPD, durante il governo Schröder (SPD-Verdi) era incaricato di persuadere e calmare la base dell’SPD che protestava vivamente contro la controversa legge definita “Agenda 2010” che introduceva severe penalizzazioni alla classe lavoratrice. Nel contempo Scholz cooperava nella politica governativa che attaccava la sregolatezza fiscale per giustificare il forte debito statale tedesco causato invece dalla politica.

Poi nel 2009 Scholz entra nel governo Merkel di grande coalizione CDU-CSU, SPD: “Nel 2009, durante la prima grande coalizione sotto Angela Merkel, Scholz fu tra i deputati dell’SPD che votarono a favore dell’introduzione di un «freno fiscale» nella costituzione (…) che precedette l’era di austerità che per poco non scardinò l’eurozona (…) All’epoca Scholz era il ministro del lavoro (…)  Ma Scholz si era sempre dichiarato un deciso sostenitore di questa scelta politica. (ibidem).

Scholz ora nel governo Merkel come ministro del lavoro, collaborò nell’imporre l’austerità europea, causa dei disastri sociali contro le masse lavorative di Grecia, Italia, Spagna

messe sotto accusa dal governo tedesco di essere loro le responsabili dei debiti statali. 

Nel 2011 Scholz diventa poi sindaco di Amburgo. Così la descrizione del suo operato del quotidiano italiano: Nel 2011 Scholz fu eletto sindaco di Amburgo, sua città natale. Il periodo della sua carica coincise con l’introduzione di un regime di tassazione finanziaria di recente giudicata criminale dalla corte di giustizia federale tedesca. La truffa consisteva in falsi rimborsi di imposte sulle plusvalenze derivanti da operazioni azionarie” (ibidem).

La dura critica a Scholz quindi continua impietosamente anche per il suo operato come sindaco di Amburgo. Definito come estremamente scorretto (tassazione finanziaria di recente giudicata criminale) e sfrontato.

Infine Scholz nel 2017 diventa ministro delle finanze nell’attuale governo Merkel. Prosegue l’articolo: “Successivamente, come ministro delle finanze, Scholz si addormentò al timone del paese quando emersero i primi sospetti sullo scandalo Wirecard” (ibidem).  

Spieghiamo: riguardo il default della società di pagamenti tedesca Wirecard - prima che lo scandalo emergesse con poi successivo crollo - Scholz viene accusato, come ministro delle finanze, di aver fatto finta di non sentire i gridi d’allarme (si addormentò) che provenivano da più parti, anche inglesi che avvertivano della truffa che la società tedesca stava perpetrando.   

 

Riassumendo. L’immagine di Scholz che ne esce dall’articolo del “Corriere della Sera” è chiaramente di un politico avvezzo senza tanti scrupoli all’attacco insistente contro i lavoratori e di continui giochi politici parecchio scorretti.  

Non male per uno che si definisce di sinistra (socialdemocratico) e dalla parte dei lavoratori. E che potrebbe diventare cancelliere (ora dato primo nei sondaggi).  Sarà questa la sua futura politica se verrà eletto cancelliere? è il grido d’allarme del giornale italiano.

I votanti non hanno mai la minima idea di chi votano. A loro vengono presentati dei candidati, dei partiti, che poi votano per simpatia, supposizione, o … speranza.

Sarà a campagna elettorale finita, quando il nuovo governo sarà formato, che i politici mostreranno la loro vera faccia. Ed è allora che emergerà come sempre la realtà, la contrapposizione sociale.

 

Scholz, Laschet, Baerbock, Lindner, Wissler, Chrupalla: nella visuale marxista tutti politici della borghesia, con diversi colori, diversi ruoli e proposte, ma che alla fine giocano tutti per i profitti dei capitalisti. Certamente non rappresentanti di chi li eleggono.  

Dopo le elezioni, come sempre, si uniranno armoniosamente in coalizioni, al di là delle false contrapposizioni e i falsi litigi in campagna elettorale. Si coalizzeranno per “il bene del paese”, il che significa per “bene degli affari” delle grandi compagnie multinazionali, delle banche e delle imprese. Esattamente com’è avvenuto con tutti i precedenti governi: Merkel, Schröder, Kohl, Schmidt, Brandt, ecc.


 

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ELEZIONI GERMANIA

Le promesse elettorali:

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LA BORGHESIA PRESENTA I SUOI PARTITI. CHE DEVONO CONVINCERE GLI ELETTORI CON “PROMESSE”

 

 21 settembre 2021

Si, funziona proprio così. Contrariamente a quello che si pensa, alle elezioni è la borghesia che presenta i partiti, i “suoi” candidati, tra i quali poi le persone devono scegliere chi votare.

Quindi come sempre, ha inizio la farsa della marea degli “impegni” - come mostra la tabella accanto. Naturalmente solo “promesse”.  

Per verificare che sono solo “vuote promesse” bisogna però ritornare nel passato per vedere tutte le “cavolate” che i partiti dei capitalisti nelle varie tornate elettorali hanno proposto - e che furbescamente dopo tacciono di non averle mai mantenute.

Prendiamo per esempio la Merkel. Erano questi i suoi impegni “forti” nella campagna elettorale del 2013 per vincere le elezioni: “pensione per le madri casalinghe, vari contributi per i figli, protezione contro l’aumento degli affitti”. “Forti impegni” perché a quel tempo queste

problematiche erano molto sentite tra la popolazione (come riportato sotto anche dalla Frankfurter Allgemeine) e la cancelliera ne approfittava per prometterne l’impegno così da raccoglierne i voti.

Qualcuno ha visto la realizzazione di qualcuno di questi “impegni”? NessunoAssolutamente niente

Eppure Angela Merkel è stata al governo per molti anni dopo, ma di questi “doveri” elettorali non ne ha più parlato e tantomeno affrontato alcuno. Com’è evidente e come sosteniamo, erano solo “vuote” promesse per vincere le elezioni.

 

Oppure come altro grande esempio possiamo prendere le “promesse” elettorali di un altro grande famoso cancelliere dei governi tedeschi: Schröder dell’ SPD.

Nel 1998 come candidato, in campagna elettorale erano state queste le sue altisonanti proposte: “Lotta serrata alla disoccupazione (allora – riportano le cronache - il problema era sentito al massimo) e come inizio governativo avrebbe creato 100.000 posti di lavoro nei primi 100 giorni del suo insediamento; Taglio alle tasse con riduzione della quota minima dal 25,9% al 15%; Raddoppio in 5 anni degli investimenti per l’istruzione; Lotta contro la povertà sociale, contro il lavoro nero, contro gli abusi di lavoro, più aiuti ai disoccupati; Aumento delle pensioni in prospettiva di una vecchiaia dignitosa; Alle famiglie aumento degli aiuti e degli assegni famigliari.”  Nobili intenti per prendere voti.

Ma vinte le elezioni, arrivato cancelliere, Schröder con lo slogan “la Germania deve fare le riforme” cambia subito musica e stravolgendo completamente quanto promesso 

in campagna preannuncia l’inizio invece di un’era di “rigida austerità”Questi i suoi seguenti noti disastri sociali: “oltre alla mancata riduzione della disoccupazione: 

robusto taglio delle spese sociali; Taglio dell’assistenza sanitaria; Aumento esponenziale del lavoro precario con l’esplosione dei contratti a termine sottopagati, aumento del lavoro interinale e introduzione dei lavori “mini-Job” causa dei noti massivi problemi per i lavoratori; Introduzione del famigerato Hartz IV; Lotta contro i contratti nazionali per diminuire il peso dei sindacati nella contrattazione con i padroni; Innalzamento dell’età pensionabile e peggioramento delle pensioni; e così via”.  Una vera debacle per i lavoratori e una manna per i padroni, con l’effetto di aumentare non poco la sperequazione sociale e la forbice tra ricchezza e povertà. Brutali misure contro i lavoratori – chiaramente tutto il contrario di quanto promesso in campagna elettorale - tanto che a Schröder i sindacati gli avevano accollato l’appellativo di “compagno dei padroni” (Genosse der Bossen), anzichè “compagno” come lui come uomo di “sinistra” amava definirsi. 

 

Ma anche molto istruttivo è confrontare gli impegni elettorali dei Verdi (Die Grünen), che poi giungendo al governo, cos’ hanno fatto.   

Com’è noto Die Grünen sono stati nell’ esecutivo Schröder per 7 anni, dal 1988 al 2005, in coalizione con l’SPD. Il tema forte allora degli ecologisti era la lotta contro il nucleare, lotta per la pace, contro l’inquinamento. E ovviamente, per farsi votare, queste erano state le loro posizioni elettorali di punta nel 1998 “per il miglioramento sociale e una società più giusta”.

Cos’è invece accaduto una volta giunti al governo con il cancelliere Schröder? Sul tema ecologico era stato fissato l’obiettivo di chiudere le centrali nucleari entro il 2010 e, per agevolare i costi per il passaggio all’energia verde, era stata introdotta una tassa (esattamente come viene proposto oggi). Risultato finale: delle chiusure delle centrali nucleari non se n’è fatto niente, ma la “tassa ecologica” sulla benzina quella invece si che è rimasta. Per quanto riguarda il mantenimento della “pace” Die Grünen (i Verdi)  nel governo Schröder hanno dato il loro consenso per la partecipazione della Germania alla guerra in Kosovo (1999) e quella dell’Afghanistan (2001).

Anche qui l’ennesima conferma di come gli impegni elettorali siano solo favole con il solo scopo di prendere voti.

E non è che questi esempi - Merkel, Schröder, Die Grünen - siano eccezioni. Assolutamente no. Questo nel mondo politico capitalistico è normalità totale. E la messinscena  elettorale non è una specificità riguardante solo la Germania nei partiti di centro, di sinistra o di destra, ma accade ovviamente regolarmente anche in Francia, Gran Bretagna, America, Cina, Russia, cioè in tutte le nazioni. Non può essere diversamente in una società dove i politici di nascosto lavorano realmente per i capitalisti.  

Bisogna aver molto chiaro questo meccanismo manipolatorio, per capire. 

 

LO RIPETIAMO DA SEMPRE: NEL CAPITALISMO LE PROMESSE ELETTORALI SERVONO SOLO PER PRENDERE VOTI, NON PER ESSERE MANTENUTE.

I BENEFICI SOCIALI I LAVORATORI LI HANNO SEMPRE CONQUISTATI CON LE DURE LOTTE.

IL PARLAMENTO POI, CON I VERI GOVERNI, SI E’ SEMPRE INCARICATO (a conferma del suo ruolo capitalista) DI ERODERE, DI DIMUNUIRE LE CONQUISTE SOCIALI (peggioramento delle pensioni, aumento del lavoro precario, frenare l’aumento agli stipendi, libertà di licenziare, più tasse, meno protezioni sociali, e così via) E DI PORTARE LE MASSE NELLE GUERRE.


 

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FRANCIA – in giugno si sono svolte le elezioni regionali:

HA VOTATO SOLO UN TERZO DEI VOTANTI!

Le masse proletarie francesi non sono andate a votare, percependo il voto come sceneggiata, solo chiacchiere.

 

GRANDE PREOCCUPAZIONE TRA LA BORGHESIA EUROPEA

 

 

 

  17 settembre 2021

 

Le citazioni che riportiamo dai vari giornali europei rendono chiara l’dea dello stato d’animo degli organi della borghesia europea di fronte a questa catastrofe di partecipazione elettorale delle masse francesi.

“Trenta milioni di astensionisti e qualche lezione” … “È una testimonianza di un'indifferenza, o addirittura di una disaffezione alla vita politica?” … “Due francesi su tre (66,7%) non hanno votato domenica. Mai un voto ha mobilitato così poco gli elettori sotto la Quinta Repubblica” … “Gli under 35 (82%) e le classi lavoratrici (72%) sono stati particolarmente smobilitati, secondo un sondaggio Ifop-Fiducial” (LE FIGARO - 21 giugno 2021)

 

 

« Vengo a votare, ma è inutile", ha detto Hugues Hubert, 66 anni, un operaio dei trasporti in pensione con una maglia da calcio sulle spalle, i cui tre figli non andranno alle urne »…« Una profonda crisi della democrazia locale » (RADIO-CANADA - 27 giugno 2021)

 

« Gli appelli dei politici erano suonati quasi come suppliche nell'ultima settimana, ma non sono stati ascoltati. Anche nel secondo turno delle elezioni regionali la grande maggioranza dei francesi non ha votato. Il numero di non votanti ha raggiunto un record del 66% » … « Marlène Schiappa (membro del partito di governo La République en Marche, ministro associato e candidato fallito nella regione Île-de-France) per esempio, ha parlato di una "grande lezione di umiltà" che i risultati hanno tenuto» «Jordan Bardella, vicepresidente del Rassemblement National (RN) (…) ha detto che la bassa affluenza è un "fallimento per tutta la classe politica» (Süddeutsche Zeitung - 27 giugno 2021)

“Quando due elettori su tre restano a casa, diventa difficile anche solo parlare di «democrazia rappresentativa»… “Questo voto, o non-voto, rappresenta la bocciatura di un intero sistema politico” … “Senza capire fino in fondo che ci troviamo di fronte a un vero e proprio cambio di paradigma della politica europea, di proporzioni non dissimili dal terremoto che portò sulla scena le forze populiste, ma di segno inverso” … “Si tratta dunque di un vuoto della politica”  (Corriere della Sera - 28 giugno 2021).

Non è “un vuoto della politica”, ma nella visuale marxista una preziosa presa di coscienza della realtà di un voto che non serve a niente.

E’ Marx nel suo approfondito studio della società capitalista, che ripetutamente afferma le elezioni non siano nell’interesse dei lavoratori, ma un trucco dei dominanti capitalisti, per dare l’impressione alle masse sfruttate di svolgere un ruolo politico nella società borghese nel dirigere l’esecutivo.

E l’astensionismo in massa dei giovani e i lavoratori francesi porta alla luce questa realtà, realtà che da molto dolore ai manipolatori delle masse, portando qualcuno di loro, disperato, ha parlare addirittura di “sabotamento” delle elezioni. Ma certamente non vi è stato nessun “sabotamento”, ai lavoratori francesi sta diventando invece lentamente chiaro che il sistema parlamentare non li rappresenta, non è nei loro interessi, è tutt’altro.

Noi naturalmente condividiamo la realtà espressa dall’analisi marxista, e nel nostro sitoweb “Der kommunistische Kampf”, nelle “Nostre posizioni” nel capitolo “Parlamento strumento della borghesia per il controllo sul proletariato. Astensionismo tattico”  riguardante in generale la partecipazione al voto scriviamo: 

“Si sta notando però che sempre più lavoratori istintivamente percepiscono questa discrepanza, questo inganno e come nei decenni il numero dei votanti stia sempre più calando”. La forte astensione all’attuale voto regionale francese segue quindi questa tendenza.

E’ ovvio, il parlamento serve solo da copertura agli interessi dei capitalisti, non altro. E i proletari francesi dopo le loro recenti forti e intense lotte, istintivamente se ne stanno accorgendo.

Nelle battaglie politiche i francesi, in quella che è la ruota della storia, sono sempre stati all’avanguardia, le loro lotte hanno poi sempre caratterizzato il futuro: prima con la grande Rivoluzione Francese, poi il ’68, recentemente le intensissime lotte sociali e ora l’astensionismo dal parlamento.

Non possiamo che solidarizzare con la tendenza francese di presa di coscienza dei giovani e lavoratori francesi, anche se sappiamo molto bene che molti loro alla prossime elezioni riproveranno nel tentativo dell’illusione di ottenere qualcosa dal voto e andranno a votare.

 

La tendenza storica alla presa di coscienza però è segnata.


 

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CAPIRE I “TRUCCHI” DI “TATTICA SOCIALE” DELLA BORGHESIA

 

LA TATTICA PROGRESSISTA

DEI PARTITI BORGHESI

 

DIRITTI - ECOLOGIA – PACIFISMO – PARITA’

UOMO-DONNA – STOP CORRUZIONI - ecc

 

                                 TUTTI PROBLEMI REALI DEL SISTEMA CAPITALISTICO, MA CHE NON POSSONO MAI ESSERE RISOLTI IN QUESTA SOCIETA’. 

                         VENGONO PERO’ RIPRESI PERIODICAMENTE DAI MEDIA NEI DECENNI E USATI COME “DIVERSIVI” COSI’ CHE LE MASSE

                                 PROLETARIE NON PENSINO AI PROPRI PROBLEMI LEGATI ALLO SFRUTTAMENTO E NON LOTTINO PER QUESTO.  

 

      18 agosto 2021

 

L’1 per cento della grande borghesia che domina l’intera società cerca di dare l’impressione alle masse proletarie, che sfrutta, di essere dalla loro parte. Con i suoi partiti, il parlamento, i suoi media, gli intellettuali, i professori, il clero, ecc. fa finta di raccogliere, farsi carico di una parte dei problemi prodotti dal controverso e corrotto sistema capitalistico. Problemi che le masse ignare devono subire e contro cui potrebbero reagire. Ovviamente nelle denuncia delle contraddizioni sociali i media non parlano mai dello sfruttamento che i lavoratori devono subire quotidianamente, producendo plusvalore. Plusvalore su cui si base tutto il sistema del capitale e che causa tutti i contrasti esistenti e fa diventare i ricchi sempre più ricchi. Se la società superasse il problema strutturale del plusvalore, i capitalisti sparirebbero e la società supererebbe tutti i suoi limiti e si eleverebbe a società superiore nel segno del benessere e dell’equilibrio, a cui tutti aspirano. Ma ovviamente di questo i media e i politici non ne vogliono mai sentire parlare. Anzi, negano con tutte le loro forze il fatto che esita uno “sfruttamento” il quale rappresenta il vero motivo di tutti le difficoltà del sistema facendo diventare i ricchi sempre più ricchi. Sviano l’attenzione invece concentrando l’interesse politico delle masse (sfruttate) su un possibile miglioramento della società capitalistica stessa.

Perciò nelle varie nazioni si diffondono partiti progressisti o della sinistra borghese (che si contrappongono ai partiti conservatori e razzisti) che a piene mani promettono una società capitalistica migliore, armoniosa, quasi senza problemi e accetti necessariamente i capitalisti.

 

LA TATTICA PROGRESSISTA COME DIVERSIVO

Come detto, la borghesia ha proprio bisogno di tener sempre occupate mentalmente-politicamente le masse proletarie che sfrutta, in modo che queste non capiscano cos’è veramente il sistema capitalistico e che reagendo lottino continuamente contro i capitalisti, lo sfruttamento, contro il lavoro precario e intensivo, contro il supersfruttamento degli immigrati, contro le guerre, contro i superricchi, ecc. Perciò i mezzi di informazione supportati dai partiti hanno proprio il compito di creare periodicamente diversivi politici-sociali così da spostare l’attenzione su qualcosa che dimostri non siano i capitalisti responsabili delle contraddizioni e dei disastri sociali. 

Questi diversivi durano in genere qualche anno e poi si esauriscono. L’informazione e i media borghesi devono però poi subito crearne altri.  

Per chiarire di cosa stiamo parlando, elenchiamo alcuni di questi “diversivi politici-sociali” tra i più popolari, succedutisi negli ultimi decenni, così da capire come agisce la tattica borghese.

 

ANNI ’90 - IL DIVERSIVO ECOLOGICO: In questi anni una delle grandi tematiche che coinvolgono fortemente l’interesse dell’opinione pubblica è l’ecologia, che in questo periodo prende l’aspetto del pericolo del nucleare. Le piazze europee e americane si riempiono di continue manifestazioni, proteste, scontri, sit-in, ecc. per protestare contro le centrali nucleari. I media parlano di come il problema sia grave e di come possa essere risolto. A fine anni ’90 arriva al governo in Germania Schröder, con una coalizione Socialdemocratici-Verdi, che prende in carico il problema. La promessa che viene fatta è che nel paese entro un decennio tutte le centrali nucleari verrebbero chiuse e sostituite da energia “pulita-ecologica”. Son passati più di 20anni dalle promesse fatte, e ad oggi quasi nulla è cambiato. Le ultime notizie danno che la dismissione del nucleare è stata spostata nel 2035 (o forse dopo – non si capisce bene dalle fonti). Perciò per anni le masse sono state illuse, inebriate, sono state coinvolte nell’obbiettivo che “l’ecologia verde” sarebbe stato il futuro. Non è successo nulla, come tutti possono vedere, è stato solo un trucco, un’illusione-diversivo. I grandi movimenti ecologici protestatari di allora oggi non esistono più e di quelle grandi proteste adesso non ne parla più nessuno.     

 

NEL 2003 – IL DIVERSIVO PACIFISTA CONTRO LA GUERRA: altra sbornia sociale  (molti attivisti di sinistra se la ricordano ancora bene ) - Con il rifiuto e l’astensione (per motivi tattici) del governo tedesco (in questo periodo è in carica il 2° governo Schröder, sempre con l’SPD-Verdi) di partecipare alla guerra di Afghanistan voluta dagli Usa con Bush presidente, si sviluppano e espandono velocemente in Germania, promossi e incoraggiati intensivamente dai grandi mezzi di informazione e dai partiti per sostenere la decisione governativa, enormi movimenti pacifisti, che organizzano immense proteste di piazza contro la guerra per la pace, con centinaia di migliaia di partecipanti entusiasti. Vengono illusi dai media che basta fare delle grandi manifestazioni di massa per fermare le guerre. Dopo un primo momento di grande fervore collettivo, lentamente con il tempo queste grandi manifestazioni si esauriscono e … spariscono. Ma le guerre no, come tutti sappiamo, queste invece sono rimaste e continuano senza tregua, con i noti disastri. Adesso di mobilitarsi contro le guerre non ne parla più nessuno, ma allora le masse euforiche coinvolte dai media e guidate dai politici erano estremamente convinte che avrebbero costituito qualcosa di grande per la pace. Ovviamente il diversivo pacifista era solo un altro grande abbaglio collettivo, montato apposta per sostenere il governo. Ora quegli enormi movimenti pacifisti non esistono più. E al contrario di quanto allora lottato e promesso, di recente il governo tedesco ha partecipato alla guerra in Siria, e sta aumentato velocemente anche il suo armamento militare. 

 

 

ANNI 2010 e seguito - DIVERSIVO SCANDALI CORRUZIONI: Naturalmente nella società capitalistica tedesca gli scandali ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Ma in Germania esiste la caratteristica che la stampa tende di solito a nasconde le corruzioni, gli imbrogli, ecc. cioè gli aspetti negativi riguardanti le dirigenze politiche e imprenditoriali della nazione. Ma in questo periodo, anni 2010 e seguito, succede qualcosa di diverso: i media nella Bundesrepublik inscenano enormi campagne mediatiche scandalistiche contro le corruzioni, le deviazioni, ecc.. Di tutti i generi. Ne citiamo alcune per dare l’idea: dallo scandalo “preti pedofili” nel’aprile 2010, lo scandalo “corruzioni nel calcio” nel giugno 2010, allo “scandalo Diossina” nel dicembre sempre dello stesso anno. Nel gennaio 2012 riesplode di nuovo lo scandalo “Preti pedofili” e nel giugno dello stesso anno è la volta dello scandalo “corruzioni nei servizi segreti”. Nell’agosto 2013 è il turno della “corruzione di funzionari greci per la fornitura di attrezzature per sottomarini” da parte della grande azienda tedesca ThyssenKrupp. Nel marzo 2014 è la scandalo “mazzette” del produttore di autocarri e autobus ”Man” a tenere alta l’attenzione sociale. Poi nel 2015 c’è il grande scandalo “dell’imbroglio dei gas di scarico” della Volkswagen. E così via.     

 

 

Il senso di questa forte operazione scandalistica di denuncia, di lotta aperta dei media contro la corruzione, è stato, a nostro avviso, dare l’impressione, per un momento, alla popolazione di fare “pulizia” nella società tedesca, di “estirpare” il malaffare, per “edificare” una società migliore. Ma oggi tutti possiamo constatare che nonostante ciò in Germania in realtà le truffe delle banche continuano incessantemente, gli imbrogli imprenditoriali e le corruzioni politiche non si sono mai fermate. Che in realtà nulla è cambiato e non è stata edificata nessuna “società migliore”. Anche qui possiamo osservare l’ennesima tattica borghese di sviamento nel cercare di creare un’illusione di una società capitalistica “credibile”.   

 

ANNI 2014 E SEGUENTI – DIVERSIVO ANTIJIADISTA. In questi anni, in seguito alla guerra in Siria e Iraq guidata dagli americani con a seguito le borghesie europee, e come controreazione il formarsi dello “Stato Islamico” in quei paesi mediorientali, parte nei paesi occidentali, Germania compresa, un’assordante campagna mediatica contro i fanatici islamici del “Califfato”. Lo scopo contro i Jihadisti, è creare una giustificazione per le azioni militari che le nazioni occidentali in quella zona conducono, con tutti i disastri e i morti che queste producono. Anche in questo caso il bombardamento mediatico è estremamente intenso e continuo, così da coinvolgere le masse. Nessuno dei media parla però dei grandi interessi che le imprese delle potenze imperialistiche occidentali in quella zona del Medioriente petrolifero hanno, che le guerre sono state causate proprio dai capitalisti occidentali per spartirsi la torta petrolifera. L’attenzione mediatica sociale viene concentrata sui crimini dei jihadisti, ma si dice ufficialmente poco niente che i due conflitti causano centinaia di migliaia di vittime civili innocenti - donne, bambini, anziani - stragi definite dai media “effetti collaterali”. L’intensa campagna antijihadista finisce poi quando lo “Stato Islamico” viene sconfitto.  

 

NEL 2016 – DIVERSIVO: CONTRO LE MOLESTIE ALLE DONNE.  Con il presentarsi di Trump alle elezioni americane del 2016, i democratici e le grandi multinazionali USA a lui avverse, visto che il candidato Trump è accusato da alcune donne di averle molestate, inscenano in USA una mastodontica campagna mediatica contro gli abusi sulle donne nell’intento di fargli perdere voti e quindi perdere anche le elezioni presidenziali. L’imponente campagna contro gli abusi alle donne attraversa l’Atlantico e raggiunge l’Europa. Dappertutto nascono dal niente movimenti femministi come il MeToo di stampo ’68 che riempiono le pagine dei giornali e dei notiziari. Ma il Tycoon viene eletto comunque, e la tematica lentamente si smorza e oggi non ne parla più nessuno.  

 

NEL 2018 – EMERGE DI NUOVO IL DIVERSIVO ECOLOGIA. Si, nel 2018 i media, incuranti del flop avvenuto nei primi anni 2000, rinsegnano il diversivo ecologico. Nel nuovo sviamento ambientalista questa volta creano dal nulla una Superstar, la giovane Greta. Lo scopo mediatico è sviluppare un movimento giovanile “verde” sullo stile degli anni ’80-90. Il movimento anti degrado ambientale creato e ora guidato da Greta, grazie ad una fortissima pubblicità dei mezzi di informazione si espande velocemente in tutta Europa, arrivando ad avvolgere anche gli Stati Uniti, con una propaganda di massa quotidiana possente, inebriando i giovani, coinvolgendo scuole, producendo enormi manifestazioni tipo anni ‘80. Al tal punto che la giovane ecologista Superstar Greta si trova addirittura a parlare del tema ai massimi livelli istituzionali in Europa e perfino all’ONU. Ovviamente il problema capitalistico del degrado ambientale irrisolto negli anni ’80-90 non può trovare soluzione ora nel 2020. E per uscirne, ecco che il Parlamento Europeo, seguendo l’esempio di Schröder del 2000, usa il trucco, per mostrare che fa qualcosa, di promettere la riduzione delle emissioni di CO2 entro il 2035-2050. Con grandissima delusione della teenager Greta, che annusando l’insabbiamento si indigna vistosamente. La possente campagna mediatica ecologica si blocca solo per l’irrompere sulla scena mondiale della pericolosissima pandemia Covid.    

 

 

In sostanza, se si osserva, tutte queste campagne mediatiche non hanno risolto nulla dei problemi affrontati, che si ripresentano sulla scena costantemente.

E se si osserva tutte queste operazioni dei media hanno un comune denominatore:

1° - vengono montate dalla stampa borghese e poi, quando socialmente esaurite, lasciate cadere. 

2° - il fatto che da queste campagne si creano enormi movimenti politici che poi velocemente svaniscono.

 

Questa è la tattica moderna inebriante “progressista” che le borghesie in tutto il mondo usano nei propri paesi per distogliere le masse lavorative. Dobbiamo essere coscienti che questi abbagli diversivi che, ripetiamo, non risolvono assolutamente nulla, ce li ritroveremo sempre e regolarmente nel futuro.  

 

IL COMPITO DEI MARXISTI.

Il nostro compito è certamente chiarire, svelare i trucchi che i capitalisti usano per tener assoggettate, sotto controllo le enormi masse proletarie che essi sfruttano. Come marxisti, come specialisti politici, è nostro compito smascherare le manipolazioni, le strumentalizzazioni, le mistificazioni borghesi. Cose che dai lavoratori non vengono viste, ne vissute come tali.

Ed è nostro compito in queste mistificazioni che mettono in movimento grandi numeri di proletari, dov’è possibile, inserirsi attivamente, per ancor meglio smascherare i trucchi borghesi.

E’ anche così che possiamo entrare in contatto, collegarci a nuovi attivisti e movimenti politici che sono interessati a capire meglio il corrotto funzionamento capitalistico e vogliono lottare contro di esso per una società senza capitalismo con tutti i suoi problemi derivanti.


 

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INTERNAZIONALISMO PROLETARIO ED EX DDR

 

             30 aprile 2021

 

       

Definizione di stalinismo.

Lo stalinismo è un'interpretazione del marxismo-leninismo sorto sotto Stalin ed è caratterizzato dal dogmatismo ideologico e totalitarismo. Questa ideologia si caratterizza per la sua forte propensione alla nazione. E’ proprio sotto Stalin che è stato coniato il cosiddetto "socialismo in un solo paese", sebbene secondo la teoria di Marx questo non sia possibile. E contraddice anche l'analisi di Lenin sull'economia dell'Unione Sovietica, secondo cui questa era a capitalismo di stato. Con l’ascesa al potere di Stalin furono anche abbandonati alcuni dei punti più importanti del leninismo: l'internazionalismo proletario, la rivoluzione mondiale e la democrazia di partito, che ai tempi di Lenin si esprimeva attraverso la critica e il dibattito.

L’internazionalismo proletario.

L'internazionalismo proletario è una strategia alla fine della quale c'è la rivoluzione mondiale. Guida il corso delle rivoluzioni nei singoli paesi e nel mondo intero. In questa prospettiva viene condotta una lotta nazionale dei rispettivi proletari contro la propria borghesia, mentre in contemporanea vengono sviluppate strategie che a loro volta devono essere coordinate a livello internazionale e attuate con l'aiuto reciproco. Questo è lo scopo dell'Internazionale. Se non c'è il coordinamento delle rivoluzioni nazionali, esse non hanno senso. Senza coordinamento si attuerebbe solo il blocco internazionale dei paesi capitalisti contro il paese rivoluzionario. Ecco perché le singole rivoluzioni dovrebbero essere il più possibile vicine nel tempo.

Il compito dei paesi rivoluzionari è quindi quello di fornire aiuti materiali ed economici per sostenere altri paesi rivoluzionari che non sono ancora così sviluppati politicamente e organizzativamente.

Dopo la rivoluzione lo sviluppo dell’economia deve provvedere alla propria popolazione e, come sopra detto, per poter fornire aiuto alle altre rivoluzioni. Perciò l'economia non deve essere fine se stessa, come avvenuto negli stati stalinisti. Per tutte le forme superiori di socialismo e infine di comunismo, si ha bisogno di un mondo coerente senza frontiere e stati nazionali, poiché ogni forma di commercio, come avvenuto tra gli stati stalinisti, riproduce le leggi capitaliste e quindi genera concorrenza tra di loro. Le economie dei singoli paesi rivoluzionari devono unirsi, come deve avvenire anche tra le singole fabbriche e industrie all'interno dei paesi rivoluzionari, per metterle poi sotto il comune controllo democratico-proletario. Perché se le risorse necessarie o particolari industrie sono al di fuori di questa associazione, è necessario commerciare.

Patriottismo nella ex DDR/Blocco Orientale 

I singoli paesi stalinisti erano in competizione tra di loro, come il caso dell'Unione Sovietica e la Cina. Questo tipo di competizione per il potere e l'influenza non dovrebbe esistere tra i veri paesi internazionalisti e rivoluzionari, che invece dovrebbero sostenersi a vicenda e unire le loro economie e quindi i loro lavoratori.

Al contrario vi sono state invece ingerenze da parte dei partiti al potere dei paesi stalinisti nei gruppi comunisti di altri paesi, ma anche all'interno del proprio paese (manipolazione, uccisione di comunisti con opinioni diverse, ecc.), nonché repressioni violente dei loro propri lavoratori (Berlino 1953, Ungheria 1956), mentre allo stesso tempo ad esempio nella DDR avveniva la riabilitazione su larga scala dei volontari dell'Ex NSDAP (Partito Nazista dei Lavoratori) inserendoli nel "Partito Nazionale Democratico di Germania (NDPD)" o nel SED (Partito Socialista Unificato della Germania). O nel caso dell’Unione Sovietica con il massiccio assorbimento di burocrati zaristi nel Partito Comunista, cose che favorivano il nazionalismo. Anche le interferenze su scala internazionale come le invasioni o le guerre (invasione dell'Afghanistan nel 1979, Vietnam contro la Cina nel 1979) tra i paesi stalinisti non hanno assolutamente niente a che fare con il vero internazionalismo. Il cosiddetto internazionalismo di questi partiti e paesi era spesso solo un mezzo per estendere la propria influenza o utilizzato come mezzo di propaganda per procurarsi manodopera a basso costo, risorse. Nella realtà, la politica estera stalinista non è stata molto diversa da quella dei paesi occidentali.

Conclusione

Il vero internazionalismo proletario è scomparso in Unione Sovietica con l’ascesa al potere di Stalin e del suo “socialismo in un solo paese”. Tutti gli stati ideologicamente orientati allo stalinismo, come Cina, Cuba, Corea del Nord e tutti gli stati del blocco orientale, non hanno mai seguito il concetto internazionalista. Ancora oggi si basano su un forte nazionalismo e totalitarismo. Ciò ostacola l'internazionalismo proletario.

                                                                                                                     T. R.

CAPIRE IL FUNZIONAMENTO CAPITALISTICO

 

COSA SI INTENDE PER IMPERIALISMO?

 

            24 aprile 2021

 

Per imperialismo si intende un paese al suo massimo livello capitalistico.

 

Quando un paese dal sistema economico-sociale medioevale entra nel sistema capitalistico tutta l’organizzazione collettiva cambia.

La società medioevale come sistema era una società dove imperavano i feudatari, che erano i proprietari sia delle terre che dei contadini (servi della gleba) che le lavoravano e non le potevano abbandonare, dove la produzione non veniva venduta e solo una piccola parte di essa veniva scambiata. Di ciò che veniva prodotto una parte rimaneva alla famiglia del contadino, una parte andava al signore proprietario, e una parte (la decima) andava alla chiesa. La società capitalistica mercantile è tutt’altro tipo di organizzazione sociale: i prodotti vengono venduti e non più scambiati, il contadino e l’operaio sono liberi di andare a lavorare dove vogliono per uno stipendio, il contadino proprietario può vendere la sua terra a chi vuole, in questo tipo di società il commercio si espande velocemente e sul territorio si sviluppa la prima industria.

Nella prima fase di sviluppo capitalistico di una nazione le merci prodotte dall’industria sono merci di prima necessità, molto semplici, “merci a basso contenuto tecnologico” le definisce Marx, e sono merci rivolte soprattutto al mercato interno nazionale: parliamo di vestiario, alimenti, mobilia, suppellettili, settore immobiliare molto semplice, e adesso possiamo anche aggiungere frigoriferi, lavatrici, tv, ecc. 

In seguito però avviene una trasformazione nelle nazioni capitalistiche, un salto di qualità capitalistico. Ad un certo grado di sviluppo, dopo aver accumulato un’enormità di capitali, si radica nel paese un esteso sistema creditizio di banche e una parte di industria comincia a tralasciare di produrre merci di prima necessità, a basso contenuto tecnologico, cominciando a produrre ed esportare sul mercato internazionale capitali, cioè prodotti ad alta e altissima tecnologia: parliamo di vendita di interi sistemi industriali, centrali elettriche e nucleari, treni super moderni, navi e aerei altamente tecnologizzati, aeroporti, porti marittimi, armi molto sofisticate. Esattamente come fanno le potenze avanzate. 

In questa nuova situazione di elevato sviluppo capitalistico il compito delle banche e del sistema creditizio non è più solo prestare denaro all’interno della propria nazione come avvenuto in precedenza, ma soprattutto prestare enormi crediti all’estero ai paesi capitalisti arretrati in via di sviluppo. I quali con questi crediti possono comperare dagli industriali dei paesi altamente industrializzati gli impianti industriali sopracitati, le centrali elettriche e nucleari, le infrastrutture, ecc. cioè tutto ciò di cui hanno bisogno per estendere nel proprio paese il sistema capitalistico. La restituzione dei crediti alle banche creditrici da parte degli industriali dei paesi arretrati avviene poi ovviamente attraverso il plusvalore ottenuto dagli industriali dallo sfruttamento (spesso brutale) dei lavoratori impiegati nelle proprie aziende della propria nazione.  

E’ questa fase strutturale di capitalismo avanzato al massimo livello che viene definita IMPERIALISMO.

 

Imperialismo, dove le gradi potenze industrial-finanziarie adottano anche una particolare politica estera: per la vendita dei propri prodotti sul mercato internazionale esse si creano delle proprie aree chiamate “zone di influenza”. Cioè stabiliscono rapporti preferenziali con governi di nazioni in via di sviluppo amiche dove poter vendere i propri prodotti e ostacolarne invece la vendita ai concorrenti. Questo tipo di politica viene definita POLITICA IMPERIALISTA

Tutto ciò (giustamente è da sottolineare) è quanto rilevato da LENIN nel suo testo del 1917 “L’IMPERIALISMO FASE SUPREMA DEL CAPITALISMO”, dove già in quel periodo chiarisce quali sono i caratteri che contraddistinguono un imperialismo: 

 

 

Cinque sono le caratteristiche fondamentali dell'imperialismo:

 

1)    concentrazione della produzione e del capitale che porta alla formazione dei monopoli;

2)    la fusione/simbiosi del capitale bancario e del capitale industriale e la conseguente                formazione di un'oligarchia finanziaria.

3)    l'esportazione di capitale;

4)    la ripartizione del mondo fra i gruppi monopolistici internazionali;

5)    la ripartizione dell'intera superficie terrestre fra le grandi potenze imperialistiche.

 

 

E’ ovvio che è più che mai importante aver chiaro, conoscere bene il capitalismo, in tutti suoi aspetti. E’ importante per non venir manipolati, strumentalizzati e coinvolti nelle avventure spericolate e nelle azioni militari che i capitalisti, anche europei, con i loro governi conducono per la conquista e la ripartizione dei mercati internazionali.

Avere una autonomia valutativa del funzionamento del capitalismo è fondamentale per giungere ad una società superiore.

 


 

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Scontro tra imperialismi.

COME MAI BIDEN SEGUE

TRUMP NELL’AGGRESSIVITA’

CONTRO LA CINA ?

 

E’ LANALISI MARXISTA CHE CI DA LA POSSIBILITA’ DI COMPRENDERE

 

 

    25 giugno 2021

 

Sembrava che Biden fosse diverso da Trump. Che con la Cina avesse un rapporto più amichevole, non di attacco feroce come avveniva con Trump.

Ma non è andata così. Il finto rapporto amichevole che Biden ostentava in campagna elettorale era evidentemente solo una tattica, per non mostrarsi aggressivo, e così prendere voti. Adesso che le elezioni sono passate Biden può mostrarsi per quello che veramente è, sia in politica interna con il respingimento degli immigrati, che in politica estera attaccando duramente la Cina.

Biden, nel rapporto con la Cina, non mostra alcuna differenza dal tanto criticato Trump perchè è esattamente come il suo “rivale”. Biden, Trump e poi Obama, come tutti gli altri precedenti presidenti americani, non hanno mai rappresentato le grandi masse anche se lo hanno votato, ma sono gli esecutori dei grandi interessi imperialistici americani, delle grandi multinazionali americane, della finanza speculatrice, delle enormi imprese economiche. E’ quindi fisso nella sua logica politica (ovviamente non ufficialmente dichiarata) porsi nella strenua difesa di questi interessi capitalistici.     

E’ la dirompente ascesa dell’imperialismo cinese che oggi fa si il che Dragone sia diventato il pericolo numero uno per gli interessi globali delle grandi compagnie affaristiche americane. Perciò Biden, proprio con Trump, come esecutore di questi interessi attacca la Cina.

E le impressionanti iniziative internazionali cinesi mostrano chiaramente come l’imperialismo di Pechino si stia contrapponendo frontalmente agli interessi americani:    

 

-           In Asia: con l’accordo RCEP ha recentemente costruito la più grande zona di libero scambio esistente sul pianeta - in contrapposizione, sempre in Asia, all’accordo TPP gestito dagli USA.  

-           In Africa: instaura rapporti economici, commerciali e finanziari praticamente con quasi tutte le nazioni del continente, e con alcune di loro nelle transazioni ha addirittura cominciato ad eliminare il dollaro sostituendolo con la propria moneta yuan. Gli europei che in Africa hanno sempre avuto una posizione dominante, si trovano ora a svolgere un ruolo  secondario gridando al pericolo “giallo”.

-           In Medio Oriente: la Cina ha stipulato recentemente con l’Iran un accordo di investimenti 25nnale in cambio di petrolio a basso prezzo, inserendosi in quest’area strategica per l’energia. Area dove fino ad adesso gli Stati Uniti l’han sempre fatta da padroni indisturbati.     

-           Petro-yuan: anche qui, nei pagamenti per le transazioni del petrolio, nel rapporto con alcuni stati (Russia, per es) Pechino ha cominciato ad eliminare il dollaro come moneta di pagamento  (come sempre avvenuto fino ad ora) sostituendolo con il proprio yuan.

-            Via della seta: enorme progetto, dove il governo cinese sta costituendo una catena internazionale di investimenti, che partendo dalla Cina investe stati dell’Asia, del Medio Oriente, dell’Africa, e infine dell’Europa, attraendo verso di se una moltitudine di nazioni.  

 

 

 

Iniziative colossali - a  dimostrazione di come il Dragone cinese si stia espandendo sul pianeta ad una velocità impressionante – che fanno rizzare i capelli ai capitalisti Usa e loro alleati, mentre i gridi di allarme si moltiplicano sui socialmedia.

Quello che l’imperialistica Cina sta facendo è nientemeno cominciare a mettere in discussione l’ordine mondiale uscito dalla 2° guerra mondiale gestito dagli Stati Uniti.  Un fatto epocale, sconvolgente negli equilibri tra borghesie nel pianeta.

Si può perciò immaginare il terrore, la preoccupazione che pervade le grandi multinazionali americane e europee rispetto al Dragone, che si sta posizionando per diventare a breve la prima potenza mondiale scalzando gli Stati Uniti. Bisogna quindi essere consapevoli che da tale modificazione, gli sviluppi che ne possono scaturire possono essere tra i più imprevedibili e catastrofici possibili.

E’ la storia del passato che si ripete, che si ripresenta. Il capitalismo funziona così. L’opposizione drastica di oggi all’emergere cinese è la ripetizione di ciò che è avvenuto nel passato con l’emergere dell’imperialismo tedesco a inizio ‘900, e l’emergere dell’imperialismo giapponese a metà ‘900. In quelle circostanze, nell’allora loro espansione, cercando spazio nei mercati internazionali per le proprie merci, per il profitto, alla fine le borghesie tedesca e giapponese sono andate a cozzare contro gli interessi degli imperialismi allora dominanti: inglese, francese e non ultimo americano, provocandone la reazione. Oggi  la stessa cosa si riproduce nel rapporto tra America e imperialismo cinese.   

Quindi, nell’interesse delle grandi compagnie americane, anche Biden adesso, come Trump prima, e prima ancora Obama, è impegnato nel frenare, ostacolare l’ascesa cinese. E, come sopra detto, non si possono escludere esiti del tutto imprevedibili in questa sua politica, visto che il “buon” e apparentemente “innocuo” Biden qualche anno fa quando Obama era presidente (e lui ne era vice) assieme, non si son fatti alcun scrupolo a fomentare e poi provocare guerre in Siria, Libia o Ucraina.  

L’aggressività politica di Biden contro la Cina in continuità con Trump è spiegabile quindi basandoci sulla sostanza affaristica e non sulle campagne elettorali, per comprenderne il motivo. E questo non deve destare sorpresa, poiché il tutto è nella logica della vita politica capitalista. Va con forza quindi ribadito che è sempre nella sostanza che si valuta e si studia una situazione, come insegna Marx, poiché è l’unica che può chiarire quello che appare come contraddittorio o incomprensibile.

E l’analisi marxista è maestra in questo campo.

Poiché è grazie all’analisi marxista, più che mai realistica e concreta, che i leninisti già dagli anni ’50 hanno potuto scrivere sui propri giornali - e da allora ripetere costantemente - che l’Asia emergente sarebbe stata il futuro sfidante di America e Europa.

 

Oggi questo è attualità.


 

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LA CAPITALISTICA EUROPA ALL’ATTACCO

CONTRO I LAVORATORI

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LA COMMISSIONE EUROPEA IMPONE ALL’ITALIA DI LIBERALIZZARE I LICENZIAMENTI.

 

ECCO DA CHE PARTE STA L’UNIONE EUROPEA!

 

L’ENTUSIASMO DEL PADRONATO ITALIANO

(come riportato dai maggiori quotidiani nazionali)

 

    15 giugno 2021

 

           

La situazione catastrofica dovuta al Coronavirus in cui versa l’Italia ha costretto il governo a inizio pandemia a bloccare i licenziamenti per non creare una situazione di reazione esplosiva da parte dei lavoratori dipendenti, che già prima dell’espandersi dell’infezione Covid versavano in condizioni di lavoro molto precarie. Ma adesso la pandemia sta passando e naturalmente tutto il mondo avverso ai lavoratori - imprenditori, politici e naturalmente l’Unione Europea - si rimette in moto per attaccarne le condizioni. E chiedono a gran voce di poter tornare a licenziare liberamente.

Sbloccando i licenziamenti, dicono i dati ufficiali dei sindacati, centinaia di migliaia di lavoratori verrebbero a perdere il posto di lavoro. Sciagura nella sciagura: prima colpiti dalla pandemia e poi dai licenziamenti.

Ma naturalmente questo non importa assolutamente ai ricchi padroni e chi li aiuta, per i quali il lavoratore è solo uno strumento qualsiasi per arrivare al guadagno, da gettare quando non serve più, indipendentemente se dietro alla persona c’è una famiglia, figli, ecc.

E’ proprio l’’Unione Europea particolarmente accanita contro i salariati. Da sempre. Non perde occasione per emanare continue direttive ai governi perchè aumentino il lavoro precario per i giovani e diminuiscano quello stabile, che i salari vengano diminuiti, che aumentino le tasse sugli stipendi, che diminuiscano le pensioni, e così via. E naturalmente perchè vengano anche liberalizzati al massimo i licenziamenti.

E grottescamente, ridicolmente, cerca di convincere i lavoratori che tutti questi peggioramenti sono a “loro vantaggio” mentre un “danno” per i superricchi padroni milionari. E inverosimili e patetiche sono perciò anche le motivazioni portate dalla Commissione Europea per convincere del “vantaggio” della liberalizzazione dei 

licenziamenti, sostenendo la tesi che andrebbero “a favore dei lavoratori precari”. Incredibile! (Forse i politici europei pensano che siamo tutti scemi!)

Chissà perché però a fronte di queste affermazioni UE sono i padroni a festeggiare e non i lavoratori, come riportato dai giornali. 

Perfino alcuni grandi quotidiani borghesi italiani non se la sentono di farsi prendere in giro e contraddicono l’Unione Europea, ammettendo i grandi vantaggi che con i licenziamenti gli imprenditori ne riceverebbero. Così “il Fatto Quotidiano” nell’articolo “Lavoro, la Commissione UE invita l’Italia a superare il blocco dei licenziamenti” del 5 giugno: ”Campane a festa nei giornali degli imprenditori (…) Al di là delle reali necessità produttive però la crisi è sempre, anche, un buon pretesto per licenziare e riassumere poi a condizioni più vantaggiose [per i padroni -ndr]. Sta di fatto che anche Banca d’Italia si attende che la rimozione dei vincoli si tradurrà nella perdita di alcune centinaia di migliaia di posti di lavoro”.

Forte è quindi l’opposizione sindacale.

Non c’è dubbio perciò che la terribile Unione Europea sia contro i lavoratori, lo scriviamo da sempre.

Perché l’Unione Europea è l’Unione del padronato europeo, come affermiamo senza esitazione nelle “Nostre Posizioni” nel capitolo “Europa: unione delle borghesie europee” (sito internet “Der Kommunistische Kampf”). E’ stata voluta fortemente da loro e loro l’hanno poi costituita facendola passare poi come “volontà popolare”.

La classe lavoratrice europea per difendersi dovrebbe fare altrettanto, cioè federarsi a livello europeo per combattere efficacemente i padroni europei uniti (ossia l’Unione Europea).


 

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Gli imperialismi francese e tedesco in azione:

LA GUERRA NASCOSTA IN MALI CONDOTTA DAI FRANCESI

E DAI TEDESCHI

 

 

“Nel conflitto fino adesso sono stati uccisi migliaia di soldati e civili e centinaia di migliaia di persone sono dovute scappare … ”  Sembra il notiziario di una delle tante guerre attualmente in corso in Libia, Yemen o Siria, ecc. Invece no, questo succede oggi in Mali, e a condurre la guerra non sono i soliti guerrafondai americani, ma i “pacifisti” francesi con il sostegno degli altri altrettanto “pacifisti”, i tedeschi, nel più totale silenzio internazionale. A riportarlo è un articolo “Der Spiegel“ del 30 marzo dal titolo “Rapporto ONU: L’aviazione militare francese ha ucciso 19 civili in un attacco in Mali“.  

 

Come mai la Francia conduce una guerra in Mali uccidendo migliaia di militari e civili e nessuno ne parla? La Francia non è un paese democratico che si prodiga per la pace, la libertà dei popoli, la cultura e l’emancipazione?

 

La realtà, com’è evidente, è spesso molto diversa da quello che i grandi media presentano. Noi marxisti lo ribadiamo da sempre: i media ci presentano sempre l’apparenza, quello che fa comodo a loro. La vera realtà è sempre diversa. E prima o poi emerge: SEMPRE.   E anche per la Francia - o forse è meglio dire: per l’IMPERIALISMO francese - in Mali ora questo viene a galla. 

L’Africa storicamente è sempre stata considerata dalle potenze europee come “proprio territorio di conquista”. Prima con il colonialismo e adesso con le “sfere di influenza”. Quindi le potenze europee vi operano costantemente. Ufficialmente: commercialmente, politicamente; segretamente:  anche militarmente.  

l’Africa è un continente strapieno di materie prime: petrolio, oro, legname, diamanti, e le potenze avanzate naturalmente vanno a gara per l’accaparramento. E se le “loro zone” vengono messe in pericolo dai concorrenti, ecco allora che i vecchi sistemi di duri e feroci interventi militari diventano improvvisamente “attualità normale”, dimenticando tutte le sceneggiate sulla “democrazia”, “la pace”, “i diritti”, ecc.

Il Mali, e tutta la zona nord-ovest dell’Africa - chiamata dagli esperti adesso “Sahelzone” - è la regione dell’Africa settentrionale particolarmente ambita dall’imperialismo francese e tedesco, dove nel passato per il suo possesso entrambi si sono massacrati a vicenda. Ma ora sono in sintonia e operano insieme per “difendere” e “controllare” la regione. Perché ovviamente ci sono “forze e potenze concorrenti” che hanno interesse a sottrarre loro l’area (in quelle che sono le tremende leggi del profitto capitalista).     

Per capire bene come gli imperialismi “democratici” francese e tedesco “agiscono” nella zona, sorprendentemente Der Spiegel spiega anche in un altro articolo del 26 febbraio, dal titolo “Interventi militari nella Sahelzone: Un disastro in Libia, nessun successo in Mali” che ci illumina sulla situazione: 

 

 

«Già da dieci anni la Libia, il Mali, la Nigeria e il Burkina Faso apparentemente ma inesorabilmente scivolano sempre più profondamente nel caos. Sahelistan viene chiamata la parte sud della regione, un focolaio del terrore, un paradiso per contrabbandieri, un campo di battaglia tra milizie rivali e gruppi vari. Il Mediterraneo separa quindi l’Unione Europea dall’anarchia e dalla violenza. La Francia e la Germania nella regione sono attivi diplomaticamente, i loro soldati sono nell’Africa dell’ovest. Tuttavia uno studio del Think Tank  di Berlino “Stiftung Wissenschaft und Politik” [Fondazione per la Scienza e la Politica] da a questo intervento un brutto risultato: è un “disastro” in Libia e “senza successo” in Mali. … [questo intervento - ndr] fino ad adesso non è servito a niente: nella Sahelzone diverse migliaia di civili ogni anno vengono massacrati e là muoiono più soldati internazionali rispetto all’Afghanistan».    

Quindi Der Spiegel ci chiarisce come la Sahelzone in nord Africa sia un focolaio di guerre e scontri, dove tribù rivali si combattono ferocemente. Ma è anche la zona dove Francia e Germania agiscono “diplomaticamente”. Però è una strana attività diplomatica la loro: è condotta con “i soldati”, e precisamente con azioni militari. E’ un modo borghese “mascherato”, “sofisticato” per dire che Francia e Germania nell’area stanno 

conducendo una guerra. E ciò in seguito l’articolo lo conferma quando  precisa: «nella Sahelzone diverse migliaia di civili ogni anno vengono massacrati e là muoiono più soldati internazionali rispetto all’Afghanistan». Quindi una guerra in piena regola viene condotta, con massacri di civili e militari. Vera guerra che in Europa e tantomeno in Germania assolutamente non viene pubblicizzata (infatti alle masse questa guerra è del tutto sconosciuta). L’ovvio motivo del nascondere è, per i ricchi finanzieri e industriali di Francia e Germania che in queste guerre ne hanno interesse, non rovinarsi l’immagine che creano all’interno dei propri paesi di essere nazioni europee di “grandi democrazie”, “civiltà più elevate”, essere a “salvaguardia dei diritti, dell’uguaglianza” ecc.    

L’articolo di Der Spiegel evidenzia poi che per i due imperialismi nei due conflitti in Mali e Libia le “cose” non vanno tanto bene. Continua la rivista: «… scrive Lacher [dello Stiftung Wissenschaft und Politik - ndr]: ”Il motivo del fallimento o addirittura della controproducente strategia di Germania e Francia nella crisi dei due stati è che l’obbiettivo di stabilizzazione viene messo in secondo ordine” […] Parigi in Africa, per pubblicità (questo ne risulterebbe) preferisce condurre la lotta contro il terrore [anziché agire politicamente - ndr] per questo motivo le truppe hanno stretto alleanze con alcune milizie locali. Per sostenerle, gli attacchi aerei [dei francesi – ndr] hanno causato molte vittime civili. Le milizie avrebbero poi approfittato dell’appoggio per regolare vecchi conti con altri gruppi rivali».      

Andiamo a precisare anche quest’altro punto importante dell’articolo.

Nelle due guerre in Mali e Libia ufficialmente gli imperialismi francese e tedesco starebbero conducendo una guerra contro “il terrore”, cioè contro “i terroristi jiadisti islamici”, che sarebbero i “malvagi”. Questo sarebbe il motivo ufficiale degli interventi militari di Parigi e Berlino nelle due guerre. L’inevitabile domanda che segue però è: come mai Francia e Germania conducono una guerra contro i “terroristi islamici” proprio nel Sahel, quando è noto che questi cosiddetti “jiadisti fanatici terroristi” sono presenti un po’ dappertutto in Africa e in molte zone dell’Asia? Perché proprio in questa “precisa” area e non dappertutto? E poi, perché combattere e uccidere fanatici religiosi? Che senso ha questo nel concetto occidentale di rispetto e tolleranza delle persone, di rispetto delle idee politiche e religiose?

La risposta naturalmente è più ovvia: la lotta al terrorismo è una falsità, una manipolazione. Il “fanatismo” in queste guerre non centra proprio per niente. E’ solo il pretesto, una scusa per giustificare alle masse francesi e tedesche le aberranti azioni militari per il “controllo” del Sahelistan, “zona di influenza” degli imperialismi di Parigi e Berlino.  Perché come detto, è proprio in questa zona africana nord-occidentale che la finanza e l’industria franco-tedesca punta sull’opportunità di ottenere grandi interessi e guadagni. Mandare i loro soldati per “controllare” l’area, significa salvaguardarsi militarmente contro le interferenze della “concorrenza”.

Adesso nel mondo nelle attuali guerre per le “sfere di influenza” condotte nello scontro tra i predoni imperialisti USA, Gran Bretagna, Russia, Francia, Germania, Italia, Cina, ecc. è di moda chiamare tutti coloro che si oppongono militarmente ai loro interessi “jihadisti islamisti fanatici terroristi”. Ieri invece chi nel mondo si opponeva contro di loro erano definiti “fanatici comunisti”, o “terroristi di sinistra”, o “estremisti marxisti”. Oggi sono tutti “islamisti fanatici”. E’ ovvio che questa etichetta di “jihadisti terroristi” fa molto comodo anche agli imperialismi francese e tedesco per giustificare la guerra, i loro massacri, le distruzioni. Ma il controsenso, la domanda è: come mai la stampa europea definisce terroristi di Al Qaeda o Talebani solo le tribù che combattono contro francesi e tedeschi, mentre invece ridicolmente le milizie locali, sempre fanaticamente musulmane, che i militari francesi e tedeschi assoldano, pagano e usano per combattere per i loro interessi, quelle invece assolutamente non sono affatto fanatici jihadisti? (… la stampa borghese è sempre così falsa, manipolatrice e patetica)       

Perciò anche in questa guerra in Mali e Libia si conferma la classica prassi capitalistica: anche per le borghesie “democratiche” e “pacifiste” dell’Europa la guerra è sempre la normalità nel perseguire i propri interessi. Proprio come successo nel passato, con le due grandi guerre mondiali e le infinite guerre locali. E si conferma anche la tipica viscida ipocrita manipolazione capitalista: mentre all’interno della nazione si parla di pace, democrazia, civiltà, diritti, ecologia, ecc. e si incoraggiano addirittura movimenti per la difesa di questi “valori”, all’estero gli stessi governi militarmente conducono massacri e distruzioni, per far guadagnare ancor più i propri miliardari.

Tipicità del repellente e nauseante capitalismo.

 

Ma l’umanità per il benessere sociale non ha bisogno di questo tipo di società, tantomeno delle ripugnanti guerre.


 

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Pandemia Coronavirus:

ANGELA MERKEL RIESCE AD IMPEDIRE LA REVOCA DEI BREVETTI DEI VACCINI

 

La liberalizzazione dei brevetti potrebbe dare una accelerazione notevole alla produzione dei vaccini e salvare moltissime vite. Soprattutto nei paesi in via di sviluppo.

 

 

 

   25 maggio 2021

 

Con la liberalizzazione dei brevetti le case farmaceutiche di tutto il mondo potrebbero produrre in proprio i preziosi i vaccini antivirali Covid senza l’impedimento e autorizzazione delle grandi multinazionali mondiali del farmaco. Un enorme salto in avanti contro la pericolosissima pandemia.

Significherebbe che con l’accelerazione in pochissimo tempo tutta la popolazione mondiale potrebbe esserne immunizzata.

Attualmente la produzione di vaccini anti Covid copre solo una parte del fabbisogno mondiale e precisamente i paesi industrializzati, mentre i paesi poveri in via di sviluppo ne rimangono scoperti. I dati riportano che circa il 2% della distribuzione di vaccini va in questi paesi. Di conseguenza sarebbero proprio questi paesi poveri i maggiori beneficiari dell’annullamento dei brevetti andando a salvare una grande quantità di esseri umani, visto che in questi paesi arretrati non vi è denaro sufficiente per la ricerca.

L’immunizzazione veloce generale attraverso la disdetta dei brevetti è un concetto umanitario e di solidarietà del tutto coerente, logico per le persone normali, ma non per le grandi compagnie speculatrici del farmaco.

In realtà la liberalizzazione dei brevetti proposta da più parti nasce da una base concreta, per un motivo ben preciso: parte dalla considerazione che i miliardi usati per la ricerca dei vaccini sono stati spesi non dalle multinazionali farmaceutiche, ma finanziati dai vari governi. Perciò le speculatrici imprese del farmaco non avrebbero speso un cent per arrivare ai vaccini, e certamente senza queste cospicue sovvenzioni statali non sarebbero mai arrivate agli antivirali. Quindi non dovrebbero fare obiezioni. 

La richieste di sospensione avrebbero quindi basi solide, forti, concrete e sensate. Ma per le multinazionali ossessionate dal profitto questa evidenza non ha alcuna importanza. L’opposizione che inscenano con tutte le loro forze e mezzi è per non rinunciare ad una parte dei già astronomici profitti miliardari già ottenuti, anche se l’opposizione chiaramente significherà far morire un’infinità di persone inutilmente. Ormai ovunque è chiaro: per i cinici imprenditori è più importante il profitto che la vita delle persone! E con la forza economica che hanno riescono a condizionare, dirigere tutti i governi, quello tedesco in primis, il quale con vigore sostiene e difende gli interessi delle ciniche multinazionali del profitto senza indugio. 

Ha fatto scalpore - sorprendendo tutti – come Angela Merkel a capo del governo tedesco, apertamente e senza tanti problemi, si sia schierata a difesa di queste multinazionali profittatrici, imponendo poi – come sempre – a tutti i governi europei e all’Unione Europea di rinunciare nel proseguo nella richiesta di abolizione dei brevetti.  

Le motivazioni della contrarietà al ritiro portate prima dalle multinazionali e poi riprese a fotocopia dalla Merkel sono tra le più buffe e ridicole che si possano sentire: “la sospensione dei brevetti ridurrebbe la produzione mondiale di vaccini”: mentre è ovvio proprio tutto il contrario; “la protezione dei brevetti con la loro ricerca è fonte di innovazione”: non certo nel caso del vaccino anti Covid dove le spese per la ricerca sono state tutte a carico dei governi; “solo le grandi case farmaceutiche possono garantire un elevato standard di qualità”: assolutamente non vero come la realtà dimostra, visto che anche le normali ditte farmaceutiche ben attrezzate lo possono fare, e così via. Tutte motivazioni come detto senza senso, che camuffano ovviamente la logica affaristica delle multinazionali di accaparrarsi l’alto profitto. E evidenziano la fedele asservanza e sottomissione dei governi all’elite imprenditoriale e finanziaria.

La dura e aperta contrarietà della Merkel  di salvare in sostanza vite umane, ha destato quindi grande sensazione in Europa e soprattutto in Germania. Molti superficialmente erano convinti che il governo tedesco fosse un po’ diverso, un po’ meno feroce, più umanitario rispetto agli altri governi europei e in generale (i marxisti ovviamente hanno sempre sostenuto il contrario). Adesso di fronte all’evidenza del governo di Berlino molti quindi si stanno ricredendo. Anche il governo tedesco dimostra essere un burattino al servizio dei miliardari, agendo capitalisticamente senza scrupoli di fronte alle inciviltà. 

E’ l’analisi marxista che ancora una volta viene confermata. Marx non sbaglia quando ripete che i politici, tutti, sono marionette in mano ai borghesi. E la conferma arriva sempre prima o dopo, puntuale, così come per il governo tedesco.

Lo ribadiamo: in una società superiore senza profitto la sanità libera dal vincolo degli affari può senza difficoltà risolvere i propri problemi sanitari. Questo il capitalismo lo può fare solo in parte, lasciando l’altra parte in terribili difficoltà, essendo schiavo della legge del profitto.

 

GUERRA IN MEDIO ORIENTE

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CONTRO LA GUERRA,

A FIANCO DER LAVORATORI PALESTINESI E ISRAELIANI

 

I MARXISTI NON STANNO MAI DALLA PARTE DI UNA DELLE COMPONENTI IN GUERRA CAUSATA PER INTERESSI CAPITALISTICI. I MARXISTI SOSTENGONO I LAVORATORI DI ENTRAMBE LE PARTI COINVOLTE LORO MALGRADO NELLA GUERRA, CONTRO I PROPRI CAPITALISTI.

 

 

  16 maggio 2021

 

Esattamente così: le guerre non sorgono mai per caso, sono sempre causate dai capitalisti per i propri interessi. Capitalisti che in queste situazioni coinvolgono sempre i proletari, li manipolano affinchè combattano, si facciano uccidere per i LORO INTERESSI AFFARISTICI.  Naturalmente tutto questo è causa di inumane sofferenze.

E’ ciò che sta succedendo adesso anche nello scontro armato tra palestinesi e israeliani nella Striscia di Gaza.

In questa zona petrolifera martoriata da infinite guerre capitalistiche per il petrolio vi è coinvolta anche la guerra senza fine tra Israele e i palestinesi, iniziata nel dopoguerra quando è sorto lo stato di ebraico.  

E’ su pressioni internazionali che Israele nel 2012 ha concesso ai palestinesi (soprattutto ai ricchi palestinesi) la sovranità nella Striscia di Gaza, affinché avessero un loro territorio, un loro stato, come da loro sempre richiesto.

Ma nei decenni la politica dei governi (naturalmente borghesi) israeliani è sempre stata diretta in modo da impedire che lo stato (capitalistico) palestinese della Striscia di Gaza non diventasse troppo “forte” da rappresentare un pericolo per Israele.

Essendo che i palestinesi sono suddivisi in componenti sostenute e finanziate da stati arabi come Egitto, Iran, Iraq, Siria, ecc, quando una di queste componenti si rafforza troppo all’interno dello stato palestinese, agli occhi degli israeliani questo può diventare un “pericolo terroristico”. 

Per cui agiscono militarmente. Sistematicamente nei decenni i vari governi di Israele sono intervenuti con l’esercito per indebolire queste componenti armate palestinesi.

Gli israeliani adottano un sistema ben preciso per arrivare allo scontro con i palestinesi. In pratica gli israeliani, quando per loro è arrivato il momento di agire, con vari pretesti provocano i palestinesi, i quali reagiscono scomposti, anche con le armi, dando così il motivo al governo di Israele di far intervenire l’esercito e distruggere quelle parti palestinesi nella Striscia ritenute “pericolose”. E’ ciò che sta avvenendo anche adesso proprio nell’attuale scontro.   

Per cui nei decenni causa gli scontri e le guerre, la “questione palestinese” irrompe regolarmente sulla scena, con tutte le sue nefaste conseguenze.

I palestinesi si definiscono rivoluzionari, comunisti, marxisti, ma con queste definizioni loro non intendono arrivare ad un socialismo senza classi come dovrebbe essere, ma all’indipendenza capitalista del loro stato. Infatti chi dirige e finanzia i combattenti palestinesi sono miliardari arabi e palestinesi, diventati ricchi con il petrolio.   

Per i marxisti è chiaro, lo ripetiamo, la causa anche di questa guerra va ricercata negli interessi affaristici riguardanti lo scontro tra le potenze (anche internazionali) nella zona per il controllo del petrolio, dove anche i ricchi capitalisti palestinesi svolgono un ruolo.

E’ fisso che i marxisti nelle guerre non si collocano mai al sostegno di una o dell’altra parte delle borghesie predone in lotta, siano esse anche palestinesi o israeliane. Perché il solo motivo della guerra sono i miliardi che i ricchi capitalisti cercano alla fine di ricavarne, non altro.

 

I marxisti sostengono invece incondizionatamente i proletari, i lavoratori sfruttati coinvolti nelle guerre, senza distinzione di patria o etnia, contro le proprie ricche borghesie. Per una società superiore senza guerre.

 

E’ LA NOSTRA LOTTA COMUNISTA.

 


 

 

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IL FALSO PROBLEMA DELL’ANTIFASCISMO

 

 

     08 aprile 2021

 

Per i marxisti non esiste il problema ANTIFASCISMO.    

Abbiamo più volte ribadito che la storia in varie occasioni ha dimostrato come i capitalisti, per i loro interessi, quando è loro conveniente, possono portare al potere i fascisti (es. Hitler, Mussolini, Pinochet, ecc. e adesso i militari in Myanmar) utilizzando tutti i mezzi a loro disposizione (media, politici, intellettuali, università-scuole, clero, ecc.) per poterlo fare e convincere le masse che è la cosa giusta, E abbiamo sempre ribadito che se oggi vigono le democrazie è solo perché i capitalisti ne vedono l’interesse per meglio controllare e dirigere le masse proletarie sfruttate.

Noi siamo d’accordo con Marx quando afferma che, non è cercando miglioramenti nella corrotta e insanabile società capitalista la giusta politica da perseguire, perché la sostanza caotica e problematica del capitalismo rimane sempre intatta, ma è cambiando completamente il sistema stesso, la politica corretta da seguire.

Essendo che tutti i governi sono al servizio dei capitalisti, siano essi indifferentemente governi democratici o fascisti, tutti hanno sempre represso con ferocia inaudita gli operai in rivolta nei momenti rivoluzionari, cioè nei momenti catastrofici causati dalle crisi capitalistiche. Quindi il sostenere una società capitalistica “migliore” contrastando l’ascesa dei fascisti al potere, è per i marxisti  un falso problema, un problema che non esiste.   

Sono gli stalinisti, partiti nazionalisti che aspirano ad un capitalismo statalizzato, che incoraggiano, spingono con forza alla lotta antifascista e mettono in primo piano nella loro politica il combattere le organizzazioni fasciste per erigere una società capitalista a capitalismo di stato. Ma per i marxisti questa politica nazional-statalizzante ha solo un senso borghese. Perché anche nella statalizzazione dell’economia vige sempre il capitalismo con tutte le sue leggi contraddittorie commerciali, con il profitto, lo sfruttamento, i ricchi, i poveri, ecc.

Se come marxisti dobbiamo parlare di una lotta comunista contro organizzazioni politiche antimarxiste, questa va indirizzata senz’altro contro la più pericolosa di queste, e cioè contro gli stalinisti stessi. Vale a dire contro i “falsi comunisti” nazionalisti che si presentano come marxisti, ma che di una società senza capitali e senza leggi commerciali non ne vogliono assolutamente sapere.

Che per i marxisti internazionalisti come noi, cioè coloro che lottano per la rivoluzione internazionale (unico modo per giungere ad eliminare le leggi commerciali e quindi eliminare il sistema capitalistico stesso) gli stalinisti siano il pericolo più grave, l’ostacolo principale per arrivare ad una società superiore, la storia lo ha dimostrato ampiamente.

E’ stato Stalin e la sua cricca, che eliminando fisicamente parecchie centinaia di migliaia di marxisti internazionalisti, è responsabile della controrivoluzione in Russia. Così come gli stalinisti Mao, Tito, Togliatti, Ceausescu e così via. Nell’insieme tutti questi stalinisti sono responsabili dell’assassinio di molti più marxisti rispetto ai fascisti. Questa dice la storia.

Perché il problema è, che per il marxista nei fascisti può vedere immediatamente e chiaramente il suo nemico e così si può difendere. Mentre è molto più difficile individuare il nemico quando questo si definisce “marxista”, “comunista”, “rivoluzionario”, che inneggia a Marx e al “socialismo”, inneggia alla “lotta di classe contro il capitalismo”, ecc, mentre in realtà è uno Stalinista controrivoluzionario feroce nazionalista difensore del capitalismo di stato. Quindi il problema è che di fronte a questo atteggiamento falsamente comunista i marxisti internazionalisti vengono ingannati, abbassano le difese e cadono nella trappola di venir, nei momenti storici cruciali, sopraffatti e anche eliminati fisicamente dagli stalinisti nazionalisti. Com’è appunto successo.

 

La lotta antifascista, o L’ANTIFASCISMO quindi NON HA NESSUN SENSO RIVOLUZIONARIO.

E’ invece, sottolineiamo, molto importante per gli stalinisti: E’ LA LORO TATTICA per non farsi riconoscere come NAZIONALISTI.  Serve per SVIARE L’ATTENZIONE dall’essere al servizio del capitalismo-statalizzato. L’ANTIFASCISMO è il loro metodo per CONCENTRARE L’ATTENZIONE su un altro nemico: IL FASCISTA. Un nemico che è nazionalista COME LORO, ma al servizio del capitalismo privato, come appunto lo sono i fascisti.

Praticamente L’ANTIFASCISMO è una lotta tra partiti rivali sostenitori del capitalismo nelle sue varie forme.

 

 

NON E’ LA NOSTRA LOTTA COMUNISTA INTERNAZIONALISTA 

 

 

COME SI SPIEGA IL LUNGO BOOM  ECONOMICO

DEL DOPOGUERRA?

 

 

           27 marzo 2021

 

Negli anni ’50, subito dopo la guerra, tra i marxisti si dibatteva su un argomento inusuale per le persone comuni, ma in realtà di molta importanza: quanto sarebbe durato il prossimo ciclo economico espansivo iniziato subito dopo la fine della 2° guerra mondiale? E quando sarebbe sopraggiunta la prossima crisi di sovrapproduzione economica (tipo ’29) portando con se una nuova enorme e profonda crisi, che di conseguenza (come dopo il ’29) sarebbe sbocciata di nuovo un’altra grande tragica guerra, con disastri, morti e così via?

 

Come mai questo strano dibattito tra i marxisti è così importante?  Spieghiamo.

 

Nell’analisi del funzionamento capitalistico fatta da Marx - poi sempre confermato dalla realtà - l’economia mondiale si muove a cicli: ossia i lunghi cicli economici espansivi si alternano a corti, ma intensivi momenti di enormi e profonde crisi di sovrapproduzione, in cui l’eccesso di merci prodotte non trovando sufficiente domanda di acquisto sul mercato mondiale, creano il caos economico, che si trasforma ben presto in guerre militari tra borghesie concorrenti, portando l’umanità nei noti disastri. Alla fine di ogni guerra, dopo che i capitalisti si sono distrutti a vicenda (es: dopo il 1848, dopo il 1918 o dopo il 1945) il ciclo economico riparte di nuovo, fino alla successiva terribile crisi di sovrapproduzione. E così via. Il sistema capitalistico funziona così.

Sulla base di questa analisi negli anni ’50 dopo la fine del disastro della 2° guerra mondiale e il riavvio del ciclo economico espansivo, i marxisti di allora si chiedevano quindi coerentemente, quanto tempo il nuovo ciclo questa volta sarebbe durato.

Alcuni grandi marxisti della “Sinistra Comunista Amedeo Bordiga, Onorato Damen, Paul Mattick, Anton Pannekoek, intravedevano il giungere della futura crisi di sovrapproduzione mondiale nei successivi anni ’70. Altri marxisti Arrigo Cervetto e Lorenzo Parodi (i futuri fondatori di Lotta Comunista) presagivano invece la futura crisi di sovrapproduzione più avanti, molto tempo dopo.  

 

Come mai valutazioni così differenti tra i grandi del marxismo? Su quali diversi presupposti erano basati i loro differenti calcoli?

Per i marxisti  Bordiga, Damen, Mattick e Pannekoek, la crisi di sovrapproduzione si sarebbe ripresentata nei seguenti anni ’70 perché quello era il lasco di tempo necessario affinchè le economie europee e giapponese distrutte dalla guerra si riprendessero, ricostruissero il loro mercato interno. Per poi ricominciare esse stesse ad esportare prodotti nel mercato mondiale, ricreando nel mercato internazionale, come prima della 2° guerra mondiale, una situazione di eccesso di merci rispetto alla domanda, causando così la crisi. Questo era il ragionamento di previsione dei grandi marxisti della Sinistra Comunista.

Altra visuale era invece quella dei marxisti Cervetto e Parodi

Certamente anche per loro i paesi europei e quello giapponese, distrutti dalla 2° guerra mondiale, nei seguenti anni ’70 avrebbero completato la loro “ricostruzione economica interna” e avrebbero ricominciato essi stessi a esportare merci. Ma secondo Cervetto e Parodi la crisi di sovrapproduzione non sarebbe giunta in quegli anni ’70, perché i due marxisti già allora, cioè negli anni ’50 quando appunto avveniva questa  discussione, intravedevano l’emergere di nuove e immense nazioni nel mondo, soprattutto asiatiche, dove le merci europee e giapponesi, assieme a quelle americane, esportate in quegli enormi paesi emergenti, avrebbero continuato a trovare la loro vendita e perciò il profitto. Spostando la crisi di sovrapproduzione quindi molto più in avanti, cioè fino a quando il mercato internazionale non si sarebbe di nuovo saturato per l’eccesso di merci.   

 

OGGI L’EMERGERE DELLE POTENZE ASIATICHE, come previsto da Cervetto e Parodi, E’ ATTUALITA’, E SPIEGA  IL PERCHE’ DELL’ODIERNO LUNGO BOOM ECONOMICO DAL DOPOGUERRA - CHE DURA TUTT’ORA.

 

I grandi  Bordiga, Damen, Mattick, Pannekoek, non avevano considerato questa opportunità dell’emergere capitalistico del mercato mondiale, per cui la loro previsione di futura crisi si era fermata al tempo di ricostruzione economica delle potenze sconfitte nella 2° guerra mondiale. Dopo di che il nuovo devastante crollo di sovrapproduzione sarebbe sopraggiunto, esattamente come il tempo trascorso tra la 1a e la 2a guerra mondiale.

Corretta si è dimostrata invece l’intuizione-valutazione di Cervetto e Parodi degli anni ’50, dove l’emergere delle future grandi economie asiatiche della Cina, dell’India, avrebbero posto le basi per l’attuale lungo ciclo economico espansivo, portando di conseguenza sul mercato internazionale anche miliardi di nuovi proletari.     

Quello discusso 70anni fa, oggi, come tutti possono vedere, E’ ATTUALITA’ e dimostra come l’analisi marxista, nelle sue diverse valutazioni, può interpretare correttamente il funzionamento capitalistico.

Bisogna però essere consapevoli che siamo nel capitalismo e che questo è un suo ciclo. E deve essere chiaro che, un ciclo ha un inizio, uno svolgimento, e una fine (esattamente come valutavano i marxisti dell’800 e quelli del ‘900). E tutti sappiamo che la fine del ciclo significherà ‘sovrapproduzione’, cioè eccesso di merci, quindi crisi, caos e poi … guerre capitaliste.

Quando le grandi economie mondiali USA, Europa, Cina, India, Brasile, e tutte le altre, riverseranno sul mercato più merci di quanto la domanda ne possa assorbire allora il ciclo si completerà e il disastro capitalista si ripeterà. 

Ma questo sarà anche il momento in cui le rivoluzioni si porranno di nuovo all’ordine del giorno.


 

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IL MONDO CAPITALISTICO SEMPRE IN EVOLUZIONE

 

FIRMATO L’ACCORDO ASIATICO RCEP

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L’IMPERIALISMO CINESE

DIRIGE LA PIU’ GRANDE

ZONA DI LIBERO SCAMBIO

DEL MONDO

 

LA CONCORRENZA TRA POTENZE IMPERIALISTE

STA TRASFORMANDO GLI EQUILIBRI MONDIALI

  22 dicembre 2020

 

Mentre Trump nel 2017 revocava l’accordo di libero scambio Trans-Pacific Partnership (TPP) e quello con l’Europa TTIP e attaccava frontalmente il concorrente Cina con dazi e sanzioni, il governo dell’imperialismo cinese stava già da molto tempo prima tessendo la sua tela per creare in Asia l’area di libero scambio più grande del pianeta.

E infatti nel novembre di quest’anno è arrivata la firma ad Hanoi in Vietnam del Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) un accordo di libero commercio tra 15 nazioni dell’Asia e del Pacifico che include un terzo del PIL mondiale e coinvolge 2,2 miliardi di persone. Nell’accordo, oltre alla promotrice Cina, tra i 15 paesi aderenti  troviamo il Giappone, il Sud Corea, l’Australia e la Nuova Zelanda. Tutti i giornali hanno dato forte risalto al fatto che il RCEP è stato voluto fortemente su iniziativa di Pechino. Le trattative per l’accordo erano iniziate già nel 2012 quando Obama come presidente americano stava contrattando con le nazioni asiatiche e del Pacifico gli ultimi dettagli per la costituzione dell’area Trans-Pacific Partnership (TPP), e perciò la nascente iniziativa cinese RCEP allora veniva vista dai commentatori come la contromossa di Pechino al TPP americano.

L’area RCEP, con questa portata, lancia l’imperialismo cinese naturalmente, a svolgere un ruolo di primo attore sulla scena internazionale e spiana la strada per diventare a breve ufficialmente la prima potenza economica mondiale.

Possiamo senz’altro affermare che nel prossimo futuro la scena internazionale non sarà più contrassegnata solo dalle mosse dell’imperialismo americano ed europeo come avvenuto fin d’ora, ma certamente entreranno in risalto anche quelle cinesi.

“L’accordo riduce le tariffe doganali, stabilisce regole commerciali comuni e quindi facilita le catene di approvvigionamento. Comprende commercio, servizi, investimenti, commercio elettronico, telecomunicazioni e diritti d’autore” spiega il Tagesschau del 15 novembre 2020. Su questi presupposti per l’industria cinese - evolutasi ad alta tecnologia - si apre adesso la possibilità di vendere ai paesi del RCEP, asiatici e del Pacifico, senza restrizioni doganali i suoi prodotti di avanguardia: impianti industriali, treni ad alta velocità, centrali elettriche e atomiche, dighe, aerei e aeroporti,  impianti telefonici, 

      

armamenti sofisticati, ecc, rafforzandosi così sulla scena mondiale nel peso e nel ruolo. Anche la Cina quindi svolgerà in Asia la sua funzione imperialistica, esattamente come la svolgono gli Stati Uniti nelle Americhe e nel mondo e la Germania in Europa (confermando il meccanismo capitalistico descritto così bene da Lenin nel suo famoso trattato: “L’imperialismo fase suprema del capitalismo”). 

I giornali riportano come i capitalisti occidentali, cioè gli imprenditori e la finanza, siano molto preoccupati per l’espansione in Asia del Dragone. Perché Pechino accrescendo enormemente il suo potere può mettere in difficoltà i loro affari. 

Infatti il neo eletto presidente USA Joe Biden ha già affermato in uno dei suoi primi discorsi, che il più grande pericolo per gli affari americani nel mondo rimane - in continuità con quanto  dichiarato da Trump - sempre la Cina e che adotterà tutte le misure necessarie per il caso. Detto da uno che assieme a Obama ha già promosso due guerre, una in Siria e l’altra in Libia, la cosa la dice lunga.   

In questo scenario RCEP, da segnalare come la capitalistica India, che all’inizio sembrava molto interessata, si sia poi ritirata dall’accordo. Molti commentatori ne vedono come causa il fatto che il liberismo dell’RCEP può danneggiare seriamente l’economia indiana. Altri invece, nella rinuncia indiana ne interpretano una mossa politica del governo di Delhi di non avvalorare la potenza cinese come leadership dell’area. In altre parole, l’intenzione di Delhi è mantenere il capitalismo indiano (anch’esso in forte espansione e futura potenza mondiale) su una posizione politica internazionale autonoma, di non aperto schieramento, ne con gli Stati Uniti ne con la Cina. Questa è anche la nostra interpretazione sul ritiro indiano.

 

Un mondo capitalistico in continua modificazione quindi. E che noi marxisti dobbiamo continuamente monitorare e tenere sotto stretta osservazione per non venir poi manipolati e coinvolti nello scontro tra i vari schieramenti capitalisti-imperialisti.

Perché è a tutti noto che il mondo capitalistico è estremamente imprevedibile, causa lo scontro di interessi che lo muovono. E che la domanda è: come reagiranno le nazioni capitaliste concorrenti a fronte di questa mossa imperialistica cinese?


 

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LE GIUSTE POSIZIONI CHE PORTANO AL SUCCESSO

LE NOSTRE POSIZIONI.

CIO’ CHE CI DISTINGUE

DAI TROTZKISTI

(e dagli stalinisti)

 

ECCO DOV’E’ ARRIVATA L’ORGANIZZAZIONE MARXISTA 

LOTTA COMUNISTA CON LE GIUSTE POSIZIONI

 

In ex DDR e Unione Sovietica non esisteva - e adesso in Cina, Cuba -non esiste nessun socialismo, ma il Capitalismo condotto dallo Stato

 

Esattamente così. Per i marxisti NON E’ MAI ESISTITO NESSUN “SOCIALISMO” in ex DDR o nell’Unione Sovietica, adesso in Cina ecc. ma è esistito il capitalismo diretto dallo stato. E in questi stati, come nei capitalismi privati occidentali, esisteva la società mercantile con la compravendita, gli affari, il profitto, le banche, lo sfruttamento, ecc. in questi paesi il sistema capitalistico era ed è diretto anziché da privati, da manager statali, tecnocrati, uomini di partiti.

La posizione dei trotzkisti invece su questa questione è che nell’Unione Sovietica, nella DDR, ecc. sia effettivamente esistito il “socialismo” - come adesso in Cina ecc. - solo che questo  presunto “socialismo” era ed è diretto da una “burocrazia degenerata e corrotta” per cui non funziona. Non si capisce a quale “socialismo” i trotzkisti si riferiscano, visto che nei paesi citati la produzione statalizzata funzionava e funziona capitalisticamente, non era e non è gestita dai lavoratori e non viene suddivisa equamente tra la popolazione com’è nel socialismo reale, eliminando la compravendita, la concorrenza, banche, profitti, sfruttamento, ecc.

Per gli stalinisti  esisteva nei paesi del blocco sovietico ovviamente – come tutt’ora in Cina, Cuba, Nord Corea, il “vero socialismo”. Gli stalinisti fan passare, in linea con Stalin, Mao, ecc. per “socialismo” tutto quello che nel sistema capitalistico viene “statalizzato”. Anche se è ultra evidente che queste “statalizzazioni” appartengono appieno al sistema capitalistico e le aziende statalizzate funzionano capitalisticamente, loro affermano essere questo “vero socialismo”. Una evidente truffa, un grosso inganno, che perpetuano da sempre e che ha portato nella storia della classe lavoratrice ai noti disastri stalinisti e alla confusione più estrema.

 

I curdi, i palestinesi, i catalani, non lottano per il socialismo, ma per l’indipendenza capitalistica del proprio stato.

 

Proprio così. Anche se i combattenti Curdi, Palestinesi e molti degli indipendentisti Catalani o Baschi si definiscono “rivoluzionari” o “comunisti”, in realtà si battono per “l’indipendenza capitalistica” del proprio territorio. Noi marxisti lo abbiamo da sempre sostenuto, e la conferma pratica è arrivata con lo Stato che i palestinesi hanno ottenuto nella “Striscia di Gaza”, che è uno Stato appunto indipendente, come volevano i “rivoluzionari” palestinesi, ma chiaramente, senza ombra di dubbio capitalistico. Perciò Curdi, Palestinesi, Catalani, ecc. nelle loro lotte per l’indipendenza territoriale non hanno proprio niente a che fare per l’edificazione di una società non capitalistica, superiore. Anzi, al contrario, con le loro lotte borghesi di indipendenza territoriale ottengono di dividere ulteriormente la classe operaia. Seminando odio per es. tra proletari curdi contro quelli turchi, siriani, iracheni e iraniani, o tra i proletari palestinesi contro quelli israeliani, libanesi, egiziani, ecc. Cosa che i marxisti ripudiano, disprezzano, in quanto i marxisti tendono a UNIRE i 

l’indipendenza capitalistica del proprio territorio, ma contro tutte le proprie borghesie locali per la rivoluzione mondiale.

Ma i trotzkisti supportano, incentivano, la lotta indipendentista dei Curdi, Catalani, Palestinesi, ecc. La sostengono argomentando che questa è una tattica trotzkista affinchè i proletari Curdi, Palestinesi, ecc. una volta arrivati all’indipendenza capitalistica territoriale, poi proseguiranno nella battaglia per il socialismo. UTOPIA PURA.   Perché le dirigenze politiche ed economiche borghesi che dirigono, incentivano, finanziano, armano, e sono alla testa delle lotte indipendentiste curde, palestinesi, catalane, ecc. anche se si definiscono “rivoluzionarie” o “comuniste” per meglio manipolare, coinvolgere, le masse dei proletari sfruttati nella lotta per l’indipendenza capitalistica territoriale, una volta giunti all’indipendenza - e l’esempio palestinese della “Striscia di Gaza” – o Chàvez e Lula in Sudamerica, o l’indipendenza Jugoslava con Tito nel 1945, parlano chiaro - frenano, combattono contro, uccidono, chi vuole andare oltre. Quindi questa “tattica” trotzkista di sostegno è completamente errata, senza speranza, utopica, assolutamente da non perseguire.

Anche gli stalinisti incoraggiano, si immischiano nelle lotte per le indipendenze territoriali. Si intromettono in queste battaglie con lo scopo preciso di creare stati sul tipo ex DDr, Corea del Nord, ecc. Cioè creare stati indipendenti a capitalismo di stato.

 

Democrazia e parlamento: organizzazione politica sociale borghese (sovrastruttura) adottata dai capitalisti per meglio controllare, manipolare, dirigere, le masse dei lavoratori sfruttati.

 

Lenin definisce lo stato democratico “il miglior involucro capitalista”. Ossia la migliore facciata, che i capitalisti possono presentare alle masse proletarie sfruttate per poterle dirigere, coinvolgere, sviarle dei loro problemi, ecc. E per noi marxisti questa è la vera “realtà” quotidiana. Con la “democrazia” i capitalisti riescono alla meglio far accettare alle masse lo sfruttamento, le ripugnanti guerre, le crisi, le disuguaglianze sociali, i disastri ecologici e tutte le porcherie capitaliste. Ma le facciate democratiche crollano sempre quando una forte crisi economica e sociale sopraggiunge, dove le masse disperate comincino a protestare con forza. E’ in queste situazioni che lo Stato “democratico” mostra la sua vera faccia capitalistica con dure repressioni, persecuzioni, esecuzioni.

Per i trotzkisti la democrazia è invece il capitalismo nella sua forma migliore. Una fase capitalistica dove attraverso le elezioni e le lotte si può passare poi al comunismo. Anche qui si entra nell’utopia pura. Infatti sotto gli occhi abbiamo gli esempi di tutte le organizzazioni trotzkiste nel mondo che entrate nei vari governi borghesi si sono sempre lasciate assorbire, integrare negli establishment dirigenziali, visto l’impossibilità di cambiarli.

Per gli stalinisti la “democrazia” è un mezzo per arrivare alle “statalizzazioni”. “Statalizzazioni” che, come sottolineato, gli stalinisti spacciano per forme di “socialismo”. Quindi appoggiano e sostengono le “democrazie” in tutti i modi.


 

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Infezione CORONAVIRUS:

POTREBBE ACCADERE DI NUOVO NEL FUTURO. NEL RECENTE PASSATO GIA’ SUCCESSO 2 VOLTE:

-         Nel 2012-13 in Arabia Saudita

-         Nel 2015 in Sud Corea

 

 

 

 

20 marzo 2020

 

Potrebbe essere, che il “Coronavirus” possa diventare il NUOVO MOSTRO INFETTIVO del prossimo futuro. Se non viene trovato più che in fretta un vaccino o una cura adeguata, situazioni catastrofiche come quella attuale saranno destinate a ripetersi.

 

        Si perché la malattia infettiva virulenta “Coronavirus” non è una novità del 2019-20, ma già nel recente passato ha causato i suoi problemi e fatto le sue vittime.

Infatti l’infezione nel passato ha già manifestato la sua nefasta presenza già due volte, una prima volta in Arabia Saudita nel 2012-13,  per poi riapparire in Corea del Sud nel 2015.

       La stampa europea non ne ha dato notizia, non ha dato risalto a questi due eventi infettivi. Solo il giornale francese  “Le Figaro” (come riportiamo) ha reso noto a suo tempo di entrambe le infezioni.

 

2012-13    ARABIA SAUDITA

      Il “Coronavirus”, così come lo conosciamo adesso (definito “cugino della SARS”) viene individuato dai virologi come sua prima apparizione in Medio Oriente nel settembre 2012 e precisamente in Arabia Saudita. 

Sia prima “Le Figaro” che poi “Wikipedia” riportano come nel paese l’infezione abbia avuto una diffusione piuttosto veloce. E come il numero degli infettati complessivi nella nazione alla fine siano risultati 714 causando 292 decessi. Da qui è partita poi una leggera infezione in tutto il mondo, per il fatto che anche in Arabia Saudita circolano molti uomini d’affari e alcuni di essi hanno portato il virus (come mostra la cartina di “Le Figaro”) in altri paesi. L’infezione, non molto virulenta rispetto all’attuale, è rimasta estremamente localizzata in quelle nazioni, causando così pochissime vittime (in totale mondo: 29).

I virologi del tempo avevano individuato come veicolo del virus e responsabili del contagio i cammelli, i quali ne sarebbero stati i portatori sani.

 

2015    SUD COREA 

      Nel 2015 il “Coronavirus” riappare improvvisamente in Sud Corea e si diffonde. A portarlo risulterà essere un uomo d’affari proveniente sempre dall’Arabia Saudita (quindi se ne deduce che in Arabia Saudita il virus era rimasto ancora attivo). Questo uomo d’affari si sente male e i medici che non riescono a capire l’anomala malattia di cui soffre lo spostano in diversi ospedali per gli accertamenti. 

Prima di capire che il responsabile della sua malattia è il “Coronavirus” il paziente ha tempo di infettare gli ospedali affollati in cui è stato ricoverato. Appena i medici individuano il tipo di infezione , della sua veloce diffusione e della sua grave pericolosità, scattano nel paese le misure di sicurezza. Ma alla notizia (riporta sempre “Le Figaro”) le città infettate entrano nel panico.

Le misure di protezione saranno isolare i quartieri, chiudere le scuole e i luoghi di assembramento pubblico. Alla fine in Sud Corea si conteranno 107 infettati con 9 morti.

 

      E adesso nel 2019-20 il “Coronavirus” definito “Covid 19” riappare di nuovo. Questa volta però in Cina, ma con caratteristiche estremamente più violente e mortali rispetto al passato. Con le note conseguenze devastanti. Non solo sul piano sanitario, ma ora anche economiche, con crollo delle borse e tutti gli effetti sociali catastrofici economici che ne conseguono. Effetti economici catastrofici da precisare: SOLO PERCHE’ SIAMO NEL CAPITALISMO.

      Si, perché in una società superiore senza le inutili Borse speculative e senza gli inutili profitti come scopo produttivo, il tracollo economico non sarebbe assolutamente avvenuto, come ora. Perché la società superiore, senza Borse e profitti, SI SAREBBE CONCENTRATA – TUTTA – ESCLUSIVAMENTE SULLA SOLUZIONE DEL PROBLEMA SANITARIO

Avevamo scritto questo articolo in gennaio dopo il vertice di Davos, per l’edizione di Aprile. L’attuale crollo delle borse ci ha sorprendentemente anticipati.

 

L’INSICUREZZA E L’INSTABILITA’ IMPROVVISA DEL SISTEMA CAPITALISTICO

SI POSSONO DORMIRE SONNI TRANQUILLI NELL’ATTUALE SOCIETA’ CAPITALISTICA?  

NO, SICURAMENTE NO.

 

 

25 gennaio 2020

 

       Banche che erano sopravvissute ad una crisi economica generale, sono poi crollate nella crisi successiva; popolazioni di nazioni come Grecia, Spagna, Italia, che per decenni hanno vissuto un certo benessere, improvvisamente dopo il 2013 sono cadute in uno stato di crisi permanente con ribasso notevole del tenore di vita; enormi aziende storiche come la Lehman Brothers, oggi, dopo la crisi del 2008 non esistono più. Nel mondo capitalistico della concorrenza, degli affari, com’è evidente, niente può essere certo ne sicuro, tutto può improvvisamente cambiare e peggiorare o crollare.      

Engels, cofondatore con Marx del comunismo scientifico, già a metà dell’800 metteva in guardia che l’unica cosa sicura nel mondo capitalistico è  “L’INSICUREZZA”. Da allora a conferma di ciò, crisi, guerre, catastrofi a non finire si sono succedute senza sosta. E’ proprio quando meno te lo aspetti che una crisi arriva, con talvolta accompagnata disastri e anche guerre.

 

INSICUREZZA dunque. Un’insicurezza che non finisce mai nella società del profitto, se non abbattendo il profitto stesso, cioè il capitalismo. 

Le crisi quindi possono giungere in qualsiasi momento. E’ quello che (ancora una volta) diverse fonti internazionali stanno anche oggi pronosticando: una nuova crisi economica, ancor più violenta, si starebbe profilando all’orizzonte.

 

      Nell’articolo dello Spiegel del 22 gennaio “La prossima crisi potrebbe essere massiva” , viene riportato come il Premio Nobel USA per l’economia Robert Shiller durante vertice di Davos abbia messo l’accento proprio sul fatto che le condizioni 

economiche per un prossimo Crash sarebbero mature. Così premio nobel:  “Gli USA stanno vivendo la più lunga fase di crescita della loro storia. La domanda è: quanto durerà?”  E spiega come oggi le borse con le loro azioni speculative siano al massimo del loro valore, e che, secondo il suo parere, adesso non possono altro che crollare.  Spieghiamo in parole marxiste cosa l’economista intende: il capitalismo che non garantisce per niente la stabilità continua del benessere, è in una fase internazionale di crescita che è già durata più a lungo della solita media. Un fatto economico eccezionale. Quindi il senso del premio nobel è:  signori aspettiamoci la prossima ondata di crisi e caos.   

      Anche altre fonti con motivazioni diverse esprimono stesso parere. Per la Süddeutsche Zeitung nell’articolo del 27 agosto scorso “Si minaccia una prossima grande crisi finanziaria – e tutti stanno a guardare” la grossa crisi finanziaria del 2008 che ha colto estremamente di sorpresa sia gli economisti, 

che i finanzieri che i politici, ha stimolato gli entourage governativi di mezzo mondo a cambiare regole finanziarie, statalizzare aziende, fondere banche e imprese per superare la crisi stessa e evitare che un’altra sopraggiungesse. Ma nonostante ciò, è il parere della Süddeutsche, un’altra crisi si starebbe per profilare. E il motivo risiederebbe, sempre per il giornale, nell’attuale aggressività politica ed economica internazionale del presidente americano Trump. 

      Anche la testata “FrankfurterRundschau“ nel suo articolo del 29 sett. 2017 “La prossima crisi arriva certamente” prevede un prossimo crollo finanziario. 

E nel sottotitolo ci tiene a ribadire, sottolineare, come il sistema capitalistico funziona: “… chi promette che il sistema è sicuro, racconta favole. Non esiste nessuna sicurezza”. Senza saperlo il capitalistico giornale esprime concetti simili al comunista Engels, già da lui chiariti nell’800.

Con questo articolo la testata, che elenca le recenti crisi di crollo delle borse del 1987, il crollo delle borse asiatiche del 1997 e infine la crisi finanziaria del 2008, è in polemica con il direttore della Banca Centrale americana, Janet Yellen, la quale promette che nessun altra crisi arriverà più. La “FrankfurtRundschau”, citando l’economista francese Patrik Artus, vede come causa e responsabile della prossima “inevitabile crisi” il “Settore Finanziario”, che con le sue note speculazioni nei prestiti agli stati e alle grandi multinazionali sarà cagione di un’altra situazione internazionale di crisi e caos.

Quindi, in sostanza tutti riportano lo stesso concetto: il capitalismo non pace e armonia, ma instabilità, crisi e caos.

       In sintesi – E’ il profitto, la concorrenza, sono gli affari, che rendono sistema capitalistico caotico e talvolta anche molto distruttivo. Tutto questo nella società socialista (che non è il falso socialismo dell’ex Unione Sovietica o ex DDR, dove vigeva il capitalismo, uguale come in Cina adesso) non succede. Perché nel socialismo il profitto, la concorrenza, affari e banche non esistono più.



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