SCONTRI TRA BORGHESIE

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    11 gennaio 2023

German Mission in Nigeria (Federal Foreign Office)

 

LA MISSIONE MILITARE TEDESCA IN NIGERIA PER PROTEGGERE GLI INTERESSI DELLE MULTINAZIONALI TEDESCHE

 

Il Nord Africa o Sahelzone è un bacino enorme di materie prime, è una zona ricca di uranio e carbone per le centrali elettriche, poi di petrolio, oro, zinco, rame per cavi elettrici, bauxite e non ultimo di legname per la mobilia, materie prime che scatenano la contesa tra le varie potenze imperialiste per accaparrarsele.

E naturalmente anche l’imperialismo tedesco con le sue grandi multinazionali si getta nella mischia avendo grossi affari e interessi i questa zona dell’Africa. Interessi che però, com’è normalità nel capitalismo, vengono minacciati da multinazionali concorrenti, in questo caso cinesi e russe. 

E’ per proteggere questi affari che anche le multinazionali tedesche danno incarico al loro governo di Berlino di mandare nella zona soldati affinchè vigilino, combattano, uccidano, per impedire ai concorrenti di danneggiare i loro profitti.

Per arrivare allo scopo i soldati tedeschi nel Sahelzone si appoggiano su una parte di tribù e etnie locali islamiche, cosicchè armandole, addestrandole, finanziandole, in pratica combattano per gli interessi delle grandi aziende germaniche. Queste tribù si scontrano contro altre tribù africane islamiche a loro volta armate e finanziate da militari delle nazioni concorrenti, ossia per gli interessi delle aziende cinesi e russe.   

E funziona proprio così, perchè anche i governi cinese e russo per proteggere i propri interessi economici hanno mandato nel Sahel i propri soldati che addestrano tribù, sempre musulmane,  perché combattano per loro. 

Dopo le ultime elezioni è il turno del governo Scholz con i Socialdemocratico-Verdi-Liberali - e naturalmente con il consenso più o meno aperto delle opposizioni di destra e sinistra - di proteggere gli interessi delle grandi aziende tedesche, sia in patria che in giro per il mondo, quindi anche in Africa.    

Naturalmente anche questo governo borghese che, come i precedenti si definisce di alti valori morali, civili e umanitari non può palesare apertamente che i soldati 

mandati nelle missioni estere come in Nigeria o Mali sono sul luogo per combattere ed ammazzare per i profitti delle grandi banche e imprese tedesche. Questo provocherebbe di certo un terremoto politico. Perciò  anch’esso mistifica. E come sempre nascondendo il tutto dietro l’ennesimo banale pretesto, porta la falsità che ora la missione in Nigeria servirebbe per combattere il “fanatismo terrorista islamico”. Falsità, esattamente come tante altre  del passato, come per es. quella della guerra in Afghanistan, in cui i soldati tedeschi sarebbero stati inviati per “esportare la democrazia” e prima ancora con la guerra in Jugoslavia, dove l’intervento militare tedesco era per “salvaguardare la pace”.  Va da se, che questi cosiddetti “terroristi islamici” nemici altro non sono che le altre tribù africane armate e sostenute dalle multinazionali concorrenti cinesi e russe che si battono contro i militari tedeschi. 

Ovviamente la stessa tragica frottola viene usata anche in Cina e in Russia, esattamente, dove anche in queste nazioni i soldati mandati a combattere nel Sahel vengono presentati all’interno dei due paesi, essere stati inviati per combattere anch’essi i “fanatici terroristi islamici”, che altro non sono che le tribù sostenute dai tedeschi assieme ai francesi e agli italiani.

In pratica viene diffusa in ogni nazione un’informazione (che ovviamente è una informazione di parte, capitalista) che ha il compito di convincere le masse che ogni “intervento militare all’estero” è sempre per il “bene”, per “aiutare” le popolazioni del luogo, Esattamente come nel passato con le guerre coloniali, dove in patria le guerre coloniali di conquista  venivano giustificate come un “grande aiuto ai popoli”, che invece erano brutalmente sottomessi (nascondendo i massacri compiuti, proprio come oggi). 

I secoli passano, ma il capitalismo rimane sempre lo stesso, con le sue sopraffazioni, guerre, manipolazioni, ingiustizie. C’è bisogno di una società superiore per porre fine a questo.


 

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GUERRE TRA CAPITALISMI DI STATO

1979 - GUERRA TRA CINA E VIETNAM

UN’ALTRA GUERRA TRA RIVALI STALINISTI CAPITALISTI DOPO QUELLA

TRA UNIONE SOVIETICA E CINA DEL 1969.  

 

Chi non ricorda le immense manifestazioni di fine anni ’60 a sostegno del Vietnam contro gli USA? Manifestazioni con centinaia di migliaia di dimostranti che gridavano e si scontravano contro la polizia a favore del Vietnam considerato “comunista”.

Ben poche, anzi pochissime, erano le organizzazioni marxiste che del tutto contro corrente, allora sostenevano che il Vietnam non era ne comunista ne socialista. Erano le organizzazioni marxiste della “Sinistra Comunista” facenti capo a Amadeo Bordiga, Onorato Damen, Paul Mattick, Anton Pannekoek, e quella leninista di “Lotta Comunista” di Arrigo Cervetto.

Le tesi sostenute dai marxisti era che nel paese Vietnam operavano tutte le leggi capitaliste del commercio e del profitto, e non quelle del comunismo con la suddivisione dei beni. Una realtà ultra evidente. Pertanto non si poteva parlare di “paese comunista”. Di conseguenza la guerra di liberazione del Vietnam contro gli Stati Uniti andava interpretata come una guerra tra capitalisti: capitalisti del Vietnam contro l’oppressione dei potenti capitalisti americani.

Posizioni perciò supercorrette nell’analisi marxista.

La guerra tra Vietnam e USA finirà nel ’75. Ed ecco, pochi anni dopo arrivare la conferma ufficiale del carattere borghese-capitalista del paese Vietnam: nel ’79 scoppia la guerra tra la Cina maoista-stalinista contro il Vietnam altrettanto stalinista.

Motivo: i soliti interessi capitalistici.

Nel ’78, un anno prima, l’esercito vietnamita aveva invaso la Cambogia (adesso, dopo la liberazione nazionale, sono i vietnamiti che invadono un altro paese) approfittando della debolezza causata dalla guerra civile che imperversava in quel paese, per occuparne alcune regioni. Per fermare l’invasione, la Cina maoista entra in guerra da nord contro i vietnamiti. Questi, sotto attacco cinese, sono costretti a fermare l’invasione e poi in seguito a ritirarsi della Cambogia.

Come detto: una delle tante tragiche guerre capitaliste che infestano il pianeta. Niente di nuovo nel quadro delle diaspore tra borghesie assetate di espansione.

La novità consisteva nel fatto che, come nel ’69 nello scontro militare tra Unione Sovietica e Cina, anche qui nella guerra tra Cina e Vietnam, si ripeteva e confermava lo scontro tra stalinisti capitalisti. Un evento di notevole rilevanza politica.

Ma qui non si sono ripetute le manifestazioni oceaniche per denunciare il carattere capitalista sia della Cina che del Vietnam. Le organizzazioni staliniste e maoiste che pochi anni prima avevano promosso le enormi proteste a favore del Vietnam contro gli USA, preferiscono adesso defilarsi e nel silenzio constatare il fallimento delle loro politiche (e anche delle loro proteste).

Ma i marxisti, quelli veri, invece no, questi non si sono fermati. Al contrario.

Per i marxisti della “Sinistra Comunista” e i “Leninisti” è l’occasione per riaffermare ancora una volta il carattere borghese dei due paesi stalinisti e la validità dell’analisi marxista. Quella vera, non quella distorta stalinista.

Nella lotta politica quotidiana è importante citare e sottolineare costantemente le guerre tra stalinisti. E’ importante per smascherare la vera essenza antiproletaria di queste organizzazioni che si sforzano di apparire “leninisti”. E che senza pudore continuano ad usare la terminologia “marxista” per giustificare le loro sporche azioni borghesi nazionali e internazionali, come l’odierna guerra tra Russia-Ucraina dove ancora una volta gli stalinisti, tutti schierati a sostegno dell’imperialismo russo, si definiscono “comunisti”. 

                                                                                                               13 agosto 2022


 

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       28 luglio 2022

1969 CONFLITTO UNIONE SOVIETICA CONTRO CINA: CAPITALISTI STALINISTI IN GUERRA TRA DI LORO.

 

DUE NAZIONI A CAPITALISMO DI STATO IN GUERRA TRA DI LORO PER I CINICI INTERESSI BORGHESI. E’ COSI’ CHE GLI STALINISTI AL POTERE INGANNANO LE MASSE PROLETARIE: DEFINENDOSI “MARXISTI” “COMUNISTI”.  SONO INVECE GUERRAFONDAI CAPITALISTI.

 

Nella politica comunista per la realizzazione di una società superiore DUE PAESI PROLETARI RIVOLUZIONARI NON SI FANNO MAI LA GUERRA L’UNO CONTRO L’ALTRO! Questo assolutamente non appartiene alla politica  comunista.

Al contrario nella vera politica comunista due paesi proletari SI UNISCONO dopo la rivoluzione!  SI UNISCONO PER PROMUOVERE E ORGANIZZARE ALTRE RIVOLUZIONI, con le quali poi ulteriormente unirsi e realizzare la rivoluzione globale. Questa è la vera, corretta, politica marxista seguita dall’Internazionale.

E’ tra paesi capitalisti che invece è normalità scontrarsi, competere tra loro, anche militarmente per rubarsi i mercati, farsi le guerre. 

Al contrario nella vera politica comunista due paesi proletari SI UNISCONO dopo la rivoluzione!  SI UNISCONO PER PROMUOVERE E ORGANIZZARE ALTRE RIVOLUZIONI, con le quali poi ulteriormente unirsi e realizzare la rivoluzione globale. Questa è la vera, corretta, politica marxista seguita dall’Internazionale.

E’ tra paesi capitalisti che invece è normalità scontrarsi, competere tra loro, anche militarmente per rubarsi i mercati, farsi le guerre.  

Quindi l’Unione Sovietica stalinista era senza dubbio un paese capitalista-imperialista. Un imperialismo che nello scontro tra potenze, sottomettendo 

altre borghesie nel Patto di Varsavia (vedi repressione Berlino nel ’53, in Ungheria nel ’57, Praga nel ’70) ingaggiava anche guerre imperialiste nel mondo, come l’invasione dell’Afghanistan nel 1979. E come la guerra contro la Cina maoista nel 1969. Esattamente come tutte le altre potenze capitaliste occidentali.  

E la Cina: ugualmente capitalista. Che, nella sua politica borghese nell’arena mondiale, non solo nel 1950 in Corea ha mosso una cruenta guerra contro gli Stati Uniti, ma nel ’69 (come sopra) si è scontrata militarmente anche con la Russia stalinista, e nel ’79 anche contro l’altrettanto stalinista Vietnam. Qui, un massacro tra stalinisti rivali.

E’ chiaro, non c’è dubbio: tutto questo non ha nulla a che spartire con il marxismo.  

La cosa però molto pericolosa è  che gli stalinisti, capitalisti nazionalisti al potere in Cina, Vietnam, e nell’ex Unione Sovietica, nel loro procedere borghese si definiscono “marxisti”, “comunisti”, ingannando le masse di tutto il mondo. Un grosso problema politico.

Sono sempre loro, da pericolosi mentitori, che sfruttando senza tanti problemi i propri lavoratori proletari, li scagliano nelle guerre contro altri proletari.

E’ evidente che c’è urgente bisogno di chiarezza.

Il compito dei marxisti, dei veri marxisti, è quindi più che mai necessario: smascherare questi impostori, e chiarire cosa sia il VERO MARXISMO e la VERA POLITICA COMUNISTA, per il futuro dell’umanità.


 

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       18 ottobre 2022

LE PROFONDE RAGIONI DELL'INVASIONE

DELL'UCRAINA DELL’IMPERIALISMO RUSSO

 

Com il crollo dell'Unione Sovietica negli anni novanta l'Ucraina è sprofondata  in una profonda recessione economica, che misurata in termini di PIL (prodotto interno lordo) ha fatto perdere al paese il 59% del suo potere economico. Solo nel 1999 l'Ucraina è riuscita a riprendersi parzialmente e a registrare una crescita economica positiva del 5,6%. In questa ripresa lo sviluppo delle singole regioni è avvenuta  a ritmi diversi.

Delle 24 regioni ucraine, sono le economie della Regione di Kiev e le quattro regioni industriali orientali di Donetsk, Dnipropetrovsk, Charkiv e Zaporizhzhya che assieme rappresentano oltre la metà della produzione economica dell'Ucraina. Mentre la frammentazione della produzione agricola nel centro e nell'ovest e l’industria nell'est e nel sud-est dell'Ucraina rimangono un retaggio dell'epoca sovietica. In questa tempo anche i partner commerciali dell'Ucraina rispecchiano l’eredità del passato.

Nel 2010 la Russia è per l’Ucraina, con il 26% di beni esportati, il partner commerciale più importante, dove esporta macchinari, motori e attrezzature, treni, tram, metalli e prodotti chimici. La quota ucraina di esportazioni verso l'intera CSI (Comunità degli Stati Indipendenti) è in questo momento del 36%. Le fonti energetiche sono importate: il gasdotto "Fratellanza" (in russo Братство, Bratstvo) rifornisce l'Ucraina di gas naturale russo creando una fiorente industria. Fino a questo momento l'economia ucraina è saldamente integrata nella Comunità economica eurasiatica, composta dai Paesi della CSI.

Accordo di associazione e cambio di potere

Il forte orientamento dell'economia ucraina verso lo spazio post-sovietico con le alleanze commerciali già esistenti ha protetto fino a questo momento in gran parte il mercato ucraino dagli influssi occidentali. Ma l’Unione Europea vuole ridurre le barriere commerciali e allineare gli standard e i quadri giuridici, e si mette in moto preparando un accordo di associazione con l'Ucraina. Oltre alla cooperazione economica, l'Ucraina dove allinearsi politicamente alla UE per creare così le basi per l'ingresso nell'Unione.

Viktor Yanukovych ha ricoperto la carica di presidente proprio nel periodo in cui era prevista la firma dell'Accordo di associazione. Nonostante il sostegno iniziale del suo governo all'accordo con la UE, Yanukovych il 21 novembre 2013 poco prima del suo avvio, ha sospeso l'Accordo.

Si ritiene che sia questa sorprendente inversione di rotta che ha innescato le violente proteste di Maidan a Kiev nel gennaio 2014, che alla fine, nel seguente  febbraio 2014, hanno portato al colpo di Stato e alla sostituzione del governo filo-russo con uno filo-UE. 

La risposta russa al cambio di potere è stata immediata con l'annessione della Crimea e i conflitti armati nell'Ucraina orientale (regione del Donbass, in particolare Donetsk e Lugansk) dove il governo centrale ucraino ha combattuto i movimenti separatisti sostenuti dalla Russia. Numerose fabbriche nel Donbass sono così passate sotto il controllo dei separatisti o sono state distrutte.

Nella nuova situazione il commercio estero ucraino è stato quindi ristrutturato in modo sostanziale. Le barriere commerciali e le sanzioni introdotte di recente hanno ridotto notevolmente gli scambi con la Russia e le esportazioni verso la CSI sono diminuite del 48% nel 2016. Allo stesso tempo all'Ucraina è stato concesso, già dal giugno 2014, l'accesso al mercato interno dell'UE in larga misura esente da dazi, il che ha portato a un aumento del 7% delle esportazioni verso l'UE (2016) e la tendenza è in crescita. 

Lotta per i mercati

L'esempio dell'Ucraina mostra le strategie e i metodi dei due gruppi di interesse, la UE e la Russia. La UE [carica di capitali - ndr] usa il "soft power", cioè cerca di aprire il mercato ucraino attraverso la diplomazia, le istituzioni internazionali, i media e la formazione dell'opinione, la cultura e anche attraverso incentivi economici, e lo fa con successo. Dall'altra la Russia, che senza i suoi soliti mezzi militari non è riuscita a mantenere l'Ucraina nella sua sfera d'influenza. Per cui è ricorsa al suo solito “Hard-Power“  (potere duro) usando l’esercito  per annettere la penisola di Crimea e controllare il Donbass. A ciò sono seguiti 8 anni di guerra nel Donbass tra ucraini e i separatisti del Donbass.

Questa guerra, tra Ucraina e Russia, si è intensificata poi nel febbraio 2022 e si è estesa a tutto il territorio ucraino e che ora si è concentrata nella parte orientale del Paese.

Gli interessi economici dei capitalisti sono le ragioni di questa guerra. La guerra è solo uno dei tanti mezzi politici dei capitalisti per imporre i loro interessi. Morte e miseria per i proletari sono le conseguenze.

 

                                                                                                      De. Pu.


 

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   8 ottobre 2022

Analisi sulla guerra in Ucraina: una guerra tra imperialismi.

PUTIN, NELLA TRAPPOLA

DI BIDEN MINACCIA L’USO DELL’ATOMICA

LO SCOPO E’ COSTRINGERE WASHINGTON AL COMPROMESSO

 

Come già sottolineavamo subito dopo l’inizio del conflitto nell’interessante articolo “La guerra in Ucraina sta rafforzando notevolmente l’imperialismo americano sulla scena internazionale” (Der kommunistische Kampf” - 3 maggio 2022), l’establishment Putin che dirige l’imperialismo Russia non ha chance in questa guerra, è nella trappola dell’ultrapotente imperialismo USA, che sfruttando il conflitto Ucraina ne approfitta nello scontro tra capitalismi, armando massicciamente gli ucraini, per portare il concorrente russo ancora una volta alla disfatta. 

In questo conflitto, che da subito si è delineato come un conflitto tra Russia e Stati Uniti (che armano e finanziano gli ucraini) agli americani è chiaro che se continueranno a sostenere l’esercito ucraino, alimentando così la continuazione della guerra, l’esercito russo non potrà reggere a molto, sarà inevitabilmente sconfitto, fino al ritiro completo dalle zone occupate nel paese. Per l’establishment di Mosca questo significherà la disfatta militare totale.  

Se poi a questo si aggiungono le durissime sanzioni economiche-finanziarie imposte da americani e europei, che lentamente stanno portando l’economia russa in una recessione economica profonda, si ha il quadro completo, in questa contesa armata  tra capitalisti per rubarsi il mercato Ucraina, del disastro in cui anche la popolazione russa è stata portata, e delle enormi difficoltà in cui si è infilato il governo imperialista Putin.  

Naturalmente con la sconfitta militare e il tracollo economico il vero obbiettivo dei capitalisti di Washington è quello di spazza via anche l’attuale dirigenza Putin-Medvedev-Lavrov. Così che venga sostituita da un governo russo meno aggressivo sulla scena internazionale (forse con il noto oppositore Navalny).    

Ed è precisamente per raggiungere il crollo e dimissioni della leadership Putin, a nostro avviso, (ma anche secondo altri commentatori) che gli USA assieme agli europei ignorano e rifiutano (e lo fanno dire pubblicamente al presidente ucraino Selensky) tutte le proposte e i gridi di mediazione provenienti da tutto il mondo e soprattutto dallo stesso governo russo. Non interrompendo il flusso continuo di armi all’esercito ucraino e proseguendo nelle dure sanzioni economiche contro Mosca.   

E questo spiega come mai Putin, avendo chiaro l’intenzione americano di abbatterlo, stia disperatamente cercando aiuto dal presidente turco Erdogan e di quello cinese Xi Jinping per una mediazione di fine guerra. Una mediazione che però non sia il ritiro totale dall’Ucraina, ma di mantenere sotto controllo russo una parte dei territori già occupati, presumibilmente Crimea e Donbass, da presentare poi all’interno della Russia come una vittoria e non essere costretto

dimissione, al tracollo.  Poiché Washington rifiuta categoricamente questa proposta di Mosca e verosimilmente al contrario pretende il completo ritiro russo, Crimea compresa (come sempre Selensky ufficialmente dichiara) il che significherebbe la totale disfatta militare-politica russa con seguenti dimissioni del suo governo, Putin, secondo molti osservatori, per evitare la catastrofe gioca disperatamente l’ultima carta a sua disposizione: minaccia l’uso dell’atomica e ha indetto il referendum farsa nel Donbass per l’annessione dei territori ucraini conquistati militarmente, così da crearsi, com’è noto, il pretesto in Russia per imporre ai giovani riservisti di andare in guerra.  

Ma al governo imperialista di Washington e quelli europei è chiaro che la minaccia  dell’atomica è un bluff e la costrizione dell’entrata in guerra di 300.000 riservisti russi è l’ultima chance senza speranza del governo Putin. Poiché diversi esperti militari sottolineano che in questa atroce e sanguinosa guerra in Ucraina ciò che fa la differenza non è il numero di soldati, ma l’alta tecnologia delle armi impiegate. E le armi a disposizione dell’esercito ucraino fornite soprattutto dagli americani, ma anche dagli europei, sono di sicuro di altissima tecnologia, in netto contrasto con quelle russe molte delle quali obsolete. La sconfitta militare russa appare quindi inevitabile e solo una questione di tempo. Così come il tracollo economico russo, dato anch’esso come questione di tempo.        

Perciò in questo scontro banditesco interimperialista, USA e europei, guardando il futuro in questa prospettiva, sicuri della vittoria, proseguono decisi nel finanziare e nell’armare gli ucraini perchè la guerra prosegui. L’imperialista Putin l’ha iniziata, gli altrettanto imperialisti americani e europei la continuano. E’ così che il perverso sistema capitalistico funziona.  Tutta normalità nel repellente sistema. 

Una guerra dove giovani proletari russi e ucraini (che prima erano amici) dopo essere stati sfruttati nelle fabbriche, ora come soldati vengono utilizzati come carne da cannone, gli uni contro gli altri, per gli sporchi interessi dei capitalisti. E’ la stessa tragica storia che si ripete, ogni volta, come in tutte le altre guerre.  

Nei conflitti il marxismo non si schiera mai dalla parte di uno dei belligeranti capitalisti, siano essi, come in questo caso, Ucraina o Russia o americani, ma sempre e solo dalla parte dei proletari sfruttati, trascinati nella guerra. Ossia con i lavoratori russi e ucraini indistintamente, contro i propri capitalisti russi e ucraini. Veri responsabili del disastro guerra.

Per il marxismo esiste una sola via d’uscita alle orribili guerre capitalistiche:

CONTRO LA GUERRA RIVOLUZIONE !   


 

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     3 maggio 2022

ANALISI DELLA SITUAZIONE IMPERIALISTA

 

LA GUERRA IN UCRAINA STA RAFFORZANDO NOTEVOLMENTE LA BORGHESIA AMERICANA SULLA SCENA INTERNAZIONALE

 

Vogliamo qui fare un riassunto di come le potenze capitaliste sul pianeta

scontrandosi con tutti i mezzi, guerre comprese, cinicamente

cercano di raggiungere gli obiettivi che si prefiggono.

 

Mai come adesso dal dopoguerra in poi l’imperialismo di Washington ha avuto alleati così stretti e compatti, e una NATO così ambita dalle borghesie dei paesi europei, anche da quelli che prima erano scettici come Svezia e Finlandia. Se prima la NATO era un po’ snobbata in Europa, adesso il conflitto militare russo in Ucraina ha messo così tanta paura alle borghesie europee che terrorizzate, non solo chiedono, ma ora pretendono a gran voce la protezione della NATO e il suo veloce rafforzamento e allargamento.    

E’ proprio l’invasione russa dell’Ucraina che rinsalda questo enorme polo militare-politico imperialistico, esattamente l’opposto di ciò che si prefiggeva il governo di Mosca, che con il blitz militare di invadere l’Ucraina, pensava di rafforzare la sua posizione geopolitica nella scena internazionale, dividere con il ricatto del gas e i suoi prodotti agricolo-minerari  i paesi europei - all’interno di essi e dagli Stati Uniti - e di rafforzare la sua alleanza con l’imperialismo di Pechino.  

Già prima  (causa l’emergere dell’imperialismo cinese) il presidente Trump nel suo mandato quadriennale nel suo “Make America Great” aveva fatto tutti gli sforzi possibili per raggiungere l’obbiettivo di compattare l’unione USA-Europa (detta “transatlantica”) attraverso la nota politica di innalzamento dei dazi doganali contro Cina e Russia, le dure sanzioni contro Russia, Cina, Iran, Venezuela, ecc. e di rafforzare la NATO cercando di costringere i paesi europei a portare le proprie spese militari al 2%. Ottenendo però solo in parte i risultati. Ora tutto questo, e ancor di più, nel giro di un mese causa la guerra russa in Ucraina, all’amministrazione Biden si è realizzato, con la prospettiva di rafforzarsi ancor più con il proseguire della guerra.

  

INTERESSE USA AL PROSEGUIMENTO DELLA GUERRA. Molti commentatori internazionali scandalizzati accusano Biden di non voler metter fine al conflitto ucraino, di non cercare il compromesso con Putin. Ma insultandolo di continuo, isolandolo politicamente, rifiutando i russi 

negli incontri internazionali, mandando sempre più armi alle forze ucraine, ecc. di fomentare e cercare con determinazione il proseguo del conflitto.

Questo, nel brutale scontro tra borghesie senza esclusione di colpi, potrebbe effettivamente corrispondere alla realtà.    

Perché se Putin per i suoi interessi geopolitici ha cercato e causato la guerra, Biden adesso per i suoi altrettanto obiettivi geopolitici potrebbe avere interesse che la guerra continui. Per i motivi imperialisti sopra accennati: più la guerra continua e più l’alleanza transatlantica USA-Europa si rinsalda; più la guerra continua e sempre più paesi europei vogliono velocemente entrare nella NATO (perfino la neutralista Svizzera ci sta pensando) e i vari governi europei senza più esitazione vogliono innalzare le proprie spese militari NATO;

un lungo proseguo della guerra può indebolire di molto il concorrente russo. Non ultimo: causa la guerra, un notevole rafforzamento del polo politico-militare StatiUniti-Europa isola sulla scena internazionale anche l’imperialismo di Pechino (e l’India). Non poco per la borghesia americana che con tutti i mezzi cerca di contrastare l’ascesa delle borghesie concorrenti.

 

E TUTTI QUESTI VANTAGGI USA, CAUSA LA GUERRA IN UCRAINA VOLUTA DALL’ AVVERSARIO   PUTIN.  

 

Fin dall’inizio era chiaro che nello spietato scontro tra capitalisti, Putin, fallendo l’obbiettivo di impadronirsi velocemente dell’Ucraina e impantanandosi in una lunga guerra di posizione, Biden ne avrebbe approfittato. Quanto ne avrebbe approfittato, subito non era chiaro. Adesso si. Washington sembra miri non solo al rafforzamento dell’asse USA-Europa, ma con il proseguo della guerra, come detto, voglia assolutamente arrivare al collasso della  non industrializzata economia russa, alla deposizione di Putin, con un indebolimento dell’imperialismo russo sulla scena internazionale tale da diventare non più pericolosa per gli interessi USA, così da neutralizzarla per un paio di decenni, come successo precedentemente con l’Unione Sovietica.

E il forte rafforzamento strategico USA-Europa e le notevoli difficoltà di Mosca è un segnale potente anche per l’imperialismo di Pechino: la Cina adesso ha meno alleati sulla scena internazionale, e deve porre attenzione alle sue prossime mosse imperialiste (Taiwan compreso). Perché USA e Europa assieme pesano sul PIL mondiale circa il 40%, mentre la Cina è ancora al 16% (mentre la Russia è poco sopra all’1%). E perché la potenza USA con la guerra in Ucraina sta dimostrando essere una potenza militare di altissimo livello, livello a cui l’imperialismo cinese ancora ne è ben lontano, e che in caso di in un eventuale disastroso scontro non avrebbe alcuna chance.

 

Un’ultima osservazione: LA DEBOLEZZA MILITARE RUSSA.

L’imperialismo russo si è sempre pavoneggiato sui media internazionali (supportato con entusiasmo dagli stalinisti  - e lo sta facendo paradossalmente ancora adesso) come una grande potenza militare: la guerra in Ucraina sta dimostrando tutto il contrario. L’esercito ucraino, uno dei più poveri in Europa ma in questa occasione abbondantemente armato da USA (e inglesi) lo ha facilmente sconfitto nell’ovest del paese e adesso lo scontro militare si è spostato a est nella regione del Donbass. Nel conflitto ucraino l’esercito russo ha palesato tutte le sue debolezze: una parte del suo arsenale ancora a bassa tecnologia (una quota di carri armati provengono dell’ex Unione Sovietica), una notevole scarsità di armi e uomini, una accentuata disorganizzazione logistica (di organizzazione) e un debole supporto satellitare. In pratica un nano militare rispetto alla potenza di fuoco USA enormemente tecnologizzata ed estremamente efficiente. Il motivo di questa debolezza militare russa? Il basso grado di industrializzazione del paese, che non riesce a garantire uno standard di livello militare alto e moderno e dove i militari ricevono uno stipendio pari a 400-500 dollari al mese. Nello spietato confronto interimperialistico sarà quindi facile alla potente borghesia di Washington cogliere l’occasione Ucraina per mettere a tacere ancora una volta il nano russo.

Il cinico confronto tra borghesie fa ribrezzo ai proletari. Masse proletarie che purtroppo ne devono subire le tragiche conseguenze. Tutto questo può finire solo con l’abbattimento del sistema del profitto. Non c’è altra via.


 

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GUERRA IN UCRAINA

 

Avevamo scritto questo articolo all’inizio di febbraio quando ancora la crisi Ucraina era appena cominciata.

Nello sporco gioco imperialista, delle due ipotesi che avevamo fatto su una possibile soluzione della crisi la prima non si è avverata, e cioè che il governo imperialistico tedesco potesse riuscire a mediare alle attuali richieste russe e farle accettare agli americani come accaduto nel 2014 con la Crisi di Crimea.

Ma si è avverata la seconda, ossia il governo USA ha rifiutato la mediazione di Berlino a favore dei russi e contrattaccato contro Putin facendo salire al massimo la tensione costringendo il governo Scholz a schierarsi con la NATO, così che Putin reagendo ha deciso di invadere l’Ucraina.

 

 

 

 

CRISI UCRAINA

IL PIANO DI PUTIN: SPINGERE PERCHE’ LA GERMANIA IMPEDISCA L’INSEDIAMENTO NATO IN UCRAINA

MOSSE E CONTROMOSSE NELL’INSTABILE E CORROTTO SISTEMA CAPITALISTICO 

 

 

Il massiccio dispiegamento di truppe russe sul confine ucraino per impedire alla NATO di insediarsi nel paese viene dipinto sui social come una mossa azzardata da parte di Putin. Non lo è, fa parte invece di un piano noto sia agli americani che agli europei. Con questa manovra Putin e il suo establishment intende arrivare a coinvolgere Berlino perchè impedisca agli Stati Uniti di estendere la NATO in Ucraina. E’ una tattica che Putin ha già usato con successo nel 2014, quando il governo Merkel sotto spinta russa è riuscito a fermare la reazione militare degli Stati Uniti, dopo che la Russia si era annessa la Crimea.

L’imperialismo tedesco intrattiene molteplici interessi economici e finanziari con Mosca, cosa che gli altri stati europei non hanno. Per es. le grandi aziende riunite nel “Comitato Tedesco per le relazioni economiche dell’Europa orientale” hanno sul suolo russo un fatturato annuo stimato sui 45 miliardi. A questo si aggiunge i diversificati affari finanziari delle grandi banche tedesche, i crediti e gli investimenti. La Russia è quindi un eccellente mercato per l'imperialismo di Berlino, che cerca ovviamente di tenersi stretto. 

Altro fattore pesante nelle relazioni tra Berlino e l'imperialismo di Mosca è senza dubbio il gas, fonte di energia. I dati dicono che più del 40% dell'energia consumata sul suolo tedesco proviene dal gas della compagnia russa Gazpron. Anche negli altri stati europei si stima che il 40% dell'energia consumata provenga dal gas russo.

In questo rapporto però è più la Germania dipendente da Mosca che il contrario, e questo spiega perché il governo tedesco nei momenti di crisi tra USA e Russia assume sempre un ruolo di mediazione e compromesso.

Su questi presupposti Putin ovviamente anche oggi nella crisi Ucraina cerca di sfruttare la situazione a suo vantaggio. Proprio come avvenuto nella crisi di Crimea del 2014.  

A più di un mese dal massiccio dispiegamento di truppe russe sul confine ucraino adesso è chiaro che l’obbiettivo russo non era l'invasione, ma, come scrivono i giornali filorussi e stalinisti, un pretesto per attirare l'attenzione dei governi occidentali sulla controversa questione dell’insediamento NATO in Ucraina. La reazione poi delle diplomazie occidentali allarmate dall’ammassamento delle truppe ha portato, come previsto, a chiedere incontri di chiarimento. A questo punto, riportano sempre i giornali stalinisti, il primo obiettivo per il Cremlino è stato raggiunto.  

Nei colloqui susseguitisi, Putin ha potuto quindi mettere sul tavolo le sue richieste di "sicurezza nazionale" messa in pericolo, a suo dire, dalla possibile estensione NATO all’Ucraina.

Qui era prevedibile che il governo americano avrebbe rigettato rabbiosamente le richieste russe. Ma tutt’altro è stato invece l’atteggiamento del governo di Berlino. Che confermando le aspettative russe si è dimostrato subito disponibile e cauto, 

e si è subito messo al lavoro per cercare una mediazione alle richieste del governo russo. E la trattativa è tutt’ora in corso. 

Apparentemente sembrerebbe Putin avere le carte vincenti, visto che può ricattare la Germania sull’economia e l'Europa intera sul gas. Ma non è così.  Anche Washington ha le proprie armi di ricatto per paralizzare gli europei: ed è l’aumento delle tariffe doganali sulle grandi quantità di merci europee importate negli Stati Uniti. Per es. nell’interdipendenza della Germania dagli Usa nel settore chiave per l’economia tedesca degli autoveicoli, il 15% dell’export di Berlino va negli Stati Uniti, a questo è da aggiungere l’export di alta tecnologia meccanica, chimica, ecc. Un forte aumento delle tariffe doganali in questi settori o una restrizione delle esportazioni avrebbe effetti altrettanto disastrosi sull'economia tedesca.

Questo può costringere la Germania e l'Europa ad accettare le politiche di Biden, proprio come fatto da Trump a suo tempo, che usando la minaccia dell’innalzamento dei dazi ha costretto sia l'imperialismo di Berlino che gli altri europei a sottostare alle sue decisioni di politica estera. 

Paradossalmente in questo contesto di duro scontro tra USA e Russia, l'imperialismo tedesco si trova nella situazione surreale di dipendente in un modo o nell'altro dai ricatti di entrambe le parti in contesa. E’ chiaro che cerca la via della mediazione.    

Solo che dal 2014 - l'epoca della crisi di Crimea - quando Obama era presidente degli Stati Uniti e il governo Merkel è riuscito a mediare a favore dei russi, i tempi sono notevolmente cambiati e il confronto interimperialista da allora si è notevolmente acuito e aggravato. E in questa nuova tesa situazione Biden, invece di accogliere la mediazione di Berlino a favore di Putin come fatto da Obama, potrebbe agire al contrario come operato invece da Trump: aumentare il contrasto per spingere la Germania e gli europei contro la Russia. Nel senso che Biden ora potrebbe cogliere l’occasione dell’attuale scontro con Mosca, per confermare e irrigidire le sue posizioni di insediamento della NATO in Ucraina, andando così a costringere Berlino – membro NATO – a schierarsi apertamente a favore degli USA e contro Putin. Così che l’ottimo rapporto di collaborazione tra i due paesi ne venga danneggiato, logorato, possa entrare in crisi.  Sarebbe il boomerang per Putin, che ha iniziato tutta la diaspora Ucraina.

Ipotizzando che Biden si irrigidisca, non cedi e confermi l’insediamento NATO in Ucraina (come al momento sembra) e che questo ne sia l’epilogo, cosa farà l’imperialista Putin? Toglierà il gas all'Europa e colpirà le aziende tedesche sul suolo russo per spingere i governi europei contro Washington? Invaderà militarmente l'Ucraina (... mentre il potente imperialismo cinese sta a guardare, pronto ad affiancare i russi se necessario) ? O accetterà la sconfitta? (Ovviamente tutto questo è ripugnante scontro politico che riguarda solo i predoni capitalisti - come li definisce Lenin, e che ovviamente con le masse salariate sfruttate assolutamente non ha nulla a che fare).

Nell’instabilità interimperialistica lo scontro potrebbe senz’altro acuirsi, con esiti, com’è evidente, del tutto imprevedibili. Staremo a vedere.

Tutto questo inevitabilmente fa tremare. E certamente è motivo di riflessione.

LO RIBADIAMO DA SEMPRE: il capitalismo con i suoi affari è instabilità, imprevedibilità, caos. Esattamente come sempre asserito da Marx.

I capitalisti sono sempre alla ricerca del massimo profitto. Indifferentemente se con mezzi diplomatici o militari.

                                                                "Der kommunistische Kampf"  febbraio 2022         


 

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TRE POSSIBILI SCENARI PER LA GUERRA CAPITALISTICA

TRA BRIGANTI IN UCRAINA

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I CAPITALISTI RUSSI, AMERICANI E EUROPEI SI CONTENDONO CON TUTTI I MEZZI LA NAZIONE,

IMPORTANTE PER I LORO INTERESSI GEOPOLITICI E PER LE SUE RISORSE NATURALI.

 

 

 

Si, un’altra barbara guerra capitalistica (capitalistica come tutte le altre che infestano il pianeta)  è esplosa. E’ l’Ucraina adesso di turno. Dove lo scontro tra i banditi imperialisti per rubarsi la nazione da politico-economico-finanziario si è trasformato in una feroce guerra.

L’imperialismo russo non tollera che l’Ucraina, nel passato sotto stretto controllo dell’altrettanto imperialistica Unione Sovietica, sia passata sotto influsso geopolitico dei concorrenti americani e europei. Concorrenti imperialisti che nell’incessante scontro intercapitalistico stanno cercando di accaparrarsi anche la Bielorussia e il Kazakistan, entrambi paesi in area di influsso ferreo russo.

L’imperialismo russo ha deciso quindi di passare all’azione militare diretta contro l’Ucraina, invadendo il paese con le sue armate, con le sanguinose conseguenze che ciò determina, indifferenti nella cinica logica imperialista.

Quali possono essere adesso i possibili scenari su quello che si sta profilando come l’ennesimo macello capitalista?

Escludendo l’improbabile azione che Putin e il governo russo si possano fermare e accettare le decisioni dei concorrenti americani e europei, si possono presupporre tre sviluppi nel tragico scenario di guerra capitalista ucraina.

GUERRA LAMPO. L’imperialista Putin ha iniziato questo conflitto sorprendendo tutti, nell’intento di condurre una guerra veloce, chiudere subito per mettere gli altri imperialismi di fronte al fatto compiuto e così limitarne le ritorsioni. Secondo gli esperti questa ipotesi di “guerra lampo” è ancora sul tavolo, se l’armata russa riesce a vincere nel giro di pochi mesi.

UNA LUNGA GUERRA. E’ molto probabile che il conflitto si  trasformi in una lunga carneficina infinita, come succede spesso in queste sanguinose situazioni capitaliste, vedi in Jemen, Libia, Siria, Mali, Sudan-sudan, Etiopia, ecc. Dove l’esercito russo nelle grandi città ucraine, trovando l’accanita resistenza dell’esercito ucraino non riesce a sfondare, portando la situazione in uno stadio che in gergo militare viene definito  “guerra di medio livello”, con infinite vittime da 

entrambe le parti. Questo tipo di guerre durano solitamente anni, ma possono durare anche decenni (come le attuali sopracitate).

Terzo scenario: LUNGA GUERRA CAPITALISTA CON FINALE COLLASSO RUSSO.  Le fortissime sanzioni imposte da Stati Uniti e Europa, gli enormi costi economici di una lunga guerra in una nazione come la Russia dove il grado di industrializzazione è molto basso, visto che l’economia russa vive essenzialmente sull’esportazione del petrolio, carbone, gas, cereali, e la vendita di armamenti ad altissima tecnologia; da aggiungersi eventuali esplosioni di proteste sociali dovute ai sacrifici imposti per sopportare la lunga guerra capitalista, tutti questi fattori assieme potrebbero comporre la miscela esplosiva che può trascinare l’imperialismo russo al collasso, proprio come successo alla precedente Unione Sovietica.

Di questi tre scenari gli esperti danno il primo “la guerra lampo” per molto improbabile, visto che le potenze occidentali stanno fornendo massicciamente ai militari ucraini armamenti con armi molto sofisticate e micidiali, come i lanciamissili terra-aria portatili FIM-92 Stinger che possono colpire facilmente elicotteri, ma anche aerei e droni, e lanciamissili portatili terra-terra anticarro ATGW (Anti-Tank Guide Weapon) che possono distruggere senza difficoltà carri armati e carri in genere. Su questi presupposti è facile dedurre che l’esercito russo troverà una feroce resistenza nelle città, dove i carri armati russi diventano facili bersagli degli avversari e dove gli aerei di Mosca hanno molta difficoltà a individuare e colpire i militari ucraini. Il tutto naturalmente al tragico costo di una costante moltitudine di vittime, come le guerre attuali capitalistiche che infestano il pianeta dimostrano. 

Quindi verosimilmente anche qui ci si dovrà preparare ad una cruenta e barbara guerra capitalistica lunga e sanguinosa, con i media che quotidianamente bombardano di notizie di continui massacri, senza specificare però che i responsabili di questi massacri sono proprio i briganti capitalisti stessi.

Noi teniamo alte le nostre bandiere con scritto:

L’UMANITA’ NON HA BISOGNO DI GUERRE!

MA DI GODERSI IL BENESSERE CHE LA PRODUZIONE A LIVELLO MONDIALE CI OFFRE!

Per arrivare a questo, sicuramente c’è bisogno però di uno stravolgimento sociale. Perchè l’opposizione dei capitalisti ad una società superiore, migliore, è ferrea. Proprio com’era ferrea l’opposizione nel Medio Evo dei nobili al progresso.

 

                                                               "Der kommunistische Kampf"  febbraio 2022   


 

 

 

CONTRO LA GUERRA!

 

I CAPITALISTI SONO LA CAUSA DI TUTTE LE GUERRE. I MARXISTI SONO DALLA PARTE DI TUTTI I LAVORATORI DI TUTTO IL MONDO E CONTRO TUTTI I CAPITALISTI IN TUTTO IL MONDO.

 

I lavoratori non hanno mai niente a che fare con le guerre.

Ma per i capitalisti le guerre non sono invece una cosa anomala, ma assoluta normalità. Sono uno dei tanti mezzi che loro senza tanti scrupoli usano per arrivare a far si che gli affari prosperino e producano profitti.

Questo è il motivo per cui il pianeta capitalista è pieno di guerre, che in continuazione insorgono, si esauriscono, per poi nascerne di nuove, che poi spariscono, per poi arrivarne delle altre e così via, senza fine. In altre parole il capitalismo è un sistema perverso dove le guerre con tutte le loro nefaste conseguenze sono da considerarsi sciaguratamente normalità.

Infatti, pensare al capitalismo come società della “pace” è un grandissimo errore. Il capitalismo è la società dei briganti capitalisti. Che la dirigono e nelle loro scellerate decisioni di guerra con l’aiuto dei politici e dei media vi trascinano le masse e le usano come “carne da cannone”.

Senza le guerre, così come senza lo sfruttamento, la corruzione, le ingiustizie sociali, le crisi, le menzogne, ecc. i capitalisti non potrebbero assolutamente esistere.

E’ logico perciò che le masse lavoratici tenute sottomesse non possono aver niente a che fare con queste porcherie, che le angherie politiche le devono subire.

Ed ecco l’ennesima guerra in Ucraina, dopo tantissime altre. Con morti, distruzioni, disperazioni inaudite. L’ennesima guerra dove predoni imperialisti russi si scontrano contro predoni imperialisti americani e europei, nell’intento di rubarsi l’un l’altro anche questa nazione nella suddivisione imperialista definita in gergo “spartizione in zone di influenza”. Un macello in più, da aggiungere agli altri attuali in Jemen, Siria, Iraq, Libia, Etiopia.

Coinvolgendo giovani e lavoratori. Lavoratori per i quali, che nella guerra vinca una fazione o l’altra, la loro condizione sociale e lavorativa assolutamente non cambierà: rimarranno sempre sfruttati e sottomessi. Cambierà solo il nome dei banditi capitalisti che continueranno a sfruttarli e soggiogarli.

I marxisti si pongono sempre a fianco delle masse sfruttate. Masse sfruttate che in queste situazioni terribili hanno interesse alla rivolta contro i propri capitalisti e contro i capitalisti di tutto il mondo.

Lo ribadiamo da sempre: contro la guerra esiste solo una via d’uscita:    RIVOLUZIONE !

 

 

 

 

GUERRE: IL NEMICO?

I BRIGANTI CAPITALISTI 

 

 

Sono LORO, i capitalisti, sempre alla ricerca di lucrosi affari e di fregare i concorrenti, la causa di tutti i problemi e contese che infestano il pianeta. Sono LORO i responsabili di tutti i contrasti e sopraffazioni che tormentano le popolazioni delle nazioni e sono soprattutto responsabili delle devastanti e sanguinose guerre.

Il nostro è un pianeta che per il grado di produzione di beni raggiunto potrebbe garantire il benessere e la pace a tutti. Paradossalmente invece è martoriato da guerre, ingiustizie e disuguaglianze solo per il fatto che i capitalisti dominanti nel gestire questa enorme produzione di beni impongono le loro barbare leggi del profitto con l’eliminazione dei concorrenti. 

E’ un piccolo manipolo di multinazionali, imprese sovranazionali, agglomerati bancari, grandi finanziarie speculative, che dominano le nazioni, che possedendo i socialmedia, tv e giornali possono dirigere, orientare, manipolare l’opinione pubblica a loro piacimento. Sono loro che finanziando di nascosto con mille trucchi i partiti nelle loro campagne elettorali e le loro spese quotidiane, li tengono sottomessi al loro servizio e li usano come burattini nei governi perché legiferino nel loro interesse. E sono sempre loro che finanziando centri studi politici, centri culturali, corsi formativi,  hanno sotto controllo politico intellettuali e professori che devono poi sostenere che il sistema capitalistico non è così male, ma il miglior sistema che possa esistere.

In poche parole, il dominio dei malvagi capitalisti nelle società è così grande che è quasi totale. Ed è diretto in modo che le persone non se ne accorgano.

Quindi è logico che tutto ciò che succede nel caotico sistema è perché loro lo provocano, lo determinano, lo vogliono.   

E’ questo che bisogna sottolineare e portare all’attenzione delle persone.

LORO,  E SOLO LORO SONO I RESPONSABILI DI TUTTI I PROBLEMI  E CATASTROFI DEL SISTEMA.

Ed è quando una delle tante sanguinose guerre ti esplode vicino, quasi in casa, come quella adesso in Ucraina, che la massa spaventata comincia a entrare nel panico, e comincia a realizzare che il tanto decantato sistema del benessere non è proprio così. Che domani potrebbe toccare a loro. E inizia a dubitare che la tanto divulgata garanzia di eterna pace democratica forse è un sogno.    

Quindi bisogna chiarire il perché i marxisti definiscono i  capitalisti   BRIGANTI.

 

Innanzitutto bisogna precisare che queste persone capitaliste non sono come noi, che ci inorridiamo e  rigettiamo con forza le disumanità del sistema. Loro invece sono persone che nelle loro azioni criminali di provocare guerre, sfruttamento, abbattimento di concorrenti, fame, morti, devastazioni, di fronte queste incredibili efferatezze non si fanno alcun problema, non hanno nessun scrupolo. Non sentono nessun rimorso. Nella loro cinica  logica del profitto tutto ciò per loro è totale normalità. E senza tanto esitare le perpetuano all’infinito. Questo è il motivo per cui il mondo è così pieno di guerre e scontri. 

Naturalmente per far questo, loro, i miliardari capitalisti, non si espongono in prima persona, non lo fanno direttamente, ma si servono di strumenti, che per loro sono i politici, i media, la polizia, i militari, il clero, ecc. Si nascondono accuratamente dietro questi “mezzi” che dirigono. Hanno imparato a  non apparire, in modo che le masse poi nelle loro costanti proteste sociali e esplosione di ribellioni identifichino come causa e responsabili dei problemi NON I MALVAGI CAPITALISTI, ma i 

governi, i militari, i social media ecc. e si scaglino contro di essi. E’ in questo modo che i furfanti capitalisti ne possono sempre uscire indenni e cambiando i burattini, ossia i governi, possono dirigere il tutto di nuovo come prima. E questo è il motivo per cui non appaiono mai nelle televisioni e sui giornali, se ne stanno lontano, COME SE NON ESISTESSERO.

Ma se si indaga, si approfondisce, come fanno gli scienziati e gli esperti in tutti i settori, si capisce benissimo che tutto parte da lì, dai  BANDITI CAPITALISTI.

 

                                                               "Der kommunistische Kampf"   aprile  2022   


 

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GUERRE: PARTE INGRANTE DEL PERVERSO CAPITALISMO

LA CRUENTA GUERRA CIVILE IN ETIOPIA

Nel società del profitto: finita una guerra

ne inizia subito un’altra (se non due)

 

 

E’ addirittura un Premio Nobel per la Pace che conduce la sanguinosa guerra in Etiopia: il presidente Abiy Ahmed. E questo ci fa capire con quali superficiali criteri borghesi vengono assegnati i premi Nobel per la pace, criteri che hanno conferito il 

Nobel anche all’ex presidente americano Obama, responsabile di ben tre guerre: Ucraina, Siria ed infine in Libia. Non ci sarebbe da stupirsi se il prossimo Nobel venisse dato anche a Putin.

I socialmedia e il mondo politico parlano molto poco della feroce e spietata guerra civile in Etiopia, dove tra atrocità trovano la morte molte migliaia di persone, per la maggior parte civili. Questo per non rovinare l’immagine in Europa dei governi che stanno contrattando sull’illusione di un’impossibile pianeta capitalista ecologico più verde e meno inquinato

 

LE CAUSE DELLA GUERRA.

La causa della guerra civile in Etiopia è sempre la stessa: lo scontro per interessi affaristici. Interessi di affaristi locali etiopici che si intrecciano con gli interessi della grandi borghesie internazionali USA, Europa, Cina. 

L’Etiopia negli ultimi anni ha visto un forte boom economico grazie all’immissione di forti capitali cinesi. Sulla base di questo il nuovo presidente Abiy Ahmed ha portato dei cambiamenti radicali nella struttura politica del paese, modificando l’equilibrio della direzione dell’Etiopia, sempre gestita dall’etnia del Tigray e stabile da decenni, riducendo l’influenza nei posti governativi dei tigrini, più filo occidentali, a favore di altre etnie, soprattutto dell’etnia amhara, a cui esso stesso appartiene, e più filocinese.

La cosa non è stata accettata dalle dirigenze tigrine (e sicuramente neanche dai

governi occidentali americano e di altri paesi europei, che vedono la loro sfera di influenza nella zona strategica del Corno d’Africa in continuo regresso, a scapito dell’espansionismo cinese) i quali con le loro milizie hanno dato inizio nella loro regione del Tigray nel nord dell’Etiopia ad una sanguinosa guerra civile contro le postazioni militari del governo centrale di Addis Abeba.

La controreazione del governo etiopico guidato dal Nobel per la pace Abiy non si è fatta però attendere ed da subito si è delineata  brutale e spietata. Si parla di crudeltà militari ed eccidi civili da entrambe le parti senza esclusione di colpi. Dimostrando ancora una volta come i capitalisti nel perseguire i loro interessi non si facciano tanti scrupoli nell’imporsi sull’avversario. 

Al momento in cui scriviamo l’esercito del governo di Addis Abeba è in forte controffensiva sui ribelli del Tigray. Nessuno sa come andrà a finire. Certo è che nelle guerre, si sa sempre come si comincia, ma mai come finisce.

DEVASTANTI GUERRE: CHE PER I CAPITALISTI SONO COSA DEL TUTTO NORMALE, PARTE INTEGRANTE DELLA LORO POLITICA NEL RAGGIUNGERE  I PROPRI  INTERESSI.

Quindi anche la causa dei continui conflitti cosiddetti “locali”, “periferici”, va ricercata nella concorrenza, negli affari, nella ricerca del massimo guadagno. E’ ciò che succede oggi in Jemen, Libia, Siria, Sudan e adesso anche in Etiopia. Si aggiungerà a questo scempio anche e di nuovo la guerra in Ucraina?

Gli attivisti che si battono per un pianeta più verde dovrebbero riflettere più attentamente su questi terribili aspetti della società borghese commerciale.

 

                                                              "Der kommunistische Kampf"  gennaio 2022


 

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TRE IPOTESI PER IL COLPO DI STATO IN MYANMAR

 

SUL GOLPE MILITARE VOGLIAMO PORTARE TRE INTERPRETAZIONI DI ORGANIZZAZIONI MARXISTE (“GIK/Battaglia Comunista”, “Lotta Comunista”, e la nostra “Der kommunistische Kampf”) CHE RITENIAMO LE PIU’ REALISTE RISPETTO ALLE MANIPOLANTI VERSIONI BORGHESI O A QUELLE INGENUE DI GRUPPI DI SINISTRA. 

 

    18 APRILE 2021

 

 

GIK / Battaglia Comunista

 

Fabio Damen per il GIK (Gruppe Internationaler KommunistInnen)/ Battaglia Comunista nell’articolo Le rivolte in Myanmar” del 19 febbraio 2021 vede i motivi del colpo di stato nell’aggravarsi della situazione economica interna al Myanmar dovuta al Covid. Di fronte alla’disastrosa situazione economica le masse hanno cominciato a protestare duramente. Visto le forti proteste, Damen ne interpreta, i militari ritenendo la capo di governo e premio nobel Suu Kyi (la quale non avrebbe mai contrastato seriamente con il suo governo la casta militare e i loro interessi) non in grado di controllare e gestire la situazione così aggravata, hanno perciò deciso per il colpo di stato per prendere loro in mano la direzione del paese e dirigerla. Così Damen nell’articolo: É dal primo gennaio che nella ex Birmania le piazze si sono riempite e le manifestazioni si sono ripetute quasi giornalmente […] Le ragioni del golpe stanno, come spesso succede a queste latitudini, nel timore della classe dirigente che le manifestazioni di piazza inneggianti alla democrazia contro la dittatura militare potessero trascendere in qualcosa di più radicale …  [poiché - ndr.]  … il già precario quadro economico del Myanmar si è verticalmente aggravato con la crisi pandemica. […] La crisi pandemica ha reso questo quadro ancora più drammaticamente instabile. Il PIL ha subito un abbassamento del 30%, la disoccupazione, già alta, ha raggiunto livelli socialmente preoccupanti. Gli investimenti latitano, la produttività è rimasta ferma, in compenso sono cresciute a dismisura la speculazione e la corruzione”. Vista la degenerazione economica Damen trae la conclusione che: Per i quadri dell’esercito la presidente Aung San Suu Kyi non aveva la forza per arginare la grave situazione interna”, per cui il golpe militare. 

 

           Lotta Comunista   

Gianluca De Simone per Lotta Comunista nell’articolo “Bilancia indo-pacifica nel golpe birmano” del febbraio 2021 vede sempre motivi interni come causa del golpe militare in Myanmar, ma con un’altra angolatura del fatto. De Simone che non da una sua propria spiegazione del golpe, citando degli “osservatori” per spiegarne le cause fa pensare che per Lotta Comunista sia questa versione degli “osservatori” la giusta visuale del colpo di stato.  Per De Simone i motivi del colpo di stato in Myanmar risiederebbero: visto che la premio nobel e primo ministro Suu Kyi con il suo partito NDL ha vinto le elezioni sia nel 2015 che nel novembre 2019 e i militari hanno dovuto subire anche la seconda sconfitta elettorale, quest’ultimi temendo di rimanere perennemente esclusi dalla direzione di governo (i generali hanno sempre governato il paese nei decenni precedenti) hanno deciso di conseguenza per il golpe. In modo da avere il tempo per poter dirigere e elaborare una riforma elettorale che possa indebolire la Suu Kyi e il suo partito e poter tornare quindi alla direzione del governo. E questo spiegherebbe il perché i militari hanno proclamato la durata del golpe per più di un anno prima di ripristinare la “democrazia”.  Così De Simone nell’articolo: “Stando agli osservatori, nel golpe birmano, oltre al timore delle forze armate di ritrovarsi perennemente in minoranza, avrebbero pesato le ambizioni presidenziali del generale Min […] che secondo analisti birmani intenderebbe ridisegnare il sistema elettorale in senso proporzionale, diluendo in tal modo il peso elettorale dell’NLD. Ciò consentirebbe anche l’ascesa alla presidenza di Min”. 

 

 

Der kommunistische Kampf

Diversa la nostra interpretazione. Per noi le ragioni del colpo di stato in Myanmar risiedono nello scontro che l’emergere del gigante asiatico imperialistico Cina nel mondo sta causando. Perché la Cina come potenza ha forti mire geopolitiche in Asia e forti interessi economici della “Via della Seta” anche in Myanmar, dove la casta militare è sempre stata garante degli interessi cinesi. A nostro avviso il motivo del golpe, verosimilmente, è dovuto al  fatto che la Suu Kyi andando 

al governo e sostituendo i militari si è spostata (o si sta spostando) troppo sugli interessi degli occidentali, danneggiando gli interessi cinesi. Quindi Pechino ha premuto sui generali per il colpo di stato. Questo spiega il perché la Cina (con la Russia) all’ONU con clamore in febbraio ha difeso così categoricamente da subito il golpe e non lo ha condannato. E poi a marzo si è unita certo agli Usa e europei nella condanna ONU contro le repressioni dei militari, ma ha posto il veto sulle ritorsioni, rendendo così la risoluzione ONU di condanna ai militari solo di facciata, del tutto sterile. E spiega perché Stati Uniti e Europa invece al contrario condannino duramente il colpo di stato e sostengano la Suu Kyi, e i rivoltosi birmani brucino le fabbriche cinesi.       

Da tutte le fonti viene costantemente ripetuto che il Myanmar è per l’imperialismo cinese un ganglio importante per i suoi interessi nel continente asiatico e per i suoi investimenti della “Via della Seta”, e che i militari birmani ne sono fedeli alleati in questi interessi cinesi. 

Quindi per l’imperialismo cinese difendere con forza i militari golpisti diventa logico, di interesse. Mentre dall’altro lato è altrettanto logico per USA-Europa difendere la Suu Kyi, che ne persegue silenziosamente i loro scopi. (Da non dimenticare che la Suu Kyi ha studiato e vissuto a lungo in Inghilterra e ha la cittadinanza oltre che birmana anche inglese, quindi si è formata su concetti occidentali e probabilmente li persegue). Per questo diamo questa nostra interpretazione al golpe.     

 

Vogliamo poi segnalare come nei due articoli - del GIK-Battaglia Comunista e di Lotta Comunista -  cioè nelle due interpretazioni marxiste del golpe, non sia dia peso, non si prenda minimamente in considerazione (con cui concordiamo pienamente) che la “salvaguardia della democrazia” sia il vero motivo da parte USA e UE per la condanna al golpe. Assolutamente questa non può essere la vera ragione dell’avversione di USA e Europa al golpe all’ONU. Visto che in paesi come L’Arabia Saudita, Emirati Arabi o Qatar, tutti paesi “amici” degli americani e degli europei vigono regimi ultra dittatoriali sanguinari, dove la democrazia e i partiti assolutamente non esistono e gli oppositori politici vengono sistematicamente duramente perseguitati e poi giustiziati nelle piazze con decapitazioni, impiccagioni, crocifissioni, lapidazioni (paesi dove esisterebbero poi anche sacche di schiavismo) e su queste atrocità dai governi europei e americano non vi è alcuna denuncia ne condanna e il tutto viene tenuto nel silenzio più assoluto. No, la “salvaguardia della democrazia” in Myanmar è senz’altro solo un pretesto, come detto, una scusa per USA e Europa, una strumentalizzazione nell’opposizione al golpe militare per nascondere il vero motivo quello non detto. Che per noi marxisti è  che nel perenne scontro tra briganti imperialisti, anche nel golpe militare in Myanmar vi è una lotta tra USA-Europa contro Cina- Russia per sottrarsi le “zone di influenza”, cioè rubarsi a vicenda nazioni, per cui USA e Europa sostengono la Suu Kyi e Cina e Russia i militari. Scontro tra briganti imperialisti affaristi che per rubarsi i mercati non esitano a causare anche guerre, come le attuali in Siria, Iraq, Libia, Jemen, Ucraina e non ultima quella sottaciuta in Mali.       

Se non fosse così, e cioè che gli imperialismi USA e Europa in Myanmar sostenendo la Suu Kyi vedono l’interesse a danneggiare l’imperialismo cinese, non condannerebbero così aspramente e costantemente il golpe. Se USA e Europa non ne vedessero l’interesse, la stampa occidentale lascerebbe perdere, farebbe passare il tutto sotto silenzio, come già successo con il golpe in Thailandia nel 2014, o come successo con tanti altri golpe asiatici, africani o sudamericani (magari guidati dagli stessi americani o europei).   

 

Per cui come marxisti ribadiamo la nostra posizione:

 

SOLIDARIETA’ AI LAVORATORI BIRMANI CONTRO I MILITARI E CONTRO TUTTI I GOVERNI DEMOCRATICI DELLA BORGHESIA.                                                                                                Claudio Piccoli     


 

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GUERRE  LIBIA-SIRIA-YEMEN

LE POTENZE IMPERIALISTE SI COMBATTONO IN “PERIFERIA”

 

        Non si può immaginare il capitalismo senza le guerre. E’ utopia pura. Chi lo ha pensato e lo pensa è sempre stato destinato - e lo sarà sempre - alla delusione.

        I revisionisti di Marx, Bernstein e Kautsky, all’inizio ‘900 avevano pubblicamente teorizzato un capitalismo armonioso, dove i capitalisti si sarebbero sempre accordati per evitare le guerre. Dopo due guerre mondiali e cento altre, questi revisionisti sono ora spazzatura storica.

Le borghesie possono tentare di spostare, allontanare le guerre, ma non le possono evitare. Quando per i capitalisti diventa necessario togliere di mezzo un concorrente, anche la guerra, in dati momenti storici, diventa uno strumento di normalità, necessità. Questa è la logica capitalista.

       Si può constatare che in determinate fasi, anche lunghe, quando i presupposti di concorrenza lo permettono, le grandi potenze imperialiste non si attaccano direttamente militarmente frontalmente, ma si scontrano, conducono guerre militari in “periferia”, per accaparrarsi fette di mercato. Cioè producono guerre per la conquista delle famose “zone di influenza”. In altre parole, i paesi altamente industrializzati, mentre all’interno delle proprie nazioni parlano di “civiltà”, “democrazia”, “pace”, “cultura”, ecc. nei paesi arretrati fomentano e incentivano guerre furiose per rubarsi a vicenda quote di mercato capitalistico.

      E questo rispecchia esattamente anche la situazione odierna. Mentre all’interno dell’Europa, America, Russia e Cina, si fanno grandi discorsi sui “diritti”, l“amore”, l’omosessualità, ecc. le borghesie imperialiste aizzano in contemporanea all’estero, incentivano cruenti guerre in giro per tutto il pianeta. E le attuali guerre in Libia, Yemen, Siria, rispecchiano perfettamente questa situazione.

      La tattica usata da tutte le potenze industrializzate “civili” in queste situazioni di guerre “periferiche” è la classica di sempre: possibilmente non intromettersi direttamente negli scontri, ma usare forze locali per rovesciare militarmente i governi avversi. Facendo leva per es. come pretesto, sulle rivalità religiose o etniche, oppure costruendo opposizioni anche armate con la scusa di abbattere corruzioni o disfunzioni dei vari governi, corruzioni che in ogni paese capitalista non mancano mai. E dietro le quinte ovviamente, cercando di non apparire, questi conflitti religiosi o etnici vengono foraggiati dai governi industrializzati “civili” con copiosi sostegni finanziari e militari. Poco importa ai capitalisti se questo causerà migliaia o centinaia di migliaia di vittime e distruzioni immani, l’importante è che nei bilanci delle proprie aziende compaia il + , ovvero il bilancio positivo. Ovviamente la prassi prevede che in patria dei paesi “civili” dagli “alti valori” questi eccidi e distruzioni vengano giustificate per combattere dei “cattivi” e portare quindi la “democrazia”, la “pace”, il “benessere” o la “civiltà”. 

 

 

  Quindi anche le attuali guerra in Siria, Libia, Yemen, ultime di una serie infinita di piccole e medie guerre che  hanno causato fin’ora un’infinità di centinaia di migliaia di morti, non possono altro, per l’ennesima volta, che confermare questo schema.

        Ed ecco, come riprova, che nella guerra in Siria sono proprio gli Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Turchia che nel 2011 tentano di rovesciare il governo filo russo Assad, armando i ribelli siriani anti Assad, poi sconfitti dal governo stesso sostenuto dalla coalizione Iran-Russia-Cina. E adesso sono sempre gli Usa che sostengono i ribelli curdi in funzione anti Assad. Queste parti di guerra si invertono nell’attuale conflitto in Yemen: qui sono gli iraniani assieme a Russia (e Cina) che fomentando e armando l’etnia Huthu cercano di abbattere il governo in carica filo occidentale sostenuto dalla coalizione Arabia Saudita, Stati Uniti e Francia.  La situazione si rovescia di nuovo ancora nella guerra civile in Libia, dove sono ancora i francesi che dietro le quinte assieme a Egitto e Emirati Arabi Uniti, a cui si è aggiunta poi anche la Russia, che supportano il generale ribelle Haftar perché militarmente rovesci il governo di Tripoli, governo che sostiene gli interessi petroliferi italiani e che a sua volta oltre ad essere sostenuto da Roma, gode l’aiuto della Turchia, Stati Uniti e ONU. 

       E’ più che evidente che nelle guerre le borghesie cinicamente, macabramente giocano a tutto campo, senza problemi e non hanno ne regole ne limiti, ma solo interessi. La realtà dimostra che le alleanze si intrecciano e si interscambiano a secondo della convenienza, che per i capitalisti significa “affari” e “profitti”.

Perché sicuramente, per i capitalisti le guerre sono solo una questione di bilanci


 

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-SCONTRO TRA BORGHESIE-

LA BORGHESIA CURDA NELLA TRAPPOLA DEI GIOCHI DI ALTRE POTENZE

I CURDI NON ASPIRANO AD UNA SOCIETA’ MARXISTA SENZA CLASSI,  MA ALLA

INDIPENDENZA CAPITALISTICA BORGHESE

   (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  novembre  2019)

 

 

 

Anche le borghesie conducono tra di loro battaglie, guerre cruente per liberarsi dall’oppressione di altre borghesie più potenti. Tutto questo non ha però niente a che fare con la “lotta di classe” dei proletari. In queste battaglie borghesi a guerra finita la classe lavoratrice rimarrà dominata dalle varie borghesie indipendentemente da chi vincerà e la sua sottomissione e condizione di sfruttamento non cambierà di un millimetro.

Nel caso della guerra per l’autonomia curda viene diffusa la convinzione che i curdi stiano combattendo non solo per l’indipendenza, ma anche per instaurare una società proletaria, comunista. Non è assolutamente così. I curdi questo non lo hanno mai pensato, loro non vogliono uno stato marxista proletario. Loro stanno combattendo ufficialmente (e si fanno uccidere) per l’indipendenza capitalistica del paese Kurdistan. Vale a dire che in una ipotetica futura indipendenza curda conquistata, saranno i capitalisti curdi a dirigere la nazione Kurdistan unito, non i proletari. Questo è fisso.

 

Esattamente come nel caso dei palestinesi. La lunghissima battaglia dei palestinesi per la loro indipendenza è stata non per edificare uno stato proletario, marxista, ma per l’indipendenza capitalistica della Palestina. E adesso nella Striscia di Gaza dove hanno costituito il loro piccolo stato, a dirigere sono chiaramente i capitalisti e tutto funziona con le regole capitalistiche del profitto e della concorrenza, ecc.

E’ stato dopo la prima guerra mondiale, nello scontro tra borghesie, nel gioco di potenze, che il Kurdistan capitalista è stato cancellato come nazione indipendente e smembrato in 4 parti, e come mostra la cartina una parte l’ha presa la Turchia, un’altra parte la Siria, una l’Iran e infine il restante territorio all’Iraq. Quindi la borghesia curda si è trovata non più unita, ma suddivisa e sottomessa a quattro nazioni.

Da allora ne è nata una lunga lotta, con talvolta anche guerriglia, da parte degli indipendentisti curdi (alcuni dei quali definendosi anche rivoluzionari o comunisti) per il ritorno al Kurdistan come nazione unita, capitalista.

Alcune repressioni contro i curdi da parte della Turchia, Siria e Iraq sono note, ma chissà quante altre sono state condotte di cui la cronaca non da notizia. Repressioni ovviamente spregevoli, ripugnanti. Ma attenzione: non riguarda la “lotta di classe” lavoratrice, questo appartiene ai giochi e agli scontri di potere tra le varie borghesie. I capitalisti nelle loro battaglie reciproche di potere per spartirsi le zone, non hanno nessuna pietà nel sottomettere, smembrare o devastare altre nazioni per accaparrarsi la zona. Cosa che con le attuali guerre è più che evidente anche oggi.

 

Nel 2011 sfruttando le rivolte delle “Primavere arabe” le borghesie occidentali guidate dagli Stati Uniti (Obama) non hanno esitato un attimo a sfruttare l’occasione delle forti proteste sorte anche in Siria, per armare l’opposizione di piazza contro il regime di Assad, così da scatenare una feroce guerra civile siriana, con lo scopo di far cadere il governo filorusso di Damasco e portarlo sotto influenza occidentale.

E per ottenere questo hanno armato abbondantemente le milizie anti Assad, tra le quali i curdi, promettendo loro l’indipendenza (ovviamente capitalista).

Però i fatti di oggi evidenziano chiaramente che era tutta una strumentalizzazione, un gioco di potere tra borghesie, di utilizzare i combattenti curdi per scopi altrui. Sono stati fatti combattere contro i miliziani dell’IS e contro il governo filorusso Assad, ma non per interesse proprio. E visto che l’obbiettivo di abbattere il governo Assad è fallito, vengono ora abbandonati al loro infelice, misero destino (al di la delle ipocrite dichiarazioni verbali di sostegno) com’è d’uso borghese in queste situazioni.

Oggi è chiaro che il loro stato capitalista Kurdistan indipendente non lo otterranno.

 

Adesso dovranno di nuovo sottomettersi al regime di Assad e trovare con il presidente siriano le mediazioni più idonee per poter proseguire.

SCIOPERI IN AUMENTO

NELLA RUSSIA IN CRISI,

CAUSA IL RIBASSO DEL PREZZO DEL PETROLIO

IL RIBASSO DEL PREZZO DEL PETROLIO VOLUTO DA OBAMA E TRUMP HA MESSO IN FORTE DIFFICOLTA’ LE FINANZE DI PUTIN, CHE PER MANTENERE ALTA LA SPESA MILITARE IMPERIALISTA NON ESITA A COLPIRE GLI STIPENDI DEI LAVORATORI.

   (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  novembre  2019)

 

La stampa segnala negli ultimi tempi in Russia una crescita consistente degli scioperi e delle lotte economiche.   

-I lavoratori  della catena Ozon, equiparabile in Europa all’Amazon, sono entrati in sciopero contro la revisione del sistema di pagamento introdotto dall’azienda, che fa perdere loro, in dollari, dagli 80 ai 220.

-I lavoratori del gruppo Tmk hanno abbandonato il posto di lavoro perché non ricevono lo stipendio da gennaio. 

-Sono scattati una serie di scioperi nel settore degli autotrasporti nel sud della Russia contro le basse tariffe imposte agli autotrasportatori dalle imprese di trasporti e dai governatorati.

-I lavoratori di una ditta di costruzione di linea ferroviaria a Jakutsk, in Siberia, hanno incrociato le braccia causa il non pagamento dello stipendio da ben 26 mensilità. E così via.

Quindi in tutto il territorio russo gli scioperi e le lotte vengono segnalate in notevole aumento.

 

IL MOTIVO: gli stipendi hanno perso notevolmente valore d’acquisto negli ultimi anni. I salari che la massa dei lavoratori percepiscono - secondo le fonti - si aggirano, tradotti in dollari, dai 260 ai 650 dollari mensili, a fronte di prezzi dei prodotti venduti nei negozi non molto inferiori a quelli occidentali. A questi stipendi fanno eccezione le città di Mosca e San Pietroburgo, dove per il forte numero di nomenclatura di partiti presente e l’alta percentuale di uffici commerciali, gli stipendi si aggirano su un valore medio di 1.400 dollari. E fanno eccezione anche le lontane regioni siberiane, che, visto la forte presenza di giacimenti di petrolio e minerali, per attirare mano d’opera, gli stipendi si aggirano sui 1.550 dollari.   

Il rublo, come mostra il grafico, si è svalutato molto negli ultimi 5 anni, abbassandosi fino ad arrivare ora ad un valore sul dollaro di  circa la metà rispetto al 2014.  

La svalutazione della moneta è la reazione che di solito i governi adottano quando l’economia è in forte crisi. E l’economia russa è appunto entrata in profonda crisi 5 anni fa quando si è abbassato drasticamente il prezzo del petrolio, come mostra il secondo grafico. L’abbassamento del prezzo del greggio è stato voluto fortemente prima da Obama, e poi da Trump, nella lotta tra borghesie, per mettere in forte difficoltà i paesi rivali e concorrenti come Russia, Iran, Venezuela, nazioni le cui economie si basano essenzialmente sull’estrazione e la vendita del greggio.

Svalutare la moneta per il governo russo, significa far si che i prodotti dell’industria russa venduti all’estero, costando meno causa il forte deprezzamento del rublo, diventino più competitivi, e possano essere così venduti all’estero con più facilità e in maggiore quantità.

Ma la forte svalutazione del rublo ha anche un risvolto negativo sul suolo russo: fa aumentare i prezzi dei prodotti importati dall’estero. Quindi gli stipendi, i salari, perdono valore d’acquisto rispetto all’aumento di prezzi dei prodotti provenienti dall’estero.

Essendo che a fronte dell’aumento dei prezzi dei prodotti importati gli stipendi per tutti questi anni (dal 2014)  sono rimasti pressoché immutati, diventano quindi insufficienti per mantenere un tenore di vita sufficiente. Perciò ora, come sopra riportato, sono cominciati gli scioperi per recuperare il valore d’acquisto.

La repressione del governo contro gli scioperanti però, come citano le cronache, è molto forte, dura e violenta. - Per es. la stampa riporta che la dottoressa Anna Zemlianoukhina a Mosca è stata accusata di “sabotaggio e attentato alla sicurezza dello stato” per aver creato un sindacato di difesa - Possiamo senz’altro dire che gli attuali violenti metodi repressivi ricordano molto quelli di memoria stalinista. Però anche i lavoratori russi sono altrettanto risoluti e tosti, e la stampa riporta che molti degli scioperi producono un risultato positivo.

Se si osserva però: certo questi sono scioperi duri e determinati, ma sono isolati, non sono scioperi generalizzati come avviene nei paesi europei. Quindi la stragrande maggioranza dei salariati che non sciopera rimane esclusa dal recupero del potere d’acquisto e deve continuare vivere con stipendi da 260 fino ai 650 dollari.

In sostanza anche il proletariato russo, oltre che subire l’intenso sfruttamento capitalista quotidiano nei luoghi di lavoro, è vittima degli scontri interimperialisti che vengono condotti tra i briganti capitalisti dominanti per raggiungere i loro interessi.


 

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- LE GUERRE INFINITE DEL CAPITALISMO-

ANCHE IN LIBIA MASSACRI E SPARTIZIONE, VOLUTO DALLE POTENZE “CIVILI-AVANZATE”

GLI IMPERIALISMI ITALIANO E FRANCESE SOSTENGONO LE OPPOSTE

FAZIONI IN GUERRA PER IL CONTROLLO DEL PETROLIO LIBICO

 

   (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  aprile  2019)

 

 

                               

L’abbattimento del dittatore Muammar Gheddafi in Libia non ha prodotto quella decantata “democrazia” che tanto si voleva far credere. Ne è sorta invece (come sempre) una interminabile e sanguinosa guerra civile, fomentata, voluta e guidata dalle potenze “civili avanzate” europee per mero interesse, nella loro reciproca lotta per assicurarsi le quote di petrolio e gas che il territorio libico produce.

Nello scontro tra predoni imperialisti è la Francia in questo caso che nel 2011 ha visto l’occasione nella soppressione del rais Gheddafi di spodestare gli italiani già presenti nel paese per introdurre i propri interessi, sfruttando l’onda delle proteste e le rivolte di quelle che sono state poi chiamate “le primavere arabe”. L’obbiettivo francese è prendere sotto il proprio controllo i lucrosi giacimenti di petrolio e gas delle regioni della Tripolitania e della Cirenaica, zone sotto controllo essenzialmente delle aziende dell’imperialismo italiano. E questo è stato il motivo (mascherato dal condurre una lotta contro la feroce dittatura del rais libico) dell’intervento militare nel 2011 diretto dai francesi con compartecipazione inglese e americana. 

Durante le proteste popolari, prima dell’intervento militare stesso, i francesi con la scusa di abbattere il dittatore libico, avevano già pianificato e poi costituito in Libia un fronte armato di svariate milizie etniche locali (che in seguito prenderanno il nome di LNA – Esercito Nazionale Libico) con il preciso scopo (adesso è chiaro) di conquistare tutto il territorio libico.   

La reazione degli italiani per fermare i francesi è stata di costituire all’inizio del 2016 un governo di unità nazionale con a capo il premier Serraj con sede a Tripoli, sostenuto da forti milizie locali (la Settima Brigata e la Brigata di Misurata) il tutto sotto l’egidia dell’Onu e l’approvazione delle forze internazionali. Ma l’operazione non ha avuto il successo voluto. Un certo generale Haftar (adesso molto popolare) sostenuto dai francesi e dall’Egitto e leader delle milizie raccolte intorno alla citata LNA si è rifiutato di accogliere il nuovo esecutivo, costituendo invece nella parte orientale della Libia un altro governo con sede a Tobruk in contrapposizione a quello di Serraj, dividendo praticamente il paese in due.

E’ in questo periodo -fine 2016- che si presenta, con il pretesto di combattere i terroristi dell’Isis, anche l’intromissione dell’imperialismo russo con il suo presidente Putin, che si schiera dalla parte del generale ribelle Haftar.

Con l’appoggio adesso anche dei russi, il generale dissidente di Tobruk può prendere nuovo slancio e con diversi pretesti cominciare la sua espansione verso ovest nel territorio controllato dai filogovernativi di Tripoli di Sarraj. In contemporanea ad altri attacchi militari pianificati congiunti, Haftar da una parte avanza dall’est verso Ovest, mentre altre milizie ribelli dirette dall’ex leader Khalifa Ghwell cominciano ad combattere invece in alcuni quartieri della capitale stessa Tripoli come diversivo. Il risultato è una ulteriore dilatazione delle milizie haftariane sul territorio libico.   

ISIS E’ nel 2014 che in Libia compare anche lo Stato Islamico, occupando le città di Derna e Sirte sulla costa libica. Ma l’iniziativa congiunta contro di esso di tutte le forze di guerra occidentali in campo  (bombardamenti americani compresi) fa si che i militanti dell’Isis siano velocemente sconfitti.  

Attualmente la situazione (metà aprile) vede il generale ribelle filo francese-russo Haftar arrivato nella sua espansione alle porte della capitale Tripoli combattere per conquistare la capitale stessa e accaparrarsi e annettersi così tutto il paese. Nella sua operazione è sostenuto segretamente, oltre che dall’Egitto, dalla Russia che ha bloccato una risoluzione ONU contro Haftar, e dalla Francia che a sua volta ha arrestato una condanna dell’Unione Europea contro di lui. Di contro però il ribelle Haftar ha l’Unione Europea stessa, l’ONU e gli Usa che sostengono apertamente il governo Serraj. Mentre i combattimenti intorno a Tripoli stanno attualmente infuriando, le diplomazie sono all’opera per trovare una soluzione alla diaspora libica, per cui al momento la situazione rimane tutta aperta. Ma la situazione si potrebbe complicare in quanto diverse fonti riportano la presenza diretta di soldati francesi nell’esercito di Haftar durante la recente conquista della città di Garian vicina alla capitale.

Il caso ha voluto che anche un paio d’anni fa trovasse eclatante conferma come l’esercito francese fosse direttamente coinvolto nella guerra a sostegno del generale dissidente, allorchè vicino a Bengasi un elicottero delle milizie di Haftar è stato abbattuto e 3 soldati francesi vi hanno perso la vita. A questo punto Parigi ha dovuto ammettere pubblicamente l’ingerenza .

I giornali riportano anche come il governo francese non si lasci scappare occasione per cercare di strappare all’Italia i contratti di estrazione del greggio e come Parigi abbia già tentato 2 volte, dopo la caduta del rais Gheddafi, di far togliere il permesso di estrazione del petrolio libico all’azienda italiana Eni che lo gestisce, per sostituirla con la propria francese Total. Ma fin’ora senza successo.  

E’ in questo situazione di scontro tra borghesie in Libia che l’anno scorso in novembre il governo italiano ha promosso un incontro tra tutte le parti in causa nella guerra civile libica. Ossia delle potenze internazionali più il presidente Serraj, il generale Haftar e i leader dei paesi arabi 

 

 

COME NASCE UNA GUERRA?

 

 

Può esistere capitalismo senza guerra? No, assolutamente no. Il capitalismo non può vivere senza guerra.

La guerra è parte reale degli affari e i capitalisti per vincere la concorrenza quando lo ritengono necessario utilizzano anche la guerra. Perciò capitalismo e guerra sono indissolubilmente legati, inseparabili.

E le infinite guerre che accompagnano il capitalismo ne sono la tragica conferma. E una guerra, come tutti sanno e temono, potrebbe scoppiare anche domani in casa nostra. 

I banchieri, gli imprenditori cercano di nascondere questa tremenda contraddizione e tragico aspetto dei loro affari e della loro società capitalista. Anche tutti i sostenitori del capitalismo cercano di non evidenziare, non smascherare questo orrendo lato dell’economia di mercato, mettendo piuttosto in risalto gli aspetti di “civiltà”, “cultura”, gli “alti valori”. E chi non si sofferma a pensare, ragionare, riflettere sul reale funzionamento del sistema borghese può anche venir convinto da queste parziali e poco veritiere argomentazioni di “pace”, “fratellanza” ecc.

Come viene quindi organizzata una guerra nel capitalismo? 

All’osservazione dei fatti, la prassi, l’esperienza ci dice che i capitalisti, che, per vincere la concorrenza si apprestano ad organizzare un conflitto armato, prima individuano nella nazione o nel fronte avversario un “malvagio” (che per i suoi connazionali di solito invece è un eroe) contro il quale poi viene condotta una campagna oppositiva e di denigrazione. Bisogna cioè creare un pretesto. Facendo così apparire che l’intervento militare diventerà necessario ed è un bene muoverci contro una guerra. Quindi l’apparato statale tutto, i politici, gli intellettuali, i mezzi di informazione, ecc. si mobiliteranno per dar forza alla motivazione di scontro contro il “cattivo” per convincere la popolazione, le masse proletarie, che la guerra da condurre è giusta e necessaria.

Cosicchè, dopo aver bombardato mediaticamente per settimane, mesi (anche parecchi) la popolazione, il proletariato sarà fatto persuaso della necessità dell’intervento armato e l’operazione militare in se stessa può quindi iniziare. Mandando così al macello centinaia, migliaia di giovani, convinti di fare una guerra giusta per esportare la “democrazia”, la “civiltà”, “salvare il mondo”. Non rendendosi invece conto che andranno a farsi massacrare e a loro volta a uccidere persone solo per far più soldi ai capitalisti, per far guadagnare di più gli affaristi di casa propria.

Risulterà invece più che ovvio che di “alti valori”, “civiltà”, “democrazia”, non ne esisterà neanche l’ombra. E che tutto è un raggiro, un inganno.

E’ così che i capitalisti possono continuare a far soldi. E aumentare sempre di più, e poi ancora di più i loro patrimoni, i capitali (e la domanda è: per cosa poi ???).

Ma le masse proletarie devono rimanere all’oscuro di questo inganno, di questo meccanismo diabolico. Devono sempre essere convinte che tutto procede bene e che le guerre quando accadono sono sempre per un giusto motivo. Devono essere persuase che i morti, i massacri, le distruzioni, per tanto ripugnanti siano, sono sempre per una giusta ragione, un fattore necessario per riportare tutto di nuovo alla “pace”, alla “civiltà”, alla “cultura” (esattamente come succede nei copioni dei film contro i cattivi). E lo stato, i politici, la stampa ecc. devono  collaborare e mobilitarsi per questo.

Gli effetti reali delle guerre poi saranno invece come sempre tutt’altro. Terribili. Sconvolgenti. Soprattutto per chi l’esperienza personale diretta di una guerra la vive direttamente.

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Sono cose su cui riflettere e non lasciarsi manipolare e ingannare.

In una società superiore, socialista (che non è il “falso socialismo” del’ex DDR o dell’ex Unione Sovietica, entrambe capitaliste - a capitalismo di stato) le guerre non esisteranno più, perché non esisterà più il capitalismo con il suo mercato di compravendita di merci, di concorrenza tra aziende, che sono le vere e profonde cause capitaliste di tutte le guerre.

 

 

vicini (Turchia, Egitto, Algeria, Tunisia) per trovare un accordo stabile (naturalmente con lo scopo di preservare gli interessi dell’imperialismo italiano). L’esito stando ai commentatori, non è stato così positivo come gli italiani speravano, visto che nessuna delle parti in causa ha preso impegni e nulla di scritto è stato concordato e visto l’attuale attacco dell’esercito di Haftar alla capitale Tripoli stessa.     

Analizzato in questa luce, anche noi pensiamo che la diaspora politica nata tra Italia e Francia, con la presa di posizione ufficiale a favore dei “gilet gialli” francesi più volte espressa dal Vicepresidente del Consiglio italiano Luigi di Maio contro il governo Macron e l’accusa alla Francia di “colonizzare” il nord Africa con la moneta FCFA  (franco delle colonie africane francesi) riportata con grande rilievo dai giornali italiani e francesi, non sia una mossa elettorale qualsiasi, ma possa essere interpretata e collegata come violenta risposta di rivalsa dell’imperialismo italiano contro la condotta aggressiva di Macron nella vicenda libica contro l’Italia.

Il capitalismo può offrire momenti di pace certo, ma per i capitalisti la guerra può essere un valido strumento per procedere sulla strada per più profitti.

Da sempre i marxisti affermano:

 

I CAPITALISTI NON POSSONO VIVERE SENZA GUERRA!


 

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 - CONTRO MADURO

- CONTRO GUAIDO’

CONTRO TUTTI I GOVERNI BORGHESI CHE SFRUTTANO LE MASSE PROLETARIE PER I PROPRI SPORCHI GIOCHI CAPITALISTI

  

 

 

4 febbr. 2019                                       (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  aprile  2019)

 

Innanzi tutto lo scontro di Guaidò contro Maduro non è una battaglia sostenuta dai lavoratori che lottano per difendere i loro interessi come le televisioni vogliono far apparire mettendo in risalto le proteste, gli scontri, ecc. In realtà gli scontri e le proteste esistono già da molto tempo e solo adesso Guaidò le utilizza per motivi politici,  sfruttando il malcontento popolare - a cui in verità non interessa risolvere – per cercare di accaparrarsi la nazione.

Infatti nella lotta per conquistarsi o tenersi il Venezuela si fronteggiano addirittura due schieramenti capitalistici internazionali: da una parte il presidente Maduro al governo sostenuto dai militari venezuelani con appoggio di Russia (dove le tv russe mandano in onda i servizi delle manifestazioni pro Maduro) e Cina. Dall’altra l’oppositore Guaidò diretto e supportato da Usa e Europa (dove le tv mandano invece in onda le proteste contro Maduro). Le masse venezuelane vivono invece in una situazione dove una parte di essa beneficia un relativo benessere, e l’altra, composta da una massa di disagiati che da alcuni anni sono i protagonisti delle violente proteste contestatarie. 

Cosa ha creato una così catastrofica situazione in Venezuela? La spiegazione la si può certamente trovare nel saliscendi del prezzo del petrolio. Il Venezuela vive praticamente sulla vendita dell’oro nero, nel cui sottosuolo si stima esista il più grande bacino petrolifero al mondo e la cui economia ne dipende interamente.

Per capire la situazione d’oggi bisogna però risalire a Chàvez, ex presidente venezuelano populista antecedente Maduro. Chàvez era arrivato al governo del Venezuela nel 1999 quando il prezzo del petrolio stava salendo ed era addirittura arrivato poi a quota 120 dollari al barile. Con i notevoli proventi ricavati dalla vendita di esso aveva impostato il suo potere favorendo soprattutto il ceto militare, cooptando nel suo governo i generali più significativi delle forze armate. Assicurandosi così la fedeltà e la sicurezza dell’esercito al suo governo e mettendosi al riparo da eventuali colpi di stato. Poi una parte consistente dei proventi petroliferi l’ha rivolta per legarsi tutto l’apparato statale, e il resto ai contadini e alle varie categorie della popolazione attraverso varie forme di incentivi e sussidi vari.

Tutto è andato bene fino al 2015, allorchè Obama per interessi di politica internazionale (per piegare Iran e Russia) attraverso l’Arabia Saudita ha fatto crollare il prezzo del petrolio. Da questa data il Venezuela è precipitato in una crisi profonda. Il prezzo del greggio che prima era arrivato (come detto) anche a 120 dollari al barile, adesso crollato a 40 dollari ha prodotto come conseguenza il forte ribasso dei guadagni petroliferi. E’ da allora quindi che Nicolàs Maduro, figlioccio politico di Chàvez e che l’ha sostituito alla direzione del paese, non ha più le finanze sufficienti per sostenere il tenore sociale antecedente la crisi. 

In questo contesto di forte calo di entrate finanziarie la politica di Maduro è stata quella innanzi tutto di salvaguardare i privilegi dei militari, così da continuare a garantirsi la stabilità e proteggersi da eventuali reazioni militari. Poi sempre di salvaguardare gli stipendi dell’enorme apparato statale venezuelano in modo di averne il sostegno. Infine, il restante alla popolazione. Quindi in questa situazione di forte crisi una parte consistente di cittadini si è visto drasticamente diminuire il tenore di vita, e questa è quella parte di popolazione che da alcuni anni protesta duramente e che le cronache mostrano continuamente.

Oggi l’imperialismo americano ha deciso - per suoi interessi - di inserirsi in questa crisi venezuelana.  L’intervento di Trump a sostegno di Guaidò nasce dal fatto che la politica internazionale del presidente Usa è di attaccare frontalmente quelli che considera gli avversari-nemici dell’America: Iran, Russia, Cina, ecc. Attaccare non militarmente, ma politicamente ed economicamente: con l’Iran ha disdetto l’accordo sul nucleare e rintrodotto contro il paese dure sanzioni; contro la Russia ha rafforzato le sanzioni economiche penalizzanti; contro la Cina ha alzato notevolmente i dazi sulle merci cinesi importate in America con l’intento di creare problemi allo sviluppo del paese. Trump si è mosso poi anche contro la Turchia con sanzioni economiche, Turchia che è alleato Usa nella Nato, ma colpevole di spostarsi troppo sul fronte opposto Russia-Cina.   

E adesso per Trump è arrivato il turno anche del Venezuela. Il presidente Maduro è accusato di stringere legami sempre più stretti con lo schieramento filo russo-cinese avverso, e di incrementare con questi paesi sempre più i rapporti commerciali-politici-militari. Nella vendita del petrolio venezuelano Maduro poi ha ormai quasi escluso di usare come moneta commerciale il dollaro. Questo i ricchi americani non lo possono tollerare. Quindi Trump interviene. 

Per quanto riguarda le posizioni di scontro interno al Venezuela Maduro è il presidente eletto, mentre il parlamento è in mano alle opposizioni. Ed è appunto Guaidò, oppositore di Maduro, il presidente del parlamento. Quindi il contesto interno politico risulta di forte instabilità. 

Sostenendo l’oppositore Guaidò lo scopo Usa è estromettere Maduro dal potere e togliere quindi il Venezuela dallo schieramento Russia, Cina, Iran, ecc. per spostarlo con il fedele Guaidò su Usa-Europa. Certamente il fine non è quello di aiutare le masse affamate, già messe in miseria da Maduro, come le tv vogliono far credere. 

In questa diaspora borghese, Maduro come presidente, attaccato dal fronte Guaidò-Usa, si sente però molto forte e sicuro, perché può contare sul sostegno delle forze armate venezuelane, i cui vertici di generali, come già accennato, siedono copiosi nel suo governo. E’ per questo motivo che Guaidò con Usa-Europa cercano di spodestarlo non militarmente, ma attraverso nuove elezioni anticipate, cosa che Maduro naturalmente rifiuta.                                             ....... →

 

.. →     La domanda quindi che ci si pone è: se Trump sa che Maduro è sostenuto dai militari e quindi non c’è nessuna possibilità di sfruttare colpi di stato per spodestarlo, se sa che le elezioni anticipate non sono possibili perchè Maduro le rifiuta, in più, possiamo noi aggiungere, se è chiaro che della sorte delle masse che protestano nessuno ne è veramente interessato e sono solo pretesti, per quale motivo Trump ha fomentato tutto questo caos venezuelano che non ha via d’uscita?

Nello sporco gioco borghese una ipotetica risposta potrebbe risiedere: la provocazione di Guaidò di autoeleggersi presidente, aggiunto alle forti proteste di massa, potrebbe provocare una reazione dell’esercito filo Maduro causando un bagno       

di sangue tra gli oppositori. Quindi Trump troverebbe in questo il motivo, il pretesto, si sentirebbe autorizzato internazionalmente a intervenire militarmente per “difendere la democrazia”, “la libertà”, ecc. del popolo venezuelano e rovesciare Maduro.

Ma anche in questa ipotesi sorgerebbe per gli Usa un problema di non poco conto: dietro a Maduro a suo sostegno ci sono i russi di quella volpe di Putin. I quali potrebbero (con la scusa di difendere i propri interessi in Venezuela) altrettanto intervenire militarmente a favore di Maduro contro gli americani se questo da loro venisse attaccato. Se questo accadesse la crisi venezuelana si trasformerebbe in un catastrofe con conseguenze imprevedibili, perciò non molto conveniente per Trump.

Quindi da una visuale borghese non si capisce come mai Trump si sia infilato nel vespaio venezuelano. Forse come diversivo per motivi politici interni in America? O come diversivo per ottenere qualcos’altro dai russi o cinesi in altre parti del pianeta? Difficile dire. Forse il tempo ci potrà dirà qualcosa, come spesso accade.

Sicuro è che in queste tragiche situazioni è la classe lavoratrice che ne viene coinvolta, trascinata e utilizzata in disastri e interessi che non la riguardano. Ed è quella poi che ne paga le forti e tragiche conseguenze. Quindi come sempre con decisione: 

 

  CONTRO MADURO E CONTRO GUIDO’

CONTRO TUTTI I GOVERNI DELLA BORGHESIA !


 

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PERCHE’ GLI USA SI RITIRANO DALLA SIRIA

SIRIA: TRUMP SACRIFICA

I CURDI PER TENERSI

STRETTO ERDOGAN

SONO GLI INTERESSI CHE MUOVONO I BORGHESI,

NON GLI IDEALI DI SOLIDARIETA’

 

(titolo: LA CASA BIANCA ANNUNCIA IL RITIRO DELLE TRUPPE) 

 

                                                              (traduzione da "Der kommunistische Kampf" - gennaio  2019 ) 

 

IL PRESIDENTE TURCO. Perché il presidente della Turchia Erdogan è così nettamente contrario alla formazione di uno Stato Curdo sul territorio vicino siriano? Teme che questo darebbe il pretesto a loro volta ai curdi turchi  di pretendere e combattere per avere uno Stato Curdo anche in Turchia da poter  annettere a quello siriano (e iracheno) per formare un unico grande Stato Curdo indipendente nel Medio Oriente. Questo è quello che i curdi da decenni rivendicano e che da sempre aspirano.  

GLI AMERICANI. Gli americani sono amici della Turchia, la quale appartiene alla NATO, l’alleanza militare guidata appunto da Washington. Ma gli americani sono anche amici dei curdi siriani (quelli non voluti dai turchi) i quali sono stati utilizzati dagli Usa in Siria, certamente per combattere il Califfato, ma anche e soprattutto per destabilizzare il presidente siriano Assad filorusso, promettendo loro alla fine della guerra appunto la formazione di un proprio stato indipendente curdo sul territorio siriano.

DILEMMA. Ora, visto che il presidente turco Erdogan amico degli americani non vuole assolutamente lo Stato Curdo in Siria, a guerra praticamente finita gli Usa si trovano di fronte alla scelta di dover o rinunciare alla promessa fatta ai curdi e tenersi stretto l’alleato Turchia nella NATO e abbandonare i combattenti curdi al loro destino e alla sconfitta politica (e militare), oppure sostenerli fino in fondo nel progetto della costituzione del proprio stato e correre il forte rischio che i turchi come reazione (e come vuole Putin) si stacchino dalla NATO e passino nel fronte avversario di Russia, Cina, Iran e Siria.

(titolo: Commento al ritiro Usa dalla Siria: REGALO PER ERDOGAN)

SCELTA TURCA. Sacrificare i curdi siriani e sostenere la Turchia, visto l’importanza strategica che la nazione svolge nella scacchiera del Medio Oriente è per gli Stati Uniti e gli occidentali l’opzione capitalistica più logica dal punto di vista  strategico dell’Amministrazione Trump. Visto che a questo punto, negli interessi capitalistici generali delle borghesie occidentali i curdi non hanno più alcun peso.

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PROPAGANDA. Come conseguenza di questa scelta svanirà così anche tutto quel consenso dei media che ha sempre sostenuto i curdi nella loro guerra e lotta per l’indipendenza, presentandoli come eroi, martiri e quant’altro per arrivare ad ottenere il loro stato autonomo capitalistico.

Questi repentini cambi di posizioni dei mezzi di informazione che rispecchiano gli interessi delle varie borghesie, appartengono delle disgustose, ciniche regole capitalistiche nella lotta tra borghesie per la spartizione del mercato globale. Uno scontro dove le etnie e le religioni vengono utilizzate e strumentalizzate per propri scopi.

 

L’ATTUALE SITUAZIONE. Al momento in cui scriviamo (inizio gennaio) il contesto siriano viene descritto dalla stampa come, dopo il ritiro dell’esercito americano, l’esercito turco si stia posizionando al nord della Siria per attaccare le enclave siriane sotto controllo delle milizie curde nelle città di Kobane, al Raqqa e Deir el Zor, situate nel nord-est siriano. Però, vista la situazione disperata e senza via d’uscita, i combattenti curdi dell’ Ypg hanno deciso di consegnare le città e i loro territori all’esercito siriano anziché combattere. Questa evoluzione della situazione sembra andar bene persino anche al presidente turco Erdogan, perché significa che i curdi consegnandosi ai siriani rinunciano di fatto alla formazione del proprio Stato in Siria, proprio come Erdogan esige.   

 

SIRIA RICOMPOSTA. Con quest’ultima resa curda, in pratica la Siria si ricompone come prima della guerra iniziata nel 2011. Adesso come di norma, subentrerà la fase di mediazione tra le varie etnie sociali delle varie zone siriane per trovare gli equilibri necessari per governare il paese.

Il presidente siriano Assad viene acclamato dalla stampa internazionale come il vincitore di questa guerra civile. In realtà il vero vincitore è il presidente russo Putin, che da esperto stratega e guerrafondaio ha condotto la regia della guerra portando Assad alla vittoria.

 

RIFIUTO AL CAPITALISMO. E’ sempre da ricordare che nella crudeltà della realtà capitalistica tutto questo, per chi l’ha vissuto, è costato alcune centinaia di migliaia di morti, distruzioni immani, fame, povertà, disperazione.

Acclamare la fine della guerra senza descriverne e sottolineare il meccanismo perverso che l’ha prodotta è da vigliacchi. Un meccanismo che, come a tutti è chiaro, in contemporanea sta causando tante altre guerre.

E’ per questo che c’è bisogno di un’altra società. Superiore.


 

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2017: RIARMO MONDIALE RECORD

NELLO SCONTRO TRA BORGHESIE

IN UN MONDO CAPITALISTA DOVE LA CONCORRENZA ‘PACIFICA’ SCATENA SEMPRE PIU’ CRISI E GUERRE, AUMENTANO SEMPRE PIU’ LE SPESE MILITARI,  CAMUFFATE COME ‘DETERRENZA’.

  (traduzione da "Der kommunistische Kampf" - luglio  2018 )

 

 

Aumento consistente di 80 miliardi della spesa militare Usa per un totale annuo di 700 miliardi. Di contro aumento dell’8% di quella cinese pari ad un totale di 224 miliardi l’anno. Un’Arabia Saudita che diventa la 3° forza militare mondiale con una spesa di 69,4 miliardi, sorpassando addirittura la Russia (66,3) (fonte Sipri-Stoccolma). E’ la reazione all’emergere del gigante imperialista Cina che alza la temperatura dello scontro tra le borghesie mondiali.   

Un evento -l’emergere del gigante asiatico- per noi oggi normalità, ma che molti nel dopoguerra proprio non pronosticavano. Anzi al contrario, alcune correnti di sinistra sostenevano che i paesi industrializzati a causa della recente guerra mondiale si sarebbero deindustrializzati con il ritorno dei proletari alla campagna. E altre ancora che invece preannunciavano una prossima vicina altra guerra mondiale che avrebbe abbattuto i paesi industrializzati. Per il marxista Arrigo Cervetto, cofondatore dell’attuale grande organizzazione ‘Lotta Comunista’, l’emergere dei giganti asiatici era invece a quel tempo già chiara. Così scrive nel suo saggio “Le Tesi del ‘57”: “Inevitabilmente tutti i paesi ieri e oggi ancora in condizioni coloniale e semi coloniale acquisteranno, nel corso di lotte più o meno cruente, la loro indipendenza politica. … Più l’indipendenza politica si attua, più crescono le esigenze di carattere economico … da quei paesi che, per la loro capacità produttiva, soli sono in grado di intervenire con aiuti, prestiti, esportazione di capitali, scambi commerciali, nel promuovere lo sviluppo industriale ed agricolo delle zone arretrate. … L’esempio della Cina e dell’India può bastare ad indicare la validità di questa affermazione”. In altre parole, spiegava Cervetto, i paesi arretrati come Cina e India (qui siamo negli anni ’50) grazie agli investimenti che i paesi occidentali industrializzati avrebbero fatto sui loro territori, avrebbero superato la loro fase semicoloniale e sarebbero diventati anch’essi potenze capitaliste. Esattamente quello che sono adesso.

Impressionante è come attraverso l’analisi marxista si possa comprendere bene il meccanismo di funzionamento capitalistico e addirittura in alcuni casi fare anche delle corrette previsioni.

Il gigante imperialista asiatico quindi ieri previsto, oggi è diventato realtà.

Grazie alla sua stazza economica la Cina nei mesi scorsi assieme alla Russia ha introdotto il (poco reclamizzato) Petro-yuan come sistema di pagamento del petrolio anziché l’uso del dollaro (in uso da più di 50 anni), sfidando apertamente la borghesia Usa. Nello stesso tempo il presidente cinese Xi Jinping ripete senza riserve di volere assolutamente (assieme ai paesi BRICS) “più spazio nel mondo”per espandere i propri affari. E questo nel mondo capitalistico significa … scontri e … guerre.

Si potrebbe obiettare: perché “scontri” e “guerre”? Il mondo può funzionare bene lo stesso anche senza guerre, c’è spazio per tutti! Non è questa un’esagerazione?

 No, non è un’esagerazione. Nel mondo capitalistico della concorrenza, come successo nel passato e come esattamente analizzato da Marx, l’emergere di una nuova potente borghesia significa sconquasso, significa invadere gli affari delle borghesie concorrenti. Non solo, le borghesie già esistenti vedono nell’enorme espansione di un nuovo grande concorrente un futuro pericolo che un domani le potrebbe spazzare via. Si può ben intuire quindi le loro preoccupazioni e la portata dello scontro. 

Questo spiega quindi la reazione americana e l’aumento vertiginoso della spesa militare registrata dal centro ricerche Sipri. Ma non solo. Il governo Trump sta imprimendo fretta agli alleati NATO perché a loro volta aumentino e aggiornino i loro armamenti in funzione apertamente anticinese e russa.

Come detto, i dati Sipri riportano anche il fatto inedito di un’Arabia Saudita che l’anno scorso ha avuto un incremento impressionante di spesa militare, sorpassando la Russia e diventando il 3° detentore militare mondiale dopo Usa e Cina.

Anche questo fatto non è casuale, ma ha un suo preciso significato. E’ stato l’imperialismo americano a fornire il consistente aumento militare al radicale paese arabo. La borghesia Usa sta cercando di costituire un proprio forte alleato, un bastione militare amico nel Medio Oriente in funzione antirusso-cinese. L’enorme aumento di armamento all’Arabia Saudita da parte Usa è la risposta all’intensificazione nella zona dell’attivismo di Iran, Siria, Turchia, etnie in Yemen, Afghanistan, Libano, ecc. tutte forze sostenute direttamente o indirettamente da Russia e Cina.  Quindi tutto è concatenato.

Ovviamente l’imperialismo cinese non rimane passivo in questa corsa al riarmo. Nell’obbiettivo di ottenere “più spazio nel mondo” si sta militarizzando fino ai denti. Il Sipri riporta come in Cina le spese militari stiano schizzando alle stelle. Nonostante questo, il gigante asiatico è però ancora lontano dal raggiungere le spese militari americane, avendo Pechino una spesa  (grafico Sipri) di un terzo rispetto a quella Usa. Ma la distanza si sta rapidamente accorciando.      

L’imperialismo russo registra invece un arresto del forte aumento di spesa militare avuto negli anni precedenti. Non è aspirazione al pacifismo. Proprio no. Ma una costrizione, dovuta alla forte diminuzione finanziaria causata dal forte calo del prezzo del petrolio (da cui dipende) degli anni scorsi. Sta però approfittando della ‘pausa’ –riporta sempre il Sipri- per affinare le proprie tecnologie belliche.

Nessuna illusione di un mondo pacifista, quindi. E’ lampante.

Il “moderno” mondo d’oggi rimane sempre il “vecchio” capitalismo studiato da Marx: concorrenza, profitti, interessi di borghesie, pace, crisi, e … guerre.


 

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YEMEN:

UNA GUERRA ANCORA

 

Guerre in Siria, Iraq, Libia, per non parlare di Afghanistan e  Yemen appunto, Sudan, Ucraina, Mali, ecc. volute e cercate dai paesi “civili” occidentali per allargare le loro “sfere di influenza” e spartirsi i lucrosi mercati di nazioni periferiche, prendendo a pretesto “la lotta contro il terrorismo”.

  traduzione da "Der kommunistische Kampf" - maggio  2018

 

 

 

Lo scontro tra le ricche borghesie per la spartizione del mondo è incessante. Mentre all’interno dei propri paesi i vari governi imperialisti propagandano concetti di democrazia, giustizia, uguaglianza, civiltà, ecc. all’estero nei paesi in via di sviluppo conducono, su commissione dei capitalisti per favorirne gli interessi, a secondo del momento e dell’interesse,  atti di inciviltà inauditi, fomentando guerre civili tra etnie e religioni con lo scopo di accaparrarsi, portare nella propria zona di influenza più nazioni possibili. E’ la natura della violenta società capitalista, anche se si vuol far credere il contrario. Ed è nella natura del controverso capitalismo che prima o poi anche le nazioni imperialiste “civili” avanzate saranno coinvolte e trascinate nel vortice bellico, come già due guerre mondiali ci stanno a dimostrare.

Ovviamente i ricchi imprenditori e banchieri di ogni nazione che dietro alle scene dirigono i governi non possono sbattere in faccia alla popolazione proletaria questa terribile e angosciosa verità. Devono come sempre, trovare delle motivazioni, delle scuse che giustifichi il loro comportamento bellico e crudele all’estero, devono costruire sempre un “cattivo” da innalzare, che giustifichi i massacri da loro condotti.  La ricerca evidenzia però che sono proprio le borghesie più potenti che si inseriscono di proposito nelle contraddizioni dei paesi periferici per trovare il pretesto di entrare in guerra e portarseli militarmente nella propria sfera di influenza.

Oggi coprono i loro veri scopi di conquista con la motivazione della guerra “contro il terrorismo”,ma nel passato le scuse per entrare in un conflitto sono state anche tra le più assurde e ridicole, come far la guerra “per portare la pace”, o sconvolgere una nazione per “portare la democrazia” o“la civiltà”, “i valori superiori” ecc. come tutti sappiamo.  

Nello scorso numero abbiamo trattato l’Afghanistan.Oggi ecco l’ennesima guerra: lo Yemen. Wikipedia riporta essere iniziata nel 2015, fonti russe (Sputnik) dicono nel 2014.

Come altre guerre in corso – Siria, Iraq, Afghanistan, Libia, Sudan, Mali, ecc. - anche il conflitto in Yemen è il riflesso dello scontro –ovviamente non apertamente dichiarato- tra la sempre più potente borghesia cinese in forte ascesa che cerca nuovi mercati di sbocco e le potenze occidentali coalizzate che cercano in tutti i modi di ostacolare l’espansionismo cinese.

Lo scontro militare in Yemen infatti si presenta un po’ a copia della guerra in Siria.Anche in Yemen difatti troviamo la contrapposizione dei due schieramenti: da una parte gli occidentali con a capo gli Usa che usano l’Arabia Saudita come grimaldello per finanziare, armare, usare nello scontro l’etnia yemenita sunnita del presidente Hadi.

Dall’altra la borghesia russa, sostenuta dalla Cina, che usano gli iraniani per fomentare, finanziare, armare l’altra grande etnia, gli Huti-sciiti. Si noti che entrambi i due gruppi etnici che vivono da sempre in Yemen e si stanno trucidando per il controllo del territorio, sono musulmani, entrambi di fede fondamentalista islamica, con lo stesso Dio che, si dice, predichi l’amore, il rispetto, la fratellanza, la tolleranza.   

Fino ad oggi, fini agli ultimi decenni, i vari gruppi etnici yemeniti hanno vissuto relativamente in pace, con scarsi scontri reciproci, trovando alla fine sempre accordi sulla gestione del paese. Ma con l’intervento delle grandi potenze tutto è improvvisamente cambiato. In pratica la guerra che ha imperversato per spartirsi la Siria e l’Iraq, adesso si è estesa allo Yemen.

 

La storia del conflitto. Riportiamo quanto viene presentato da Wikipedia:

In pratica, ad un dato momento del 2014, l’etnia sciita Huti sostenuta dagli iraniani, non ha più riconosciuto il governo ufficiale del presidente sunnita Hadi, involvendo la situazione in una cruenta guerra civile. La forte opposizione all’insurrezione da parte del presidente Hadi e dei suoi sunniti con l’appoggio dell’Arabia Saudita ha provocato di conseguenza la spaccatura del paese in due, con l’instaurazione di due capitali. Lo scontro armato è poi proseguito con fasi alterne, fino ad oggi dove si è insabbiato in una empasse di stallo.  

Le accuse reciproche di interferenze esterne, massacri, soprusi, com’è uso purtroppo in queste situazioni non si contano. Ogni borghesia cerca di nascondere i propri orrori e di mostrare quegli altrui. Il capitalismo funziona così. Nella società dominata dai capitalisti la pace è solo uno dei momenti dell’andamento. Nel naturale ciclo capitalista per la ricerca del profitto anche le guerre sono una costante.



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