STATI UNITI

 

 

 

AVER CHIARO GLI INTERESSI CAPITALISTICI IN GIOCO 

 

BIDEN O TRUMP?

ENTRAMBI PERSEGUONO GLI INTERESSI DELL’IMPERIALISMO AMERICANO

 

LO SCONTRO TRA I DUE CONTENDENTI NON E’ SUGLI INTERESSI DEI LAVORATORI, MA COME SEMPRE (e come risalta “WELT”) QUALE POLITICA DEVONO PERSEGUIRE PER FAVORIRE GLI INTERESSI DEI GRANDI CAPITALISTI AMERICANI

 

Come da sempre affermiamo, non esistono presidenti o governi capitalistici “migliori” o “peggiori”. Tutti sono al servizio dei ricchi capitalisti.  Certamente usano tattiche e metodi diversi nel loro operato. Ma, in altre parole, ogni governo, ogni presidente ha un suo metodo, un suo proprio criterio per convincere i lavoratori sfruttati affinché stiano calmi, ed accettino il sistema borghese strapieno di contraddizioni e porcherie.

Facciamo degli esempi riguardanti l’operatività dei vari presidenti americani “bravi” o “cattivi” in rapporto alle guerre condotte dall’America.

 

-     -      Trump: nel concetto collettivo viene considerato un “cattivo”, perché ha imposto duri dazi alla Cina, minaccia di imporli anche all’Europa e ha introdotto due sanzioni contro l’Iran, Russia e vuole destabilizzare il Venezuela.

-      -      Ma del presidente Obama, considerato invece il “buono”, forse non tutti hanno presente che ha fomentato, finanziato e poi armato la guerra civile in Siria nel 2011 finchè poi non è esplosa, con l’intenzione di abbattere il regime di Assad, appartenente allo schieramento capitalista Russia-Cina opposto agli americani e agli occidentali.

-     -      E’ invece poi a tutti noto che il “cattivo” presidente George Bush (figlio) ha iniziato nel 2001 prima la guerra in Afghanistan, e poi nel 2003  quella in Iraq.    

-     -      Ma meno noto è che il presidente “buono”  Bill Clinton nel 1993 ha inviato truppe americane nella guerra in Somalia che dopo essere state massacrate sono state ritirate. Che nel 1998 ha mandato gli aerei a bombardare la Jugoslavia e che sempre nel 1998 ha intrapreso la guerra del Kosovo.

-     -      Riguardante il “cattivo” presidente George Bush (padre) tutti sanno invece che è responsabile della “prima guerra irachena” del 1990 facendo invadere l’Iraq dalle truppe USA, e che prima nel 1989 aveva fatto invadere lo stato centroamericano di Panama, conquistandolo. 

… e così  si potrebbe andare avanti all’infinito con gli altri presidenti americani Reagan, Carter, ecc.

 

E’ quindi evidente: non esiste nessuna differenza tra presidenti definiti “buoni” o altri chiamati “cattivi”. Tutti hanno fatto (e fanno) le stesse cose, anche se nell’immaginario collettivo e dalla stampa vengono dipinti come “diversi” tra di loro. Nel loro comportamento è chiaro, cambia solo la casacca di partito a cui appartengono. Nel caso dell’espansionismo, tutti hanno condotto guerre, facendo uccidere e massacrare migliaia, centinaia di migliaia di persone. Ma qual è lo scopo? Non certo sviluppare civilmente l’umanità. E non certo per i lavoratori  (che non hanno patria). Ma sempre con l’obbiettivo di favorire l’interesse dei guadagni dei grandi capitalisti.

Il definirsi di “destra” o di “sinistra”, repubblicani” o “democratici”, “conservatori” o “progressisti”, “cattivi” o “buoni” è solo un trucco, un inganno borghese. E’ un trucco che tutti i partiti in tutte le nazioni usano per confondere i lavoratori, per imbrogliarli e distoglierli dai loro veri problemi e interessi.

 

Anche dal punto di vista della difesa del tenore di vita in USA per le masse lavoratrici non esiste e non si nota alcuna differenza tra le Amministrazioni americane condotte da presidenti “progressisti” o “conservatori”, “buoni” o “cattivi”, “democratici” o “repubblicani”. Nel susseguirsi delle varie Amministrazioni, dei vari presidenti, i lavoratori hanno sempre dovuto lottare e scioperare duramente e con determinazione se hanno voluto mantenere un certo livello di vita dignitoso.  

 

Venendo ai giorni nostri, riguardante la “diversità” politica condotta dalle due ultime amministrazioni: Obama e Trump, vogliamo segnalare: la tattica di Obama (adesso riproposta anche da Joe Biden - come soprariportato da “WELT”) di creare grandi aggregazioni internazionali (Ttip, TPP, NAFTA ) o la politica di Trump di attacco diretto ai concorrenti con l’introduzione di dazi o inasprimento di sanzioni: entrambe le politiche Obama-Trump hanno lo stesso scopo di perseguire l’identico obiettivo: tentare di isolare le rivali emergenti Cina e Russia e i loro alleati (Iran, Siria, Venezuela, ecc) così da favorire, come detto, gli interessi dei capitalisti e banchieri americani sul mercato internazionale.

 

Riguardo poi la riforma sanitaria introdotta dalla precedente Amministrazione Obama e smantellata adesso  da Trump, è da precisare che Obama l’aveva introdotta per esaudire la richiesta pressante espressa da decenni da alcuni grandi gruppi industrial-bancari Usa, con lo scopo di tener calme le tensioni sociali di equilibrio capitalista nella grande società statunitense.

Non lasciarsi mai quindi ingannare dalle facili parole, ma guardare sempre alla sostanza.

 CAPIRE BENE LE MENZOGNE DEI POLITICI

Infezione Covid 19: gestione catastrofica in USA 

TRUMP CERCA DIVERSIVI PER SVIARE LE SUE COLPE  E NON PERDERE LE ELEZIONI A NOVEMBRE

COME DIVERSIVI TRUMP: prima  accusa la CINA DI NON AVER AVVISATO DEL PERICOLO - poi accusa IL LABORATORIO DI WUHAN ESSERE RESPONSABILE DELL’INFEZIONE – poi dichiara l’OMS di IMBROGLIARE - poi dichiara USO DEL FARMACO “Remdesivir” FENOMENALE – poi dichiara LO SCANDALO OBAMAGATE e adesso inscena la chiusura del consolato di Houston.

 

 

 

Le accuse contro Trump per la gestione catastrofica contro l’infezione Covid 19 montano in USA come un terremoto. Trump è in estrema difficoltà perché si rende conto seriamente che può perdere le prossime elezioni presidenziali in novembre. Infatti negli ultimi sondaggi di preferenza nell’ultimo mese il Tycoon è crollato di molti punti sotto il suo rivale democratico Joe Biden e la situazione sembra peggiorare costantemente.

Come abbiamo già evidenziato, Trump per non danneggiare i guadagni agli industriali americani chiudendo le fabbriche all’arrivo dell’infezione Coronavirus in USA, ha voluto di proposito sottovalutare il pericolo del contagio Covid 19 quando ancora imperversava in Europa e in Asia. Il presidente americano avrebbe potuto facilmente già da subito all’arrivo prendere le giuste e necessarie misure restrittive affinchè il contagio non si diffondesse anche negli Usa, chiudendo frontiere, attuando seri controlli a tappeto, vietare gli assembramenti, i contatti ravvicinati, le riunioni, ecc.

Ma far questo, come detto, significava danneggiare l’economia Usa, cioè gli affari dei facoltosi capitalisti americani che lo sostengono. E Trump facendo il bullo sperava che l’infezione si sarebbe da sola con il tempo scemata. In quest’ottica perciò il Tycoon newyorchese già in febbraio sosteneva di aver la situazione sotto controllo, che con il caldo il Covid sarebbe sparito, di star calmi perchè non esisteva nessun pericolo per l’America da lui diretta. La realtà si è dimostrata però poi, com’è noto, ben diversa e catastrofica come da lui preventivato.

Perciò Trump, causa la sua gestione disastrosa e le sue continue menzogne da politico, la sua arroganza e le sue ottusità, è diventato facile bersaglio politico, barzelletta dei suoi oppositori e dei Democratici. E la vittoria elettorale che già per Trump il prossimo novembre si profilava e che il Tycoon già pregustava, sta velocemente svanendo. E questo fa infuriare il focoso e impetuoso multimiliardario newyorchese. 

E’ così che Trump con il suo staff e consiglieri, per cercare di rialzare le preferenze nei sondaggi, com’è norma nella politica borghese, cerca di scaricare le sue colpe su altri, diffamare  gli oppositori, ecc. Si  è inventato diversivi (tipo: responsabilità che lui non ha, scandali, lancia improperi a sinistra e a destra, ecc.) per distogliere l’attenzione dalle sue colpe sperando che la gente parli d’altro e poi lo voti.

Diversivi e grottesche scuse che diventano ridicole, goffe, assurde. Come dichiarare che Pechino non aveva avvisato l’America della gravità e pericolosità dell’infezione (quando in realtà Trump il pericolo lo poteva già vedere ultra chiaramente mesi prima che arrivasse in America, dove già in Europa e Asia il Covid imperversava). Oppure che il virus è stato prodotto a posta nel laboratorio dell’OMS a Wuhan in Cina e poi lasciato circolare nel mondo di proposito per colpire le economie occidentali e soprattutto gli Stati Uniti. Aggiungendo grottescamente di avere anche le prove di questo, prove che però non ha mai esibito. In secondo momento ha autorizzato, con grande eco e pubblicità nazionale, l’uso massiccio del farmaco antiebola “Remdesivir”, presentandolo essere la cura definitiva contro l’infezione. Cosa ovviamente non dimostrata. Infatti anche dopo l’uso del farmaco il contagio si è diffuso costantemente come prima. L’ultima trovata, l’ultimo diversivo, sarebbe l’Obamagate. Definito da Trump e dal suo staff come “il più grosso e schifoso scandalo negli USA dal dopoguerra”. Il caso consiste nel fatto che nel 2017 durante la campagna elettorale presidenziale, l’allora presidente Obama per ostacolare Trump alla presidenza e favorire Hillary Clinton, avrebbe inscenato il Russiagate. Sostenendo che i russi si sarebbero intromessi nella campagna elettorale per favorire l’elezione di Trump. Atto che recentemente l’alto tribunale USA ha definito totalmente infondato. Quindi Trump grida adesso allo schifoso scandalo e cerca di utilizzarlo  nell’attuale campagna elettorale. E adesso come ultimo atto inscena la chiusura del consolato di Houston.

Oltre che causare morti, disastri sanitari ed economici, il Covid 19 infiamma anche la campagna elettorale negli Stati Uniti in vista dell’elezione in novembre del prossimo presidente.

Il furioso Trump, servitore (come tutti i governi) degli industriali e dell’alta finanza, è in forte difficoltà di consensi e tuona contro tutti. I democratici sfruttano l’occasione inaspettata per sostituire Trump, accedere al governo, ed essere essi stessi a servire i ricchi capitalisti e finanzieri statunitensi.

Tutto questo, naturalmente, non ha niente a che fare con i problemi e gli interessi delle masse dei lavoratori salariati. Che sempre e comunque, sotto un governo o un altro, saranno sempre sottomessi, oppressi, sfruttati e spolpati.


 

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CONOSCERE I TRUCCHI DELLE CAMPAGNE ELETTORALI

Bernie Sanders:

PER FINTA DALLA PARTE

DEI LAVORATORI SOLO

PER RACCOGLIERE VOTI  

IN REALTA’ DALLA PARTE DEI CAPITALISTI

ANCHE OGGI, COME NELLE ELEZIONI USA DEL 2016, DOVE SANDERS DOPO UNA FINTA COMPETIZIONE CONTRO HILLARY CLINTON ALLA FINE HA INDICATO DI VOTARE PER LEI, IL FINTO “SOCIALISTA” SANDERS PRIMA FA FINTA DI COMPETERE CONTRO JOE BIDEN E POI LO APPOGGIA. E’ TUTTO UN TRUCCO ELETTORALE.

 

 

MOLTI  PARTITI (come l’SPD con Jusos) USANO LA TATTICA DURANTE LE ELEZIONI DI PRESENTARE CANDIDATI RADICALI DI SINISTRA CHE SI PONGONO PER FINTA CONTRO I RICCHI PROMETTENDO AI LAVORATORI E AI GIOVANI PIU’ GIUSTIZIA SOCIALE,  COSI’ DA RACCOGLIERE I LORO VOTI. MA IN REALTA’ E’ SOLO UNA SCENEGGIATA ELETTORALE, TUTTI I CANDIDATI SONO POI AL SERVIZIO DEI CAPITALISTI.

 

 

LA SCENEGGIATA DI SANDERS

 

 

Come marxisti siamo del parere che al candidato democratico Bernard (Bernie) Sanders dei problemi e degli interessi dei lavoratori non gliene importi assolutamente nulla. Però il Partito Democratico ha bisogno di voti per vincere le elezioni. E soprattutto ha bisogno dei molti milioni di voti che i salariati e i giovani possono portare se vengono convinti che la politica del Partito Democratico è protesa a perseguire e difendere anche i loro interessi. Quindi in campagna elettorale il Partito Democratico ha bisogno, oltre che di candidati di centro e di destra che raccolgano voti in questi aree, anche di candidati finti radicali di sinistra, che fingendo di essere dalla parte delle masse lavoratrici promettano, promettano, promettano. E candidati come Bernie Sanders sono particolarmente adatti per questo tipo di ruolo: criticare duramente il sistema e il suo establishment (di cui anche Bernie fa parte – è stato sindaco di Burlington ed è attualmente senatore) criticando le disfunzioni e le corruzioni - che nel capitalismo copiose non mancano mai, così da inebriare i lavoratori e i giovani. Per apparire e farsi passare da radicale di sinistra contro il sistema. E con questa tattica conquistare la fiducia delle masse sfruttate e giovanili. Con lo scopo finale opportunista di portare tutti a “votare” il candidato che emergerà ufficiale per il Partito Democratico, che guarda caso in USA nella scorsa tornata elettorale del 2016 era proprio la candidata della “destra” del Partito Democratico Hillary Clinton. E oggi è il membro dell’establishment Joe Biden. E il compito e la sceneggiata di Bernie Sanders finisce li.  

 

L’analisi marxista dimostra da sempre che per i lavoratori le elezioni sono tutta una farsa sapientemente usata per poi meglio sfruttarli. Un’illusione per carpirne la fiducia. In realtà produce politici eletti, che sempre sono al servizio dei ricchi capitalisti, anche se lo negano energicamente e inscenano le finte rabbiose critiche al sistema o le finte liti dai banchi dell’opposizione.

Quello che come marxisti ci meraviglia invece è che esistano organizzazioni “marxiste” o “trotzkiste” che diano fiducia a Bernie Sanders. Che si lascino trascinare nel tranello accettando che lui veramente sia di sinistra dalla parte dei lavoratori e si adoperi per loro. Ci sorprende che queste organizzazioni “marxiste”, “trotzkiste” non si accorgano del “trucchetto” borghese elettorale e lo sostengano come candidato. Perché questo delle elezioni è uno stratagemma vecchio come il capitalismo e Marx è sempre stato chiaro al riguardo definendolo “cretinismo parlamentare”, mettendo sull’avviso di non lasciarsi manipolare, infinocchiare.

La realtà dei fatti ci insegna che non esistono politici borghesi “buoni” o “migliori” da sostenere, e altri “cattivi”  o “peggiori” da combattere, come alcune di queste organizzazioni “marxiste” o “trotzkiste” sostengono. Perché ogni politico o partito della borghesia usa un suo proprio metodo per convincere i lavoratori ad accettare il sistema. Ed è noto e famoso il metodo “del bastone o della carota” che usano per arrivare ai loro scopi di convincimento. Con il fine, sempre quello: ottenere, a seconda delle situazioni, il massimo di consenso al capitalismo.   

Tutt’altro invece è il compito delle organizzazioni marxiste. E’ organizzare le lotte contro il sistema e mettersi alla testa di esse. Il compito delle nostre organizzazioni rivoluzionarie è spiegare chiaramente ai lavoratori il funzionamento del corrotto sistema capitalistico, i trucchetti che usa, lo sfruttamento e le guerre che esso persegue. 

Ottimo sarebbe che le organizzazioni marxiste, mantenendo tutte le proprie particolarità e integrità, si unissero, si coordinassero tra di loro. Per assieme porsi alla guida delle lotte, delle proteste. A livello continentale certo, ma a livello globale ancora meglio.

AVER CHIARO COME FUNZIONA IL SISTEMA CAPITALISTICO

DISASTRO COVID-19 IN AMERICA:

PERCHE’ TRUMP NON VUOLE SVANTAGGIARE I PROFITTI

DEGLI INDUSTRIALI USA

TRUMP NON HA DA SUBITO PRESO LE NECESSARIE MISURE RESTRITTIVE PER NON FAR PERDERE PROFITTI AI PADRONI 

 

 

 

22 maggio 2020

 

L’infezione COVID-19 è arrivata negli Stati Uniti mesi più tardi rispetto all’Europa e ad alcuni stati asiatici come ovviamente in Cina e poi Sud Corea e Iran. Quindi il presidente americano e l’establishment USA avevano tutto il tempo per prendere le giuste misure necessarie per fermare il più possibile la diffusione dell’infezione coronavirus.

Ma così non è stato. Oggi l’infezione Covid 19 è un disastro negli Usa: al momento sono più di un milione e mezzo gli infettati - che si prospetta potrebbero arrivare a più di 2 milioni - e i morti oltre 100.000 - che potrebbero arrivare a 150.000. Una vera debacle per Trump.

Il quotidiano “la Repubblica” del 12 aprile riporta che Anthony Fauci - considerato il miglior immunologo esperto USA, prima consulente di Trump, dai lui poi licenziato e poi ancora riassunto - afferma che molte vite avrebbero potute essere salvate se le restrizioni fossero state adottate prima”. Ma, continua “la Repubblica” il pensiero di fermare l’economia per Trump poteva essere decisivo per scegliere di non chiudere il paese”. In altre parole, il presidente americano sotto pressione degli industriali americani che non volevano (e non vogliono) perdere profitti, ha preferito ai primi arrivi del COVID-19 in USA, non adottare le giuste misure restrittive - come l’eventuale chiusura di fabbriche - ma ha sottovalutato il pericolo e lasciato quindi entrare e diffondere l’infezione, che si è poi trasformata nell’attuale situazione catastrofica.

E’ “Der Spiegel” nell’articolo del 7 aprile “Cosa dice Trump e cos’è la verità” che si incarica di evidenziare tutte le scuse, i pretesti, le motivazioni fasulle, portate dal presidente per giustificare il suo comportamento catastrofico così da favorire gli interessi capitalistici.

Così l’articolo di “Der Spiegel”:  “quando la malattia già a fine gennaio infuriava in Cina e minacciava di aggredire le altre nazioni, lui affermava che il suo governo aveva “la situazione completamente sotto controllo”. Alla domanda di un reporter, se aveva delle preoccupazioni riguardo una possibile pandemia, il 22 di gennaio diceva: “NO, assolutamente no”. E “Andrà tutto bene”. Poi affermava che la malattia in aprile “sparirà come un miracolo“»  Prosegue poi “Der Spiegel”: «E il 26 febbraio diceva: gli Usa hanno pochi casi. “Fra poco avremo solo 5 persone. E in poco tempo saranno solo due o una“».

Da queste affermazioni se ne deduce chiaramente che Trump già da subito, per non danneggiare gli interessi economici “nazionali” ossia dei capitalisti, abbia rifiutato di prendere in considerazione la gravità della situazione, nonostante la Pandemia fosse già esplosa e imperversasse in Europa.

Spiega poi “Der Spiegel” che Trump in seguito, a pandemia esplosa, per smorzare le più che naturali preoccupazioni e proteste che insorgevano, abbia diffuso notizie di avere un “fenomenale” farmaco che poteva fermare l’infezione: «”Mostra risultati molto buoni. Spero che sarà una cosa fenomenale”, ha chiarito Trump il 3 aprile nella prospettiva che il farmaco anti-malaria Hydroxychloroquin possa essere usato per la cura del Covid-19. Il 5 aprile ha poi detto di avere grossi segnali che funzionava» (“Der Spiegel” ibidem).  Ma su questo miracoloso farmaco Hydroxychloroquin l’esperto capo immunologo Fauci, allora consigliere capo dello staff di Trump, non era a ragione d’accordo: «Anthony Fauci ha sottolineato più volte che le evidenze dell’efficacia fino ad allora erano minime e anedottiche» prosegue “Der Spiegel”.  

Continua poi l‘articolo: «Ancora il 26 aprile Trump affermava: “E’ un po’ come una normale influenza, per la quale abbiamo i vaccini. Avremo anche per essa presto un vaccino”» … « Senza interruzione Trump ha diffuso la speranza di avere velocemente un vaccino a disposizione. “Sarà distribuito molto a breve” ha detto il 7 marzo. Gli esperti sostengono invece che il vaccino sarà a disposizione il prossimo anno» (“Der Spiegel” ibidem)

Anche questa tragica situazione americana - come da sempre ripetiamo – dimostra, è la prova come nella corrotta società capitalistica i governi e i politici siano sempre e inevitabilmente al 

servizio dei capitalisti. A volta in maniera molto evidente - come nel caso di Trump – ma molto più spesso in maniera subdola, nascosta, come i governi europei.  I quali, anch’essi sotto pressione dei capitalisti europei, per accontentare industriali e speculatori hanno anticipatamente aperto 

 fabbriche e scuole (o le frontiere, come nel caso Italia) anche se  la pericolosissima infezione Covid-19 è ancora in espansione e non ancora sotto controllo, con esiti imprevedibili di ritorno della pericolosa malattia.

C’è da ricordare, sottolineare, che i governi borghesi nel passato, per portare ulteriori soldi ai capitalisti hanno ridotto al minimo i sistemi sanitari nazionali, sia in Europa che in America. E questo adesso è emerso violentemente nella pandemia Covid-19 dove i diversi sistemi nazionali nei vari paesi si sono dimostrati assolutamente insufficienti a curare la catastrofica infezione.

Il vero virus nella società è senz’altro il capitalismo, che non solo è causa di guerre, crisi, povertà, fame e distruzioni nel mondo, ma non può garantire neanche un sistema sanitario idoneo.


 

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L’INCESSANTE INSTABILITA’ DEL CAPITALISMO

ELIMINAZIONE SOLEIMANI

E REAZIONE IRANIANA:

SFIORATA UN’IMPROVVISA ESCALATION MILITARE?

 

 

 (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  n° 35  gennaio 2020)

 

Le violente proteste di piazza avvenute in Iraq nello scorso dicembre risultavano essere state causate dalle correnti della componente sciita irachena diretta dagli sciiti iraniani contro il governo di Bagdad, governo costituito soprattutto da rappresentanti filoccidentali. 

Disordini che hanno avuto una forte e inaspettata escalation, fino all’esagerazione di attaccare l’ambasciata americana nella stessa capitale irachena Bagdad.

Dal punto di vista politico è stato da subito evidente che queste proteste in Iraq non erano spontanee e venivano fortemente strumentalizzate e pilotate dalle forze del vicino Iran. E già allora molte fonti internazionali individuavano e denunciavano come mente direzionale delle ribellioni sciite irachene il generale iraniano Soleimani. Proteste che hanno lasciato sul campo più di un centinaio di vittime, tra manifestanti e forze di polizia.

All’esagerato attacco all’ambasciata americana, la reazione americana è stata - guidata personalmente dall’irato presidente Trump - estremamente drastica: l’eliminazione fisica della “mente” delle proteste, il generale Soleimani, con alcuni altri dirigenti iracheni sciiti, capi delle proteste stesse. 

Una reazione così “radicale” da parte americana, cioè l’eliminazione fisica del generale, gli ayatollah iraniani proprio non se l’aspettavano, e lo shock da parte dell’establishment di Teheran e per l’Iran intero è stato impressionante. Provocando nel paese le note immense manifestazioni di massa gridanti vendetta contro gli americani. Immense manifestazioni che hanno spinto il governo iraniano ad una pericolosa scelta: o procedere a sua volta alla vendetta-ritorsione contro gli americani, con il rischio di provocare però un’ulteriore reazione di Washington - rischiando di innescare una reazione a catena di reciproche ritorsioni-vendette tra americani e iraniani, oppure … lasciar perdere.

Ma anche lasciar perdere era quasi impossibile. La frittata da parte di Teheran era stata fatta. Gli Ayatollah avevano esagerato nel provocare e condurre la protesta sciita in Iraq, causando la reazione shoccante americana. Ed ora si trovavano nella situazione pericolosa di dover portare avanti la vendetta per l’uccisione di Soleimani chiesta a gran voce dalle sconvolte masse iraniane. Mentre il fronte dei media internazionali spaventati dall’eventuale reazione iraniana gridavano l’inizio di una involuzione in una guerra senza fine tra America e Iran, e i leader politici di mezzo mondo invitavano le parti alla moderazione.  

La rischiosa scelta degli Ayatollah alla fine è stata, com’è noto, di bombardare le due basi americane situate in Iraq, premunendosi però di avvisare anticipatamente e accuratamente sia gli americani che il governo di Bagdad del loro imminente attacco, in modo che la ritorsione-vendetta non causasse nessuna vittima. E così è stato. E la faccenda si è chiusa così.

A cosa finita si può osservare come Trump e il governo iracheno abbiano avuto, con l’uccisione di Soleimani conduttore dei forti disordini provocati dagli iraniani in Iraq, la loro ritorsione-vendetta. E come gli Ayatollah, bombardando le basi americane (senza pero “esagerare”) abbiano potuto placare la sete di rivalsa richiesta dalle folle iraniane infuriate.

Trump alla fine si è dichiarato soddisfatto, così come gli Ayatollah di Teheran. 

Il terrore di una escalation militare tanto temuta e gridata da molti, alla fine quindi non c’è stata. E l’atmosfera ha potuto distendersi. 

Questo fatto però ha confermato ancora una volta quello che temono tutti ed a tutti è chiaro: in questa società, al di là delle tante belle parole retoriche di “pacifismo” o “democrazia”, una guerra può facilmente, per un qualsiasi motivo e in qualsiasi momento, scoppiare.

E il caso dell “omicidio Soleimani” è li a ricordarlo: nessuno nella società del capitalismo può dormire sonni tranquilli (se qualcuno l’avesse scordato).

NELLE FONTI INTERNAZIONALI:

SI PARLA SEMPRE PIU’ SPESSO DI DE-DOLLARIZZAZIONE. PERCHE’?

 

E’ L’EFFETTO DELL’EMERGERE DELLE POTENZE ASIATICHE E DEL DECLINO AMERICANO

 

 (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  n° 35  gennaio 2020)

 

A fronte dell’inevitabile crescita delle enormi economie asiatiche - Cina e India in prima fila - l’imperialismo americano sta perdendo progressivamente peso sulla scena internazionale. Peso conquistato grazie alla vittoria, sia sul fronte asiatico che su quello europeo, nella seconda guerra mondiale.

La crescita asiatica, era stata vista negli anni ’50 dai due grandi marxisti Cervetto e Parodi nel loro ormai famoso saggio “Le tesi del ‘57” (considerati allora dai coetanei per questo loro saggio come mosche bianche, se non mezzi pazzi - essendo allora gli Usa al loro apice come grandi vincitori della guerra, e le economie asiatiche erano invece considerate “zero”). Per i due grandi marxisti la giusta analisi era necessaria per avere una corretta visuale su un futuro realista per impostare la politica rivoluzionaria. Corretta analisi che ha potuto produrre nel ’65 la fondazione dell’organizzazione Lotta Comunista, organizzazione marxista che oggi in Italia conta un’estensione considerevole.   

Perciò è grazie all’analisi marxista che i due grandi rivoluzionari hanno potuto vedere già all’ora quello che oggi è un’eclatante enorme realtà: l’emergere asiatico. E già allora, negli anni ’50, prevedere che l’imperialismo americano in futuro come conseguenza avrebbe perso peso sulla scena mondiale.  

 

Oggi tutto questo è realtà, e uno degli effetti del lento declino americano si traduce nel fatto, come riportano i giornali, che grandi potenze emergenti come Cina e India, ma anche Russia e Europa, comincino ad essere propense a lasciare il dollaro nel commercio internazionale e usare le proprie monete per gli interscambi internazionali. Commercio internazionale che com’è noto, dal 1971 con l’accordo di Bretton Woods, si basa essenzialmente sull’uso della moneta dollaro.

 

 

Tutti gli specialisti internazionali tendono a parlare di lunga durata per una effettiva dismissione del dollaro sulla scena mondiale. Potrebbe essere, ma non è detto, sosteniamo noi. L’acuirsi dello scontro commerciale tra i due colossi Usa e Cina potrebbe spingere l’imperialismo del Dragone a lasciare velocemente il dollaro nel commercio internazionale, sostituendolo con il proprio Juan, tirandosi dietro tutte le economie asiatiche. Ma anche una prossima grande e profonda crisi economica potrebbe accelerare questo processo di de-dollarizzazione.

 

 In sostanza tutto questo ci sta dicendo una cosa: grandi cambiamenti si stanno prospettano per il futuro, cambiamenti che, come citato, si intravedono all’orizzonte.

E’ noto a tutti che il capitalismo è un tipo di società estremamente instabile e imprevedibile. E che il sopraggiungere di grandi avvenimenti, anche catastrofici, possono cambiare improvvisamente completamente lo scenario internazionale. E anche riportare di nuovo tutto nel disastro.    

Per questo c’è il bisogno di un’altra società, diversa, superiore. Di lottare per questo. 


 

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- IL PERENNE SCONTRO TRA BORGHESIE-

L’ATTACCO CONTINUO

DI TRUMP CONTRO L’IRAN:

UNA TATTICA BEN STUDIATA PER ARRIVARE A

SEPARARE LE NAZIONI

EUROPEE  DA CINA-RUSSIA

UNA LOTTA TRA POTENZE IMPERIALISTICHE

CHE COME SEMPRE COINVOLGONO LE POPOLAZIONI 

 (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  novembre 2019)

 

 

Se si osserva, ogni qualvolta Trump attacca con sanzioni, ritorsioni, ricatti, la nazione borghese Iran pretende sempre (come ancora una volta titola il “Tagesschau” del 24 giugno) che anche gli alleati occidentali degli Usa lo seguano nelle ritorsioni.

         E’ stato così da quando nel 2017 Trump ha disdetto l’accordo sul nucleare con l’Iran, siglato precedentemente da Obama. E’ stato da allora che il presidente ha preteso che anche le borghesie europee rompessero i legami economici con il paese del Golfo, costringendole a seguirlo nelle dure sanzioni contro Teheran da lui imposte, obbligando le aziende europee e giapponesi a non intraprendere più affari con il paese persiano (articolo “Der kommunistische Kampf” n° 27, ottobre 2018). Ricattando le aziende europee come Siemens, Daimler Benz, ecc. nel caso non si fossero adeguate e sottoposte al diktat americano, il presidente Usa avrebbe super tassato i grandi e numerosi affari che queste aziende conducono in America.

         Anche quando Trump ha attaccato con il pretesto dello “spionaggio” il colosso cinese delle comunicazioni Huawei ha preteso con forza che gli europei lo seguissero nel rifiutare di accettare di impostare in Europa la nuova rete 5 G della multinazionale cinese (attacco a cui ora Trump sembra aver rinunciato).   

        Stessa situazione la troviamo con le sanzioni contro la Russia volute da Trump, dove anche qui il presidente pretende che le borghesie europee si uniscano e lo seguano nello scontro.

        Se all’inizio, dopo la sua elezione, il comportamento aggressivo di Trump appariva estroverso e confuso nei suoi intenti, ora invece è diventato chiaro che la sua politica risoluta e prepotente fa parte di un piano ben preciso, con vari pretesti, per arrivare a dividere lo schieramento delle nazioni (borghesi) occidentali dagli emergenti imperialismi cinese e russo e loro alleati.        

        Perché Cina, Russia, Iran, e Venezuela (e forse anche l’oscillante India) appartengono ad un gruppo di nazioni capitaliste in netta opposizione e concorrenza a quello occidentale guidato dagli Stati Uniti. Nazioni emergenti di opposizione che si sono prefisse lo scopo di sfidare i capitalisti occidentali (e soprattutto gli americani) sul mercato internazionale. L’intento di Trump quindi è, come reazione a questo “pericolo” di competizione avverso, voler creare una forte divisione, un blocco, un solco netto dei paesi filo americani contro le borghesie emergenti sfidanti. Un blocco occidentale non solo politico-militare (i paesi occidentali aderiscono tutti alla Nato, l’organismo militare guidato dagli Usa) ma anche economico-finanziario.

        Perché molte borghesie occidentali intrattengono contemporaneamente anche molti affari reciproci con le nazioni dello schieramento opposto, diretto appunto da Cina e Russia. Ora il presidente americano tenta di ridurre al minimo questi rapporti tra i due schieramenti.

        E dal suo comportamento si capisce palesemente come l’obbiettivo principale di Trump sia proprio la ricca Germania, l’imperialismo tedesco - come da tempo scriviamo. Trump vuole ridurre al minimo l’interscambio commercial-finanziario che l’imprenditoria tedesca ha con la Russia, cioè con il capitalismo russo (es. il Nord Stream 2) così da arrivare ad allentare gli ottimi rapporti politici che i due paesi intrattengono e che spesso frenano, sono ostacolo e rovinano le aggressive politiche americane contro il concorrente “nemico” russo.

        Se questo è il vero intento dell’aggressiva politica del bellicoso presidente americano come rappresentante degli interessi delle potenti multinazionali USA (e non certo dei lavoratori) nell’eterna lotta tra colossi capitalisti per rubarsi a vicenda fette di mercato internazionale, alla popolazione, alle masse proletarie, ovviamente come sempre il vero motivo dello scontro viene nascosto e vengono inventati dai media e dai politici pretesti “umanitari” per coprire e nascondere gli orrori e le nefandezze che il sistema capitalistico produce. Cinici e falsi pretesti che possano colpire il cuore e la sensibilità delle persone per apparire credibili, benevoli, così da ricevere il consenso popolare e poter condurre senza grosse contestazioni di popolo la spregevole lotta intercapitalista. Ed ecco che Trump nel suo blog twitta che l’attacco USA contro l’Iran è per la “nobile” causa di combattere il terribile “terrorismo internazionale” di cui, secondo il presidente, la borghesia iraniana ne sarebbe il maggior sponsor e sostenitore. Oppure porta la scusa che l’Iran starebbe “segretamente continuando a costruire armi nucleari”, o, altro pretesto ancora, che il piccolo paese del Golfo vorrebbe “destabilizzare” il mondo intero,  e cose del genere.

       E’ sorta anche un’altra buffa interpretazione portata da alcuni media americani (“Washington Post”) secondo cui Trump attaccherebbe l’Iran con sanzioni economiche molto dure e minacce varie, ma poi mai militarmente, per creare “confusione” così da tenere costantemente “sotto pressione” l’ostile borghesia iraniana. Anche questa un’altra ridicola motivazione. Come banale e assolutamente incompetente è la tesi che il suo comportamento sia basato per soli scopi elettorali. 

       Come detto, è chiaro, i governi borghesi non possono divulgare le spregevoli verità capitalistiche alle enormi masse già duramente sfruttate e costantemente sotto pressione per i continui sacrifici a loro imposti. È proprio compito dei media e dei politici al loro servizio inventare qualcosa di “nobile” e “umanitario” per giustificare le orrende e nefande azioni dei banchieri e degli imprenditori che attraverso i governi manovrano gli eserciti nazionali e sconvolgono il mondo,. Oggi per esempio, è di moda motivare ogni scontro, come detto, con “la lotta contro il terrorismo”, ma ieri si sono giustificate le guerre per “salvaguardare la pace”, altre guerre per “portarvi la democrazia” e così via. Menzogne e imbrogli continui.

      E’ compito dei marxisti smascherare i capitalisti e i loro servi e complici politici. Ed è compito dei marxisti guidare le masse proletarie alla società superiore, quando il momento giusto si presenterà.

RAPPORTI TESI TRA BORGHESIA EUROPEA E AMERICANA

E’ TRUMP CHE VUOLE IMPORRE AGLI EUROPEI GLI INTERESSI AMERICANI

 

 (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  ottobre 2019)

 

 

Il governo tedesco è sconvolto, non è mai stato così sotto attacco americano dalla fine della seconda guerra mondiale.

Con l’avvento del presidente Trump tutti i rapporti politici tra le due potenze, americana e tedesca, si sono deteriorati. Trump vuole imporre a tutti i costi ai governi occidentali la sua politica estera, questo vale, soprattutto, per il governo tedesco: “Mi daranno quello che voglio!” tuona serio il presidente americano il 20 agosto alla vigilia del G7 a Biarritz in Francia, “basta tassare le loro automobili”, (intende naturalmente in America) “… ci vendono milioni di Mercedes, milioni di Bmw …” prosegue spavaldo il presidente. 

     Trump come capo del governo americano e quindi come rappresentante e fautore dei grandi interessi delle multinazionali Usa, si dichiara molto soddisfatto del suo operato: “Mi darei un 10” ha esclamato in diverse occasioni, riferendosi a come dirige il suo programma politico di attacco su larga scala mondiale.

     Per capire l’attuale situazione bisogna però ritornare al lontano 1945, quando gli Stati Uniti vincendo la 2° guerra mondiale hanno imposto da allora, sia sul fronte occidentale che su quello asiatico, la propria superiorità su tutto il pianeta. Ora, dopo più di 70 anni da quell’evento, è il gigante imperialista cinese diventato oggi una grande potenza economica a mettere in discussione la supremazia americana. 

     Ma la borghesia Usa è cosciente, per potente che sia, che da sola non può contrastare il nascente e altrettanto possente gigante capitalistico asiatico.  Ha bisogno di alleati, ha bisogno di un forte schieramento di borghesie che lo sostengano, così che tutte  assieme, unite, siano in grado di isolare e frenare il gigante asiatico concorrente. Perché alla fine è questo il fine ultimo del presidente Trump quando grida: “Mi daranno quello che voglio!”. Ossia: gli europei dovranno seguire gli americani, ed assieme frenare il dragone cinese e suoi alleati russi, iraniani, venezuelani, e forse anche indiani.

     E quando (sempre al G7) dichiara: “ma noi abbiamo tutte le carte … basta tassare le loro automobili [in America – ndr]” intende che è questo il potente ricatto che il presidente vuole usare per costringere i governi del continente europeo, in particolare la Germania, a sottostare alla sua politica.

     Ovviamente la Grosse Koalition, ossia il governo della borghesia tedesca che intrattiene grossi affari con russi e cinesi (ma anche con l’Iran) vive male, ma proprio male questa imposizione. Non può che essere altrimenti. E cerca di opporvisi in tutti i modi. Quindi nella forte tensione che ne scaturisce sono i rapporti tra i due governi che si stanno deteriorando come non mai. “Stiamo vivendo una crisi che non ho mai ritenuto possibile” titola la rivista “Der Spiegel” il 16 agosto, riferendosi ai pessimi rapporti tra la cancelliera Merkel e Trump. Sicuramente è così. Ogni borghesia pretende essere indipendente nelle sue scelte di interessi, e questo vale, soprattutto, anche per la potente borghesia teutonica, che è la più imponente in Europa.

     Però il presidente Trump non molla e sicuramente nel futuro non mollerà. Nell’ascesa del gigante cinese vede un pericolo troppo grande, troppo pericoloso per gli interessi dei grandi gruppi imperialisti americani. Perciò, come sempre accade in queste situazioni storiche, va all’attacco senza pensarci due volte. Il futuro perciò vedrà la borghesia tedesca che si dovrà rassegnare (questo lo sa bene) alle continue pressioni americane (mentre dal canto suo la stessa borghesia tedesca impone alle altre borghesie europee la sua politica imperialista). 

     Quello che sta succedendo in realtà è uno scontro interimperialistico che ha sempre contrassegnato la storia delle nazioni capitaliste. Nel mondo della concorrenza capitalistica, è noto, non può esistere la pace.


 

SCONTRO TRA IMPERIALISMI CINA-USA

 

 (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  luglio  2019)

 

La Cina ha raggiunto da alcuni anni lo status economico-politico di imperialismo. Nella sua economia si possono trovare ora multinazionali, monopoli, enormi complessi economici finanziari, esattamente come descritto da Lenin nel suo “Imperialismo, fase suprema del capitalismo”. Multinazionali, grossi complessi industrial-finanziari che nella società comunista assolutamente non esistono. Quindi com’è evidente la Cina non ha niente a che fare col comunismo.

Alcuni stati capitalisti si definiscono spudoratamente “socialisti” o “comunisti”, ma è tutto un inganno. Le borghesie statali che la vi padroneggiano (Cina, Cuba, Nord Corea) usano questo inganno proprio per meglio dominare e sfruttare i lavoratori così da aumentare i propri profitti.

Il capitalismo statale (il capitalismo può anche essere statale) cinese grazie a questo inganno ha potuto accumulare nei decenni scorsi enormi capitali, e adesso come capitalismo imperialista è pronto per entrare in concorrenza contro gli altri imperialismi, in particolare contro quello dominante americano. E le cronache registrano appunto che lo scontro tra i due colossi si sta facendo sempre più aspro.

Dopo il noto aumento dei tassi americani sulle merci cinesi importate in USA e la reazione cinese di alzare a sua volta i dazi in Cina sulle merci americane, è seguito l’attacco USA contro la multinazionale cinese Huawei delle comunicazione, la quale, come riportato sopra, contrattacca esigendo in America miliardi per il compenso del proprio brevetto.

Ma l’intervento economico dell’imperialismo cinese non è concentrato solo in Nord America, ma spazia dall’Europa all’Asia, fino a coinvolgere l’intero continente africano. E la preoccupazione dell’espansione cinese in Africa coinvolge non solo le multinazionali americane, ma soprattutto quelle europee, per le quali l’Africa è sempre stata considerata  “proprio terreno d’affari”.

Ovviamente per le multinazionali di tutti i paesi, europei o cinesi o americani che siano, l’interesse africano non è “umanitario” o di “pace” o “collaborazione” come viene presentato, ma è l’occasione per far montagne di soldi anche sulla pelle dei lavoratori africani.  

E di conseguenza anche in questo continente la concorrenza tra imperialismi si accende. Spudoratamente le varie nazioni che sgomitano per procacciare affari si accusano reciprocamente di “neocolonialismo”. Ma in questa ennesima battaglia sembra proprio sia l’imperialismo cinese quello che alla meglio stia sfruttando l’occasione in quella che viene definita dai concorrenti occidentali “la conquista cinese dell’Africa”.

Interessante è come nell’articolo “La campagna d’Africa” il giornale “Il foglio” del 7 febb. 2019 presenta con invidia le “furbizie” e i “trucchi” dei capitalisti cinesi per la loro espansione. A riguardo di come operano le aziende di Pechino dice: “Il problema però è nella natura degli investimenti cinesi, e nella cosiddetta ‘trappola del debito’: le opere sono finanziate con prestiti cinesi, che se poi non possono essere ripagati costringono il paese [dov’è avvenuto l’investimento – n.d.r.] a cedere quelle stesse infrastrutture. Il caso scuola è quello dello Sri Lanka, e del porto di Hambantota: il governo di Colombo non è riuscito a ripagare il debito contratto con Pechino, e nel dicembre del 2017 ha dovuto cedere il controllo del porto”.  Questo “trucco” viene perciò preso a pretesto dalle borghesie concorrenti per accusare l’imperialismo cinese di operare uno “sfruttamento delle risorse naturali altrui”, tacendo che loro come imperialisti occidentali lo hanno sempre fatto e lo stanno facendo tutt’ora.

Ma veniamo alle impressionanti cifre dell’attivismo capitalista di Pechino nel continente africano. Seguiamo sempre quanto relaziona l’articolo “La campagna d’Africa” del giornale “Il foglio”: “Secondo l’agenzia di stampa cinese Xinhua, il 2018 è stato il nono anno consecutivo nel quale la Cina si è posizionata al primo posto come partner commerciale del continente africano, e sfiora i cento miliardi di dollari di volume complessivo”, prosegue: “L’ultimo Forum sulla cooperazione Cina-Africa che si è svolto a Pechino lo scorso settembre è stato una specie di rito di consacrazione della strategia del presidente Xi Jinping nel continente africano. Quasi tutti i capi di stato africani sono volati nella capitale cinese”. Praticamente nell’ultimo decennio l’imperialismo cinese è riuscito a stringere forti legami affaristici con quasi tutti i paesi africani (escluso stando all’artico, il Burkina Faso e il Regno di eSwatini) i quali hanno instaurato un stretto rapporto con Pechino. Impressionante.

Ma ciò che preoccupa i capitalisti occidentali non è solo il fatto economico dell’espansione cinese, ma anche il suo risvolto politico. Sulla spinosa questione di Taiwan per esempio, dove l’isola si considera indipendente dalla Cina mentre Pechino invece la considera come proprio territorio, l’articolo riporta: Dopo la decisione del Burkina Faso, tra i paesi africani a riconoscere Taiwan è rimasto soltanto il minuscolo regno dell’Africa del sud, lo Swaziland, ufficialmente Regno di eSwatini”. In pratica, tutti i paesi africani, escluso appunto il Burkina Faso e il Regno di eSwatini, sostengono Pechino contro Taiwan nella disputa di considerare l’isola territorio cinese. L’espansione della Cina perciò non è solo un affare economico, ma com’è logico che sia, è anche politico.

L’articolo (molto informato) specifica sinteticamente anche gli affari di Pechino in Africa. In breve: Marocco: “i cinesi puntano soprattutto al porto Tangeri Med, ma finora la Cina si è aggiudicata i lavori del porto di Kenitra e la linea di Alta velocità tra Marrakech e Agadir”. Algeria: “gli investimenti esteri diretti della Cina (Ide), le infrastrutture costruite da compagnie cinesi sul suolo algerino, l’arrivo di migranti cinesi nel paese”. A novembre 2018 la Cina ha donato 28,8 milioni di dollari all’Algeria come parte del contributo economico e tecnico”. Egitto: “Sarebbero 10 miliardi di dollari gli investimenti diretti esteri nell’anno fiscale 2018-19, nell’anno precedente erano stati “solo” 7,9 miliardi. Sin dal 2017 la Cina è il maggior investitore del canale di Suez, e da anni ormai miliardi di investimenti finiscono nel China-Egypt Suez Economic and Trade Cooperation Zone, zona speciale considerata un “modello” di cooperazione tra i due paesi”. E poi Libia, Sudan, Kenia, e così via.

La concorrenza tra imperialismi sul mercato internazionale è destinata quindi, è evidente, ad acuirsi. Non può esistere nel sistema capitalistico armonia, la collaborazione, l’equilibrio, come molti auspicherebbero o vorrebbero. La storia insegna: il capitalismo è caotico, ogni capitalista pensa a se stesso e al proprio interesse di come far soldi senza guardare in faccia nessuno.  

- GUERRA DEI DAZI USA CONTRO LA CINA -

 

TRUMP VUOLE INDEBOLIRE L’IMPERIALISMO CINESE

IN ASCESA

 (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  giugno  2019)

 

L’imperialismo cinese è destinato a diventare la 1° potenza mondiale. Non manca molto ancora, solo una manciata di anni. E naturalmente, com’è di norma nel sistema capitalista comincia già a far sentire la sua presenza imperialista sui mercati internazionali. Con la ormai famosa “Nuova via della seta” le imprese cinesi a capitalismo di stato con un salto di qualità tecnologico notevole, si apprestano ora ad esportare non più semplici manufatti (vestiario, scarpe, suppellettili, tv, frigoriferi, ecc.) come nei decenni precedenti, ma impianti industriali, alta tecnologia, aeroporti, dighe, treni ad alta velocità, armi sofisticate, nelle nazioni di mezzo mondo, ossia nei paesi asiatici, paesi africani, e anche in alcuni paesi europei.

La Cina insomma comincia a mettere angoscia ai concorrenti occidentali. Nel prossimo futuro, è chiaro, la concorrenza cinese di capitali e finanza nei mercati internazionali aumenterà e di conseguenza metterà ancor più sotto pressione e in difficoltà le imprese occidentali.

Di questo meccanismo Marx direbbe: “Questo è il capitalismo, questa è la natura del capitalismo stesso”.Certo, è chiaro.

L’Amministrazione americana Trump si è data quindi il compito di contrastare l’emergere del gigante asiatico. Il suo fine è isolare internazionalmente l’imperialismo del dragone “prima che sia troppo tardi” (prima che diventi troppo potente). Quindi Trump ha intrapreso la famosa “guerra dei dazi”.

Spieghiamo brevemente. Una grossa parte dei manufatti di primo consumo e quindi di basso prezzo (vestiario, tv, scarpe, mobili, ecc) prodotti in Cina, oltre che essere venduti nel mercato interno nazionale, vengono esportati e venduti per parecchie centinaia di miliardi di dollari nei mercati occidentali avanzati, soprattutto in America. Con i guadagni ottenuti dalla vendita di queste semplici merci, l’imperialismo cinese (sfruttando fino all’osso gli operai) ricava i capitali finanziari necessari da poter investire nell’alta tecnologia e far così un salto di qualità nella produzione (in impianti industriali, centrali elettriche, ferrovie, ecc. ma anche alta tecnologia militare). Arrivata a questo alto livello tecnologico produttivo la borghesia cinese può cominciare a vendere impianti industriali, centrali, aeroporti, ecc. ai paesi esteri arretrati comprendenti la “Nuova via della seta” in Asia, Africa, ecc. a questo livello l’imperialismo cinese può espandersi nel mondo costituendosi un proprio impero finanzial-industriale, commerciale e infine anche militare, esattamente come hanno fatto in precedenza gli altri imperialismi occidentali (inglese, tedesco, francese, giapponese, Usa, Europa).

Trump alzando i dazi sui manufatti cinesi venduti in America cerca di abbassare i guadagni che le imprese cinesi ottengono dal grande mercato Usa. Questo avrebbe l’effetto, nel piano Trump, di diminuire le finanze del capitalismo di Pechino con la conseguenza di un rallentamento dell’economia. Sarebbe questo il disegno strategico del presidente americano.

 

Ma ovviamente in governo dell’imperialismo cinese non è che resti a guardare, rimanga immobile e subisca passivamente l’iniziativa aggressiva del potente concorrente del nord America. Anche all’imperialismo cinese non mancano le “armi” commerciali per rispondere all’attacco Usa. Probabilmente i vertici di Pechino avevano già calcolato l’eventuale reazione delle borghesie occidentali al tempo che avevano impostato e poi attuato la “Nuova via della seta”.

Quattro ( 4 ) possono essere le misure con cui Pechino può reagire per contrastare Washington: 1°- l’innalzamento a loro volta dei dazi sui prodotti americani venduti in Cina, che è già stato fatto. 2°- svalutazione della propria moneta cinese (lo Yuan), anche questo già usato nel giugno dell’anno scorso e nell’aprile-maggio di quest’anno. Ma questa misura non può però essere ripetuta troppe volte, perché una svalutazione monetaria troppo forte farebbe scappare sui mercati internazionali i compratori di riserve monetarie in Yuan. 3°- detassazione alle imprese in Cina le cui merci in America vengono colpite dal rialzo dei tassi, per compensarne le perdite. Di questo non abbiamo notizia, ma siamo certi che viene usato. 4°- vendita dei Titoli di Stato americani (titoli del Debito Pubblico americano) di cui il governo imperialista cinese ne è il più grande possessore al mondo. 

La vendita dei Titoli del Debito americano è “l’arma” più efficacepiù letale in mano ai cinesi contro Washington, può far crollare l’economia Usa. Pechino ne è consapevole e come “segnale” di reazione ai dazi Usa ha già disertato le ultime aste di vendita dei Titoli di Stato americani (come riportano i giornali italiani) e ha già cominciato anche a vendere qualcosa di quelli che ne è in possesso. Poca cosa, per ora, ma sempre un “segnale” per gli americani di cosa a loro potrebbe accadere se i cinesi volessero reagire fino in fondo. Se questo accadesse, e cioè che Pechino cominciasse a vendere in massa i Titoli del Debito pubblico americano in sua possesso, significherebbe, come detto, veramente un mare di guai per l’economia statunitense.     

Si può concludere affermando che l’attuale “guerra commerciale” USA-Cina del tutto aperta è assolutamente imprevedibile, e potrebbe anche riservare sorprese, evolversi in inaspettati tragici eventi. Non sarebbe la prima volta nel corso storico capitalistico


 

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 -COSA ACCADE DIETRO LE QUINTE NELLO SCONTRO TRA BORGHESIE-

HUAWEI, NORD STREAM 2, NATO, SPESA MILITARE 

LA BORGHESIA TEDESCA SOTTO RICATTO TRUMP

PRESSING CONTINUO AMERICANO SULLA GERMANIA PERCHE’ SI STACCHI DA RUSSIA E CINA. 

OVVIAMENTE TUTTO QUESTO NON HA NIENTE A CHE FARE CON I LAVORATORI

 
“Poi incassiamo soldi dalla Mercedes e BMW”

  (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  aprile  2019)

Nell’estate dell’anno scorso abbiamo assistito allo scontro di Trump contro la Germania dove il presidente furioso minacciava di alzare i dazi doganali in America sulle importazioni dell’acciaio e delle auto tedesche. Il fine delle intimidazioni Usa era costringere e ottenere dal governo dell’imperialismo di Berlino tutta una serie di richieste. In primis che la Germania pagasse per intero le quote tedesche per le spese militari NATO (con relativi arretrati) cosa che Berlino da molto tempo paga solo in parte. Poi che la Große Koalition aumentasse la quota delle sua spesa militare nazionale dall’attuale 1,2% al 2% del Pil. Il presidente americano pretendeva poi con forza che la Germania e la UE lo seguissero nelle sue ritorsioni contro l’Iran con le note forti sanzioni. Un Iran dove anche l’imperialismo tedesco ha diversi interessi e che se avesse seguito gli Usa nelle sanzioni questi interessi sarebbero stati inevitabilmente compromessi.         

La prima reazione del governo della borghesia tedesca e della UE intera è stata di tentare di opporsi al forte diktat del presidente Usa, sia sugli aumenti della spesa militare che sulle sanzioni contro l’Iran (ovviamente per salvaguardare gli affari che i paesi UE hanno nel paese arabo). Ma in seguito, constatando che se Trump avesse veramente attuato l’aumento dei dazi sulle merci europee in America (e chissà quant’altro ancora) questo avrebbe provocato enormi danni alle imprese e agli affaristi europei, la Große Koalition e la UE insieme, hanno ceduto al pressing americano e eseguito ciò che Trump pretendeva.  

E’ stato così che sotto il ricatto dell’innalzamento dei dazi in Usa, per il governo borghese della Grosse Koalition è iniziato un cedimento dopo l’altro alle pressioni di Trump. 

E’ ovvio che tutto questo non ha assolutamente niente a che fare con gli interessi dei lavoratori, riguarda solo la lotta tra imperialismi per la spartizione delle varie quote dei grossi affari capitalisti tra le multinazionali e banche mondiali. I lavoratori ovviamente in queste faccende non hanno alcun ruolo, e com’è evidente, a loro tutto viene imposto.     

Quindi la Große Koalition sulla questione quote Nato, come sull’aumento considerevole della propria spesa militare, ha dovuto cedere e sottostare all’imposizione americana. La stampa riporta come solo per il 2019 il governo tedesco abbia programmato (sotto pressione Trump) per la prima volta dal dopoguerra un incremento di spesa militare del 12% - un record per l’imperialismo tedesco - incremento che poi ovviamente proseguirà, anno dopo anno.       

Anche sulla questione Iran la Große Koalition ha dovuto abbassare la testa ed accettare la volontà Usa. Come risaputo, con molto clamore l’anno scorso Trump ha unilateralmente disdetto “l’accordo sul nucleare” con l’Iran siglato in precedenza nel 2015 da Obama. Ma Trump non si è limitato solo a questo, ha preteso poi, usando sempre lo strumento del ricatto dei dazi, che anche gli alleati europei lo seguissero nel disdire a loro volta l’accordo con il paese arabo e ne interrompessero i rapporti commerciali. Dopo una prima debole resistenza UE, le multinazionali europee sono state costrette a sospendere ogni affare commerciale con il paese arabo, perché in caso contrario non avrebbero più avuto il permesso da Trump di proseguire i loro lucrosi affari che già hanno in America con perdite notevoli di interessi. L’effetto è stato che grandi ditte tedesche come Siemens, Daimler, ecc, (e molte altre ditte europee) hanno dovuto lasciare l’Iran.   

E’ ovvio a questo punto che Trump con lo strumento del ricatto riesce a costringere tutti i governi europei a sottostare a tutte le sue imposizioni. E adesso Trump ha esteso lo scontro contro “i nemici” russi e cinesi anche su  altri settori dell’economia.     

Come LA QUESTIONE HUAWEI –  Nel suo intento di contrastare e isolare l’imperialismo cinese, dopo i noti dazi contro Pechino, il presidente americano ha intrapreso anche una battaglia nel settore telefonico contro il colosso cinese Huawei. Il pretesto della battaglia (com’è norma nel capitalismo giustificare un attacco) è l’accusa alla multinazionale cinese di svolgere attività di spionaggio (attraverso il cellulare Huawei di rubare alta tecnologia agli Usa). Stando agli specialisti il vero scopo invece di questa mossa sarebbe il tentativo da parte Usa di arrivare ad escludere il colosso cinese Huawei in America e Europa dalla futura nuova rete telefonica 5G (5° Generazione) che sostituirà sul pianeta l’attuale 4G (4° Generazione), un affare mastodontico per le imprese del settore. Trump pretende che anche l’Europa lo segua e accetti la sua decisione. Al momento la Merkel sembra non acconsentire all’ingiunzione Usa, ma la sua posizione rimane molto altalenante (per es. nei primi mesi dell’anno la Merkel si è espressa - per via dello spionaggio - scettica nel permettere a Huawei di accedere alla rete 5G in Germania, e di pensarne, in linea con Trump, ad una sua esclusione. Ma adesso, fine marzo e aprile, sembra averci ripensato e di ritenere utile per gli interessi europei la rete 5G cinese).     

DISPUTA NORD STREAM 2 – Anche sulla realizzazione del nuovo gasdotto russo Nord Stream 2 lo scontro Germania-Trump è notevole. Il Nord Stream 2 è il nuovo lungo impianto che deve portare il gas dalla Russia alla Germania. Si aggiunge allo Stream 1 russo già esistente e operante. Il Nord Stream 2 Trump non lo vuole, assolutamente no. Nel suo obiettivo di isolare anche il concorrente Russia pretende che la Grosse Koalition lo abbandoni (attualmente è in fase di costruzione) e che Berlino si rifornisca di gas dall’America, anche se il gas americano costa molto di più di quello russo.   

In questo caso il motivo della dura opposizione Trump al Nord Stream 2 russo è che la Germania approvvigionandosi ancor più di gas dalla Russia (come detto, già lo fa con lo Stream 1) ne diventerebbe “sempre più dipendente e quindi ancor più ricattabile da parte di Mosca”. Il governo di Berlino sostiene invece di non vedere questo “pericolo”, ribadendo la “sua indipendenza nelle scelte in un progetto che è squisitamente economico”. Attualmente la Merkel sembra aver convinto tutti gli europei della validità di accettare il nuovo gasdotto russo e di sostenerla. Ma si attende la replica di Trump che probabilmente userà ancora una volta il ricatto dell’aumento dei dazi per costringere gli alleati alle sue scelte politiche.   

Ai nostri occhi di persone comuni, di proletari, tutte queste dispute sembrano assurdità, illogicità. Sono invece normalità nel mondo capitalista. Per determinare gli equilibri e i fronti di lotta (e di guadagno) internazionali tra i colossi borghesi.  

-CONTRASTI TRA BORGHESIA EUROPEA E AMERICANA-

ACCORDO MERKEL - MACRON

SU ESERCITO EUROPEO: DOVRANNO POI FARE

I CONTI CON TRUMP

LA BORGHESIA EUROPEA TENTA DI ARMARSI AUTONOMAMENTE. NEL VERTICE DI AQUISGRANA SIGLATA INTESA TRA FRANCIA E GERMANIA SU PUNTI COME: ESERCITO EUROPEO, MAGGIORE INTEGRAZIONE ECONOMICA EU, RICHIESTA SEGGIO ONU PER GERMANIA, INDIPENDENZA ESPORTAZIONI ARMI. 

  

(traduzione da "Der kommunistische Kampf"  aprile  2019)

In novembre dello scorso anno, all’affermazione di Merkel davanti al parlamento di Strasburgo di voler “costituire un esercito europeo” autonomo, Trump infuriato rispondeva dall’America che era meglio che gli europei “pagassero per intero le loro quote NATO” invece che pensare a queste cose. Trump contro l’esercito europeo” mette in chiaro (così come tanti altri giornali) la rivista Merkur.de il 12 febbraio. Non è solo Trump che è contro l’esercito europeo, affermiamo noi, ma anche tutti i presidenti americani suoi predecessori lo sono sempre stati. Per il fatto che nelle sporche guerre tra capitalisti che di continuo sconquassano questa società l’imperialismo tedesco ha perso la 2° guerra mondiale e da allora gli americani vincitori hanno imposto ai perdenti la loro NATO, ossia un esercito sovranazionale da loro diretto, al quale anche le borghesie sconfitte come Germania e Giappone devono sottostare ed eventualmente, con beneplacito Usa, servirsene.    

Angela Merkel esige l’esercito europeo – ma ottiene risposta negativa da Trump
Angela Merkel esige l’esercito europeo – ma ottiene risposta negativa da Trump

Allora perché questo vertice di Aquisgrana tra Germania e Francia, dichiarato “storico”, con rivendicazioni da parte dei due presidenti Merkel e Macron di un “Esercito europeo” svincolato dalla NATO, unito ad altre dichiarazioni di “più autonomia europea”, ecc?

In realtà le altisonanti affermazioni di autonomia militare hanno preso velocità in Europa negli ultimi tempi da quando Trump, dopo la sua elezione, ha cominciato ad imporre alle borghesie europee sue alleate, i suoi diktat per coinvolgerle contro Iran, Russia e Cina. E’ da allora che i governi tedesco e francese, entrati in fibrillazione, hanno cominciato con forza a rivendicare la propria autonomia militare. Perché da questi diktat americani le multinazionali europee ne saranno fortemente danneggiate e perderanno molti affari (e quindi molti soldi) e perciò si oppongono.   

Quindi nello scontro tra borghesie la reazione, la risposta europea è stata proprio l’organizzare in gennaio questo vertice tra Merkel e Macron per controbattere a Trump. Per cercare di dare uno strappo alla situazione di sottomissione militare agli Usa e impostare un processo autonomo e comune tra i due imperialismi europei. Con l’obiettivo poi, come sempre, di farsi seguire anche dalle altre borghesie europee.          

In verità è la prima volta nella storia del continente che viene espressa così chiaramente la volontà di un “esercito europeo unito”, tema principale del Vertice. Volendo esplicitare concretamente cosa significhi questa “autonomia militare europea”, detto in parole semplici sarebbe: gli imperialisti europei vogliono essere automi nelle loro decisioni di far guerre, di compiere disastri e massacri per i propri interessi in giro per il mondo, non volendo, com’è tutt’ora, essere condizionati e diretti dagli americani.  

Il vertice naturalmente, oltre al tema militare, ha trattato anche altre questioni importanti per le borghesie europee, come “una maggiore integrazione, sia economica, che a livello di scambio di funzionari a livello intergovernativo”, “rendere la legislazione delle imprese più unitaria”, “più collaborazione”, “più appoggio reciproco”, ecc. [da notare: nessun accenno al miglioramento europeo dei salari, delle pensioni, a meno precarietà giovanile europea, meno tasse sugli stipendi, e così via]. 

Vi è stata l’intesa anche sull’argomento di una “maggiore indipendenza europea nell’esportazione di armi”, come a sottolineare che anche in questo campo non si vuol più essere condizionati dagli americani, ma “indipendenti”. Sconcertante per noi proletari questa affermazione di “libertà di esportazione di armi”, che suona così ipocrita in bocca a governi che si dichiarano baluardi della “pace”, della “democrazia”, “della civiltà” ecc. [ in realtà i dati dicono che gli imperialismi tedesco e francese, assetati di guadagni, sono già in vetta nella classifica mondiale di vendita di armamenti (cosa tenuta alquanto in ombra)].

Altro elemento di scontro europeo con gli Usa è stata la richiesta congiunta tedesca-francese di un seggio permanente tedesco all’ONU. Organismo il cui assetto politico rispecchia ancora lo schema uscito dalla 2° guerra mondiale.

Alcuni commentatori (borghesi) ritengono di vedere in questo accordo di Aquisgrana un risultato piuttosto “blando”, “debole” per l’Europa. In quanto Francia e Germania “potevano fare di più”, soprattutto a livello di integrazione politica europea. Intendendo come Macron e Merkel avrebbero potuto decidere per un maggior slancio europeo soprattutto in politica estera, oggi ritenuta piuttosto retorica. E di porre all’ONU anche la richiesta di un seggio Unico Europeo anziché solo per la Germania.

Come reagirà il collerico presidente dell’imperialismo americano Trump a fronte di queste decisioni europee? … E’ attesa la sua risposta.

Queste sono tematiche che riguardano ovviamente gli interessi dei capitalisti, è chiaro.  

Noi invece come lavoratori e studenti, come proletari, come classe contrapposta a quella degli sfruttatori e dei guerrafondai, in Europa dobbiamo lottare uniti e determinati sui nostri interessi di classe: contro il lavoro precario e per più salario, meno sfruttamento, e per l’indipendenza politica della nostra classe stessa.


 

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-CONFRONTO-SCONTRO TRA BORGHESIE-

“GLI STATI UNITI PERDONO

IL DOMINIO MILITARE”

 E’ LA CONCLUSIONE DI UN DOCUMENTO STILLATO DA UNA COMISSIONE SOVRAPARTITICA DEL CONGRESSO USA

  

 (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  gennaio 2019)

 

Nell’articolo “Gli USA perdono il dominio militare” del 14 novembre sorprendentemente ”Der Spiegel” riporta che, nonostante gli Stati Uniti abbiano nell’anno corrente la spesa militare più costosa del mondo con 716 miliardi di dollari, ossia 4 volte quella della borghesia cinese e ben 10 volte quella dell’imperialismo russo, in un documento della Commissione Usa - reso pubblico dal “Washington Post”-  si sostiene che gli Stati Uniti “stiano perdendo il dominio militare nel mondo”. Il motivo di tale strana ed eclatante notizia viene però subito chiarito: è nella tecnologia militare che gli Usa stanno perdendo posizioni rispetto ai concorrenti, riferendosi a Russia e Cina.   

Katlheen H. Hicks, membro di questa Commissione Usa, afferma - continua il Washington Post - che all’interno del Congresso americano i democratici non sembrano però preoccuparsi di questa situazione. Anzi nel loro programma sarebbe addirittura previsto di “diminuire” la spesa militare americana. Perché dal loro punto di vista “gli Usa stanno ottenendo nel mondo tutto quello che vogliono, anche nell’ambito militare” (Der Spiegel – ibidem). 

Secondo la rivista di Amburgo questa Commissione del Congresso Usa, deputata ad indagare sull’attuale situazione militare americana, è stata in realtà voluta dallo stesso Trump e il risultato che ne è emerso deve servire al presidente dell’imperialismo americano per sostenere e giustificare (in contrasto con i democratici) il forte riarmo di spesa militare americana da lui stesso intrapreso.

Però è da sottolineare, che molti gruppi finanziari e multinazionali americane vedono nel riemergere dell’ imperialismo russo, e soprattutto nell’aumento della potenza cinese, un pericolo, non un vantaggio per se stessi. E che quindi vogliono reagire e prendere le relative contromisure. E lo dicono a chiare lettere, ufficialmente, negli Usa. Perché nell’espandersi notevole della borghese Cina vedono un futuro di forte pericolo per i loro lucrosi affari nel mondo. Per l’evidente legge capitalistica che anche la Cina, come tutte le imprenditorie del pianeta, è in forte concorrenza con gli Stati Uniti per ottenere profitto. E i potenti mezzi di informazione Usa diretti e condotti dai grandi gruppi finanzal-imprenditoriali, affermando che la “supremazia americana” è in pericolo, spingono senza sosta per influenzare i politici e la popolazione americana perchè si contrasti, si ostacoli i concorrenti russi e cinesi, E’ così che Trump ha pensato - e deciso - di proporsi alle elezioni e di presentare la sua ormai super famosa “Make America great again” (riportiamo l’America ancora grande).

Adesso, com’è chiaro, la sua politica aggressiva è in pieno svolgimento.

 

BORGHESIA RUSSA: NEL MONDO DIVENTATA MASSIMA VENDITRICE DI ALTA TECNOLOGIA MILITARE.

Sul grande ed esteso territorio russo, la grande industria russa in realtà non è molto ampia. L’imperialismo russo non è una grande potenza industriale come può essere la Germania, gli USA, il Giappone o la Cina. E non è neanche una potenza finanziaria com’è Wall Street o Londra. Molti dei suoi guadagni l’imprenditoria statale e privata russa li ottiene con la vendita dell’estrazione del petrolio grezzo e del gas combustibile (di cui è molto ricca anche se costantemente in balia dell’altalenante prezzo) e la vendita di prodotti agricoli cereali.

Nel settore industriale è però nell’alta (o meglio, altissima) tecnologia militare che l’imperialismo di Mosca si è particolarmente specializzato, raggiungendo i livelli massimi. In questo settore oggi la Russia non teme rivali, e si pone veramente come il più forte concorrente nei confronti dell’antagonista americano. 

Infatti al momento, le sue armi ad altissima tecnologia sono tra le più richieste. Cina, India, Indonesia, Pakistan, Siria, Iran, ecc. fanno a gara per acquistare i sistemi missilistici russi S400 e i recenti aerei da combattimento Sukhoi, per non parlare dei carri armati. Ma non solo i paesi “amici” sono ‘clienti’ delle armi russe,  addirittura anche un paese membro NATO, la Turchia, ne è acquirente, sfidando le ire di Trump che minaccia ritorsioni (e che spesso anche attua) con sanzioni ed embarghi vari per chi compra dai russi. Eppure anche sotto minaccia questi paesi acquistano comunque le costosissime armi russe di ultima generazione, sperimentate e collaudate - tra l’altro - nella guerra in Siria.

Si può dire che la Russia ormai da diverso tempo detiene stabilmente il 2° posto in questo settore di morte. Il primo posto spetta, com’è chiaro, all’imperialismo americano. Washington  vende armi praticamente a mezzo mondo, se si pensa che fornisce tutti i paesi NATO e tutti i paesi “amici” che vengono abbondantemente militarizzati in funzione anti russa-cinese-iraniana-venezuelana.

Per esempio l’Arabia Saudita riceverà dagli Stati Uniti una mega fornitura di armi di 110 miliardi di $ per svolgere il ruolo di sentinella degli interessi americani nel Golfo Persico.

Certamente l’obbiettivo per cui nell’arena mondiale le borghesie si confrontano e si combattono non è per raggiungere il benessere dell’umanità, ma a conferma di Marx, per ottenere il massimo profitto capitalista. 

-SCONTRO TRA BORGHESIE-

IL CALO DEL PREZZO DEL PETROLIO VOLUTO DA TRUMP PER COMBATTERE RUSSIA, IRAN E VENEZUELA

(traduzione da "Der kommunistische Kampf"  gennaio 2019

   (USA: Trump ringrazia L’Arabia Saudita per la diminuzione del prezzo del petrolio)

 

 

Molte sono le forme con cui le varie borghesie si combattono tra di loro: non solo militare, ma anche economiche e finanziarie.

Per l’imperialismo russo e la borghesia iraniana, dichiarate assieme alla Cina “primo pericolo” dall’Amministrazione Trump, il prezzo del petrolio è un fattore fondamentale per le loro economie, visto che le loro entrate finanziarie dipendono quasi esclusivamente dalla vendita sul mercato internazionale del prezioso liquido. Il rialzo o l’abbassamento del prezzo perciò determina una grande differenza per le loro finanze.

Va da se che, se il prezzo internazionale della sostanza energetica è in mano, in sostanza, ad una solo nazione, come lo detiene nella pratica l’Arabia Saudita con la sua enorme quantità di estrazione annuale di greggio, è chiaro che le borghesie russa, iraniana e venezuelana, sono in balia delle decisioni di questa nazione.

La borghesia petrolifera saudita è da molti decenni stretta e fedele alleata degli Stati Uniti, i quali la sostengono militarmente e economicamente nel suo intento di svolgere un ruolo di potenza geopolitica-militare nella zona del Golfo Persico, contro l’altra potenza regionale che è l’Iran (sostenuta dai russi) e l’Iraq. Senza l’aiuto militare e politico degli Stati Uniti l’Arabia Saudita sarebbe un nulla, e facile preda dei concorrenti.

Quindi per mantenere e sostenere l’alleanza con l’imperialismo americano i dittatori sauditi sono disposti a fare tutto quello che Washington chiede.

In questo interscambio di interessi, nel 1971 gli americani grazie all’aiuto dell’Arabia Saudita hanno potuto siglare il famoso accordo di Bretton Woods, dove da allora il dollaro è stato imposto su tutto il pianeta come unica moneta internazionale alle nazioni per le transazioni e pagamenti del petrolio e delle materie prime, portando enormi vantaggi finanziari all’imperialismo americano.

Nel 2016 su richiesta di Washington è ancora grazie all’Arabia Saudita che il prezzo del greggio crolla a 35 $, dando a Obama la possibilità di piegare l’Iran e il suo patrocinate Russia sull’accordo sul nucleare alle condizioni di Washington.

Adesso è Trump che usa il ribasso del greggio per piegare Russia, Iran e il Venezuela di Maduro.

Il 15 novembre di quest’anno il presidente russo Putin dichiarava a Singapore che, l’allora prezzo del petrolio a 70 dollari era giusto per la Russia e aggiungeva: “Il prezzo attuale è conveniente per noi: vi ricordo che le nostre spese sono calcolate sulla base di un prezzo pari a 40 dollari il barile, e questo ci dà la possibilità di operare con tranquillità e di raggiungere ottimi risultati”(Agenzia Nova – 15 nov. 2018). In realtà nel 2016 il crollo del prezzo del greggio a 35 dollari al barile ha portato grossi problemi e danni economici alla Russia. Poichè la forte diminuzione di entrate finanziarie russe conseguenti al forte ribasso aveva scatenato tensioni interne per il calo dei salari e delle pensioni. Inoltre Putin si è trovato con molto meno denaro per finanziare e pagare l’enorme apparato statale russo e per condurre le sue operazioni militari in giro per il mondo.

Trump questo lo sa, e quindi spinge con forza sull’Arabia Saudita perché assieme  all’OPEC si determini ancora il calo del prezzo internazionale del petrolio attraverso l’aumento massimo dell’estrazione del greggio.

 

(Trump ringrazia l’Arabia Saudita per la diminuzione del prezzo del petrolio)

 

In pubblico Trump spiega alla popolazione americana che esige il calo del petrolio per poter così diminuire le tasse in America, è la solita giustificazione per le masse, che nasconde la verità della vera furibonda lotta tra borghesie internazionali.

All’ultima riunione OPEC di dicembre è noto che Putin assieme all’Iran ha provato, hanno fatto di tutto per convincere i sauditi affinchè non venga aumentata l’estrazione del greggio (che determina poi, come detto, il calo del prezzo internazionale) ma l’Arabia Saudita è stata irremovibile e ha promesso solo una diminuzione di facciata.

Lo scontro tra borghesie-imperialismi sul pianeta per perseguire i propri interessi, com’è chiaro, è implacabile e di fatto inarrestabile. Nel capitalismo non esiste la pace tra i contendenti affaristi alla ricerca del massimo profitto.


 

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PERCHE’ GLI USA SI RITIRANO DALLA SIRIA

SIRIA: TRUMP SACRIFICA

I CURDI PER TENERSI

STRETTO ERDOGAN

SONO GLI INTERESSI CHE MUOVONO I BORGHESI,

NON GLI IDEALI DI SOLIDARIETA’

     (titolo: LA CASA BIANCA ANNUNCIA IL RITIRO DELLE TRUPPE)
(titolo: LA CASA BIANCA ANNUNCIA IL RITIRO DELLE TRUPPE)

-INSANABILI INCOERENZE DEL CAPITALISMO-

RIPUGNANTE OMICIDIO

KHASOGGI:

TRUMP SI RIFIUTA DI PERSEGUIRE

I RESPONSABILI SAUDITI


  (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  gennaio 2019)

 

IL PRESIDENTE TURCO. Perché il presidente della Turchia Erdogan è così nettamente contrario alla formazione di uno Stato Curdo sul territorio vicino siriano? Teme che questo darebbe il pretesto a loro volta ai curdi turchi  di pretendere e combattere per avere uno Stato Curdo anche in Turchia da poter  annettere a quello siriano (e iracheno) per formare un unico grande Stato Curdo indipendente nel Medio Oriente. Questo è quello che i curdi da decenni rivendicano e che da sempre aspirano.  

GLI AMERICANI. Gli americani sono amici della Turchia, la quale appartiene alla NATO, l’alleanza militare guidata appunto da Washington. Ma gli americani sono anche amici dei curdi siriani (quelli non voluti dai turchi) i quali sono stati utilizzati dagli Usa in Siria, certamente per combattere il Califfato, ma anche e soprattutto per destabilizzare il presidente siriano Assad filorusso, promettendo loro alla fine della guerra appunto la formazione di un proprio stato indipendente curdo sul territorio siriano.

DILEMMA. Ora, visto che il presidente turco Erdogan amico degli americani non vuole assolutamente lo Stato Curdo in Siria, a guerra praticamente finita gli Usa si trovano di fronte alla scelta di dover o rinunciare alla promessa fatta ai curdi e tenersi stretto l’alleato Turchia nella NATO e abbandonare i combattenti curdi al loro destino e alla sconfitta politica (e militare), oppure sostenerli fino in fondo nel progetto della costituzione del proprio stato e correre il forte rischio che i turchi come reazione (e come vuole Putin) si stacchino dalla NATO e passino nel fronte avversario di Russia, Cina, Iran e Siria.

(titolo: Commento al ritiro Usa dalla Siria: REGALO PER ERDOGAN)
(titolo: Commento al ritiro Usa dalla Siria: REGALO PER ERDOGAN)

SCELTA TURCA. Sacrificare i curdi siriani e sostenere la Turchia, visto l’importanza strategica che la nazione svolge nella scacchiera del Medio Oriente è per gli Stati Uniti e gli occidentali l’opzione capitalistica più logica dal punto di vista  strategico dell’Amministrazione Trump. Visto che a questo punto, negli interessi capitalistici generali delle borghesie occidentali i curdi non hanno più alcun peso.

PROPAGANDA. Come conseguenza di questa scelta svanirà così anche tutto quel consenso dei media che ha sempre sostenuto i curdi nella loro guerra e lotta per l’indipendenza, presentandoli come eroi, martiri e quant’altro per arrivare ad ottenere il loro stato autonomo capitalistico.

Questi repentini cambi di posizioni dei mezzi di informazione che rispecchiano gli interessi delle varie borghesie, appartengono delle disgustose, ciniche regole capitalistiche nella lotta tra borghesie per la spartizione del mercato globale. Uno scontro dove le etnie e le religioni vengono utilizzate e strumentalizzate per propri scopi.

L’ATTUALE SITUAZIONE. Al momento in cui scriviamo (inizio gennaio) il contesto siriano viene descritto dalla stampa come, dopo il ritiro dell’esercito americano, l’esercito turco si stia posizionando al nord della Siria per attaccare le enclave siriane sotto controllo delle milizie curde nelle città di Kobane, al Raqqa e Deir el Zor, situate nel nord-est siriano. Però, vista la situazione disperata e senza via d’uscita, i combattenti curdi dell’ Ypg hanno deciso di consegnare le città e i loro territori all’esercito siriano anziché combattere. Questa evoluzione della situazione sembra andar bene persino anche al presidente turco Erdogan, perché significa che i curdi consegnandosi ai siriani rinunciano di fatto alla formazione del proprio Stato in Siria, proprio come Erdogan esige.   

SIRIA RICOMPOSTA. Con quest’ultima resa curda, in pratica la Siria si ricompone come prima della guerra iniziata nel 2011. Adesso come di norma, subentrerà la fase di mediazione tra le varie etnie sociali delle varie zone siriane per trovare gli equilibri necessari per governare il paese.

Il presidente siriano Assad viene acclamato dalla stampa internazionale come il vincitore di questa guerra civile. In realtà il vero vincitore è il presidente russo Putin, che da esperto stratega e guerrafondaio ha condotto la regia della guerra portando Assad alla vittoria.

RIFIUTO AL CAPITALISMO. E’ sempre da ricordare che nella crudeltà della realtà capitalistica tutto questo, per chi l’ha vissuto, è costato alcune centinaia di migliaia di morti, distruzioni immani, fame, povertà, disperazione.

Acclamare la fine della guerra senza descriverne e sottolineare il meccanismo perverso che l’ha prodotta è da vigliacchi. Un meccanismo che, come a tutti è chiaro, in contemporanea sta causando tante altre guerre.

E’ per questo che c’è bisogno di un’altra società. Superiore.

 

  (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  gennaio 2019)

 

Attualmente esiste un duro contenzioso tra il governo turco e quello americano (vedere articolo “Al rialzo dei dazi Usa contro la Turchia anche Erdogan –come la Cina– risponde con una forte svalutazione della moneta” - “Der kommunistische Kampf” n°27 – ottobre 2018). Il governo americano in agosto ha introdotto dure sanzioni economiche anche contro la Turchia. Perciò come logica nello scontro interborghese, anche il governo turco reagisce e risponde con tutte le misure possibili per contrastare l’antagonista americano e cercare di metterlo in massima difficoltà. Nel senso che la mossa che il presidente turco Erdogan cerca di fare ufficializzando questo orribile crimine commesso dai sauditi, è di mettere Trump contro, o di guastare il rapporto, con il suo alleato e amico saudita principe Bin Salman. L’increscioso e terribile “caso Khashoggi”, a nostro avviso, può trovare la sua spiegazione in questa luce.  

Il fatto, è veramente un caso aberrante di crudeltà omicida, dove una persona del tutto innocua ed estranea alla politica si è trovata improvvisamente ad essere il nocciolo principale in uno scontro tra borghesie, sconvolgendo gli stati d’animo di persone di mezzo mondo.

Tutte noi in questo mondo abbiamo un senso di giustizia, e di fronte ad una cosa così crudele, così spietata, dove un uomo viene attirato in un’ambasciata, viene freddamente ammazzato, fatto a pezzi e poi fatto scomparire, viene spontaneo gridare giustizia. Viene naturale pensare che una volta individuato il colpevole (o i colpevoli) essi vengano puniti.

Nello sbalorditivo caso Khashoggi invece la soluzione non trova questa conferma: l’individuato colpevole non viene perseguito! L’omicida ha diritto, nonostante ciò, a non essere punito. Perché? Per quale motivo?

I mezzi di informazione ci fanno scoprire (e sapere) che accanto alle leggi della giustizia in generale, esiste anche un’altra “giustizia”: quella capitalistica, quella della salvaguardia degli interessi capitalistici. Il presidente americano Trump, che avrebbe tutta la forza e l’autorità per perseguire il colpevole Bin Salman, ossia l’alleato dell’America principe ereditario al trono dell’Arabia Saudita e mandante dell’omicidio (da quando appurato dalle indagini CIA) afferma che “non è il caso di esagerare”, “non è il caso di procedere” contro il responsabile mandante.  

Tale sorprendete decisione risiederebbe nel fatto che, come riportano i giornali, l’Arabia Saudita è un alleato troppo importante per gli Stati Uniti e per i paesi occidentali nel sostenere e difendere i loro interessi nel burrascoso Medio Oriente così importante per il petrolio. E perseguire il principe dichiarato dalla stessa CIA colpevole significherebbe mettere in difficoltà, incrinare le relazioni di interesse che i paesi occidentali hanno con il suo paese. Quindi Trump non procederà contro il principe mandante.

Sbalorditivo! Ma realtà. La legge dell’interesse imperialista supera la legge della giustizia. Il sistema capitalistico ci dice che in questa società anche questo può accadere.

Naturalmente se un fatto così aberrante fosse successo in un paese “non amico” per l’America, Trump (attivando la sua commedia e aggressività) avrebbe gridato allo scandalo per tale orrendo delitto. E nella sua irruenza avrebbe preteso giustizia: che il colpevole non rimanesse impunito. Forse Trump avrebbe addirittura portato il caso alle Nazioni Unite …

Se si osserva però con attenzione in questa società, ci sono altri esempi che ci dicono che non c’è da stupirsi per l’atteggiamento apparentemente sconcertante del capo del governo americano. L’Arabia Saudita, come tanti altri paesi del Golfo arabo amici degli occidentali (Qatar, Emirati Arabi, ecc.) effettivamente non è mai stata denunciata ufficialmente per le sue note atrocità all’interno del proprio paese. Torture, esecuzioni in pubblico, persecuzioni (e persino schiavitù) riportano le riviste specializzate siano all’ordine del giorno in questi stati. Stranamente la stampa occidentale, sempre molto attenta ai diritti delle persone, alla giustizia sociale, all’ambiente, alla democrazia, non fa cenno a questi orribili crimini. Si preoccupa invece con molta attenzione se le donne arabe nei loro paesi possono guidare la macchina o se è giusto che portino il burqa (il velo), ma dei feroci crimini commessi, nessun accenno.

E non c’è da stupirsi dell’immorale sorprendente decisione di Trump anche perché i paesi occidentali, tutti, nel passato, per salvaguardare i loro interessi hanno sostenuto brutali dittature come quella di Pinochet in Cile o di molte altre in centro e sud America o in Africa, dove ingiustizie, torture e morti si contavano a decina di migliaia

La società capitalistica può quindi offrire una società giusta, morale, civile? All’evidenza dei fatti la risposta è certamente: no!  E chissà quanti altri delitti, ingiustizie, orrori, in giro per il mondo vengono commessi e nascosti in nome dell’interesse capitalistico. Delitti che rimarranno sempre sconosciuti e impuniti. 


 

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IL PREZZO DEL GREGGIO NELLO SCONTRO TRA BORGHESIE

WASHINGTON MANOVRA

IL PREZZO DEL PETROLIO CONTRO RUSSIA E IRAN

Anche il prezzo del petrolio può essere pilotato nella lotta interimperialista.

 

 

                                                             (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  novembre  2018)

 

Così riporta ‘Il Post’ del 23 giugno 2018: “L’OPEC – l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio – ha trovato un accordo – per aumentare la produzione di petrolio e farne calare il prezzo come chiedevano i principali paesi consumatori di petrolio. L’accordo è stato trovato su iniziativa dell’Arabia Saudita, che aveva subito nelle ultime settimane grosse pressioni dagli Stati Uniti per aumentare la produzione di petrolio, arrivato ai suoi prezzi più alti dal 2014”.

Anche il prezzo del petrolio può essere quindi pilotato. Per quasi due mesi sui giornali internazionali ha trovato grande risalto la notizia che il presidente Trump tuonava esigendo che i prezzi del petrolio venissero abbassati. Con forza spingeva perchè l’Arabia Saudita convocasse il vertice OPEC per farne aumentare l’estrazione così che se ne abbassasse il prezzo. L’andamento del prezzo del petrolio quindi non è casuale, ma ha una sua logica, una sua comprensibile spiegazione.

Alcuni opinionisti hanno visto nell’ordine di Trump all’Arabia Saudita di calare il prezzo una necessità del presidente per ricevere consenso dal suo elettorato. Altri un modo per raffreddare l’inflazione americana e di conseguenza non far alzare  i tassi di interesse del debito statunitense. Altri ancora per dare una spinta all’economia americana.

Tutte opinioni interessanti, ma noi non siamo di questo parere. Ne vediamo invece una lotta interimperialista tra borghesie. Una manovra Usa contro Russia e Iran.  Secondo Bakindo, segretario Opec, già in passato gli Usa hanno usato questo sistema, hanno fatto pressione perché il prezzo del greggio scendesse per scopi politici. Si riferisce all’Amministrazione Obama.  

Esistono nazioni, cioè borghesie, che dipendono esclusivamente – o quasi – dall’estrazione del prezioso prodotto energetico e di conseguenza ne sono in balia completa del suo prezzo. Nella battaglia sul mercato internazionale tra le enormi finanze-imprenditorie queste borghesie possono essere messe sotto scacco o essere ricattare da nazioni concorrenti o borghesie dominanti che sono in grado di pilotarne il prezzo. A nostro avviso questo rispecchia proprio l’attuale situazione, dove gli Usa, che vedono la Russia (assieme alla Cina) “Primo pericolo per l’America”, stanno cercando attraverso il calo del prezzo del greggio di mettere in ginocchio economicamente le borghesie di Mosca, Teheran e Caracas,  grandi produttrici di petrolio.

Come anche Bakindo fa capire, già Obama nel 2014-16 aveva sperimentato con esito positivo questa forma di battaglia-ricatto. In quel periodo lo scontro contro la Russia e la Cina emergente e in ascesa cominciava ad acutizzarsi e fervevano i negoziati per l’accordo sul nucleare dell’Iran, dove l’imperialismo americano come sempre, cercava di imporre il suo “Washington Consensus”, cioè il proprio diktat. Essendo l’Iran alleato e sotto protezione russa ed che entrambe le economie dei due paesi vivono sull’estrazione del petrolio, molti esperti hanno visto nell’allora improvviso calo del prezzo del petrolio da 120 a 35 $ al barile la manovra di costrizione dell’Amministrazione Obama per far accettare alle due borghesie ‘ribelli’ le proprie imposizioni. Così ‘Il Post’ del 4 genn. 2015: Il vice-presidente [iraniano -n.d.r.] Eshag Jahangiri, ad esempio ha definito il crollo del prezzo del petrolio un “complotto politico” ordito dai nemici dell’Iran e ha detto che se anche il prezzo dovesse scendere a 40 dollari al barile, l’Iran «continuerà a cavarsela bene».  Proseguiva poi ‘il Post’“… Di fronte alla necessità di tagliare il bilancio [a causa del calo del prezzo del greggio –n.d.r] ad esempio, l’Iran potrebbe essere costretto a diminuire il suo appoggio  al regime siriano di Bashar al Assad, al gruppo terroristico libanese Hezbollah e a Hamas, la fazione palestinese che domina la Striscia di Gaza. Infine, in caso di crisi prolungata, l’Iran potrebbe trovarsi costretto ad accettare le limitazioni al suo programma nucleare richiesta da Stati Uniti e Unione Europea, così da ricevere in cambio un allentamento delle sanzioni”.  Cosa che poi è stata.

In questa battaglia tra grandi borghesie per la conquista dei mercati, tutto dimostra che Washington riesce a manovrare il prezzo del greggio a seconda dei propri interessi. Infatti l’Amministrazione Obama una volta ottenuto il risultato che voleva nell’accordo sul nucleare con l’Iran del 2016, ha lasciato poi che il prezzo del greggio di nuovo fluttuasse e risalisse. Lo può fare certamente grazie alla collaborazione dell’Arabia Saudita, alleata e fedele esecutrice degli interessi Usa nel mondo. L’Arabia Saudita è il più grande estrattore di petrolio dei paesi OPEC e, in alleanza con i paesi del Golfo, aumentando o diminuendo l’estrazione del greggio, riesce a determinarne il prezzo a livello internazionale.

Adesso è l’Amministrazione Trump che usa di nuovo il prezzo del greggio per piegare i concorrenti Russia, Iran, e Venezuela, borghesie che assieme alla Cina in forte ascesa economica, politica e militare, si sentono così forti da mettere in discussione l’ordine mondiale imposto dagli Usa vincitore della 2° guerra mondiale.

In questa sua funzione di guidare gli interessi della potente borghesia americana, Trump si dimostra molto determinato nel continuare ad imporre al mondo il diktat di Washington (il suo ‘Make America great again’). Nel suo progetto non solo pilota il prezzo del petrolio, ma attacca i concorrenti e i “ribelli” a tutto campo, con l’aumento straordinario della spesa militare Usa, l’innalzamento dei dazi contro la Cina, sanzioni contro Russia, Iran, Venezuela, disdice l’accordo sul nucleare con l’Iran, costringe gli alleati europei a seguirlo nel serrare le fila nell’alleanza politico-militare NATO (usando anche qui il ricatto di alzare i dazi se non eseguono).

Alcuni analisti affermano che le grandi potenze si stanno preparando per lo scontro militare. Nell’instabile e piena di catastrofi società  capitalista non sarebbe certo la prima volta.

Sicuro è che questa società è tutt’altro che una società tranquilla, di pace, e che tutto può succedere.

Solo il Comunismo può cambiare tutto.   

-CONTRASTI TRA BORGHESIE-

LA CINA SVALUTA LO YUAN PER AGGIRARE I DAZI AMERICANI

 

 

   (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  novembre  2018)

 

Non è per caso che Trump abbia improvvisamente attaccato la Cina con una pesante guerra commerciale. Trump non è la persona impazzita che improvvisamente (come il cattivo dei film) decide di attaccare il mondo e sconvolgerlo. Da molto tempo in America gli economisti e dirigenti delle grandi multinazionali e della finanza si lamentano sui media dello strapotere che la Cina sta assumendo nel mondo e Trump, presidente degli Stati Uniti assieme alla sua Amministrazione come rappresentanti degli interessi della potente borghesia americana (coma sovrastruttura degli interessi americani, direbbe Marx nella sua analisi) perseguendo l’obbiettivo di difendere “gli interessi del proprio paese” attacca quindi il forte concorrente asiatico.

E non è un caso che l’attacco condotto dall’Amministrazione Usa contro la Cina sia anche contro altre borghesie emergenti come Russia, Iran, Venezuela, e lo scontro sia iniziato violentemente all’inizio del 2018. Tutto questo non è casuale proprio perché verso la fine del 2017 i governi di Pechino, Mosca, Teheran e Caracas, (vedere ‘Der kommunistische Kampf’ articolo “Petro-Yuan contro Petro-dollaro, una bomba nello scenario internazionale!” – Aprile 2018) hanno annunciato ufficialmente al mondo che non avrebbero più usato il dollaro nei loro interscambi commerciali. Una mossa che a detta degli specialisti, creerà notevoli problemi in futuro alla finanza e all’economia americana. Queste  borghesie che sfidano i potenti Stati Uniti con una mossa così eclatante, sapevano perfettamente che così facendo avrebbero causato la reazione americana. E la reazione violenta Usa contro Russia, Cina, Iran e Venezuela, con l’elevazione dei dazi e le numerose sanzioni punitive, com’è ufficiale, non si è fatta aspettare. Ma Trump nell’attacco non si ferma solo contro queste nazioni, agisce anche contro altri paesi come Turchia, Germania e l’Europa, paesi membri Nato e alleati Usa, se non aderiscono e ubbidiscono alle ritorsioni americane contro i nuovi concorrenti “dissidenti”.

PERCHE’ TRUMP CONTRO LA CINA USA COME RITORSIONE L’INNALZAMENTO DEI DAZI ALLE MERCI CINESI E NON ALTRE MISURE, COME PER ESEMPIO LE SANZIONI?

Molto dell’attuale sviluppo dell’economia cinese è dovuto dalla vendita dei prodotti cinesi nei paesi occidentali e soprattutto in USA. La borghesia affarista industriale cinese che dirige l’economia del dragone risedendo e dirigendo il tutto dai vertici dello stato (definendosi falsamente “comunista” per ingannare i lavoratori)  esporta e vende nei paesi avanzati manufatti di prima necessità  (cioè prodotti fatti con una bassa tecnologia industriale, come vestiario, scarpe, prodotti elettronici, giocattoli, suppellettili, elettrodomestici, pezzi di ricambio, e così via) per parecchie centinaia di miliardi di dollari. Queste vendite servono a Pechino per raccoglie moneta pregiata come dollari, euro, yen. Monete pregiate che permette poi al governo cinese di comperare, sempre dai paesi altamente industrializzati e tecnologizzati, ulteriori impianti industriali ed alta tecnologia per aumentare ancor più la propria area industriale in Cina. Ovviamente tutto questo avviene, com’è di pubblico dominio, tenendo al minimo possibile gli stipendi dei lavoratori cinesi e alzandone al massimo lo sfruttamento con orari di lavoro lunghissimi e intensissimi. Sfruttamento che permette non solo una forte accumulazione di capitale, ma anche immensi guadagni e ricchezze ai dirigenti borghesi del cosiddetto ma falso “Partito Comunista Cinese”.

Questo sistema di sviluppo, di interscambio commerciale, questa accumulazione iniziale, è una fase che tutti i paesi capitalistici in via di industrializzazione hanno già attraversato, e che adesso anche le borghesie degli attuali paesi emergenti seguono.

Le nuove borghesie entrando nella scena mondiale, nel passato come oggi, si trovano a subire  però la concorrenza e il contrasto delle forti borghesie dominanti già esistenti. L’Amministrazione Trump sta cercando appunto di ostacolare, di frenare l’espansione dei nuovi arrivati. I quali, dalla visuale americana, vogliono arricchirsi ed espandersi a spese e a danno gli interessi degli affaristi americani nel mondo. Agli occhi dei proletari questo può sembrare un’assurdità, ossia che una nazione cerchi di fermare lo sviluppo di un’altra nazione, ma il capitalismo funziona e ha sempre funzionato così. Un paese emergente diventa importante per le borghesie già esistenti quando permette loro di investire in quel paese e vendere i propri prodotti e produrre quindi profitto. Ma rappresenta un pericolo appena il paese emergente diventa troppo potente. Sono i paradossi, le contraddizioni del sistema capitalistico, ben descritte da Marx nelle sue opere, ed è per questo quindi che esiste la necessità di passare ad un’altra società, una società superiore.      

Tornando all’Amministrazione Trump, l’attuale mossa dell’innalzamento dei dazi Usa alle merci cinesi ha perciò lo scopo di chiudere i mercati occidentali alla Cina (dichiarata assieme alla Russia da Trump ufficialmente e senza sosta “Il pericolo maggiore per l’America”) per arrivare a isolarla così da imporre all’establishment cinese le condizioni americane.

All’innalzamento dei dazi in Usa il vertice borghese cinese a Pechino risponde con una forte svalutazione della propria moneta (lo yuan o renminbi). E’ una contromossa classica in queste situazioni nel mondo capitalista (così ha fatto anche il governo turco in agosto, quando ha svalutato improvvisamente la lira turca, allorchè Trump aveva preso la decisione, come ritorsione, di alzare i tassi doganali in Usa anche contro le merci turche).

La Cina e la Turchia lo possono fare, cioè possono svalutare improvvisamente le loro monete, perché entrambe non sono ancora potenze finanziarie (Stati Uniti e Europa per es. non lo potrebbero fare, essendo nazioni monetarie che prestano soldi in tutto il mondo). Se la Cina e la Turchia fossero grandi potenze finanziarie prestatrici di soldi e improvvisamente svalutassero le loro monete del 20-30% come successo adesso, chi nel mondo detenesse yuan cinesi o lira turca si troverebbe improvvisamente con un valore in meno del 20-30%, quindi perderebbe molto denaro, perciò scapperebbe subito da queste valute e nessun capitalista al mondo vorrebbe più avere a che fare con lo yuan cinese o lira turca. Non essendo che Cina e Turchia sono forze finanziarie, la loro contromossa svalutativa può quindi funzionare, creando solo problemi secondari al loro mercato interno

Il mercato capitalistico è caotico, si sa. E’ anche incontrollabile e spesso difficile da comprendere. E’ un mondo di continuo scontro e contrasto tra borghesie per arrivare ad ottenere il massimo profitto. Uno scontro dove le masse lavorative purtroppo ne vengono sempre coinvolte e trascinate.


 

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Era nell’aria che gli Usa avrebbero reagito, dopo che nel settembre dello scorso anno 2017 Cina, Russia, Iran e Venezuela avevano annunciato che dal 2018 non avrebbero più pagato le loro transazioni internazionali del greggio in dollari ma in Yuan cinese. Molti specialisti del settore finanziario si aspettavano di conseguenza la forte reazione americana. Perché l’abbandono del pagamento in dollari nel commercio del petrolio comporterà sui tempi lunghi enormi problemi e danni per l’economia della borghesia americana.

Chi legge e segue il nostro giornale “Der kommunistische Kampf” avrà certamente osservato che già nell’articolo di aprile  “PETRO-YUAN CINESE CONTRO PETRO-DOLLARI, UNA BOMBA NELLO SCENARIO INTERAZIONALE” denunciavamo il cambiamento di situazione preventivando l’eventuale risposta Usa. E “la forte reazione americana” non si è fatta attendere. In gennaio il presidente americano nel documento programmatico ‘National Defence Strategy’ approvato dal Congresso ha dichiarato formalmente che, come “primo pericolo per l’America” essere non più “Il terrorismo internazionale” come aveva sostenuto Obama, ma “Russia e Cina”; in febbraio Trump ha approvato il più grande riarmo Usa dal dopoguerra; in marzo ha innalzato sensibilmente i dazi americani contro le merci cinesi; in aprile ha attaccato la Siria (protettorato russo) con i missili; in giugno ha minacciato le potenze europee di alzare anche per loro i dazi doganali Usa sulle merci europee se non avessero pagato per intero le quote NATO, e sempre in giugno ha dato ordine all’Arabia Saudita di  abbassare il prezzo del petrolio per mettere in ginocchio le economie russa e iraniana. Come ultimo e noto provvedimento, ha disdetto improvvisamente l’accordo sul nucleare con l’Iran, accordo stipulato nel 2016 da Obama.

Una reazione possente e violenta di non poco conto, è evidente. La Cina emergente seguita da Russia, Iran, Venezuela, con la scelta di non commerciare più in dollari hanno aperto consapevolmente uno scontro feroce tra imperialismi. Perché con questa iniziativa hanno deciso di sgretolare l’accordo di Bretton Woods del 1971, da cui la finanza Usa trae enormi vantaggi. Adesso con la cosiddetta “dedollarizzazione” si presenteranno per gli Usa, a detta degli esperti, momenti non molto felici.

In “Der kommunistische Kampf” dei mesi scorsi abbiamo analizzato in più articoli gli aspetti del documento ‘National Defence Strategy’ dove Russia e Cina vengono dichiarati “Primo pericolo”, poi il bombardamento sulla Siria e di seguito il tema del forte riarmo americano. Nell’attuale giornale approfondiamo gli altri aspetti.

                                                                                                                                                                                                                      (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  ottobre 2018)

 

-SCONTRO TRA BORGHESIE-

DISDETTA DELL’ACCORDO SUL NUCLEARE CON L’IRAN, DOVE VUOL ARRIVARE TRUMP?

TRUMP STA ISOLANDO IL PAESE ARABO “RIBELLE”.

MOSTRA AL MONDO COSA SUCCEDE QUANDO

NON SI  “SEGUE” GLI USA

 

Foto reuters
Foto reuters
  
(traduzione da "Der kommunistische Kampf" - ottobre  2018)

Grandi aziende europee come le tedesche Siemens, Daimler-Benz, l’europea Airbus, le francesi Citroen e Peugeot, Renault, Air France, Total, Air Liquide, l’aeromobile ATR, il gruppo marittimo CMA CGM, la svedese Scania, il conglomerato navale danese AP. Moller-Maersk, le italiane Fincantieri e FS italiane, le svizzera Stadler Rail e trasporto MSC, dovranno abbandonare l’Iran e non fare più affari con il paese arabo. Trump non lascia scampo.

Il 7 agosto dopo aver disdetto l’accordo con l’Iran sul nucleare firmato da Obama nel 2016, scrive Trump su Twitter: “Chiunque faccia affari con l’Iran non farà affari con gli Stati Uniti. Io chiedo la pace a livello mondiale, nulla di meno”. In altre parole, le imprese europee che hanno investimenti sia in Iran che negli Stati Uniti dovranno scegliere: o continuare a investire in Iran e abbondare gli Usa o il contrario, lavorare in America ma abbandonare l’Iran. L’Amministrazione Trump ha aperto la nuova guerra commerciale contro il paese arabo. Saranno sottoposte a forti sanzioni e forti innalzamenti di dazi doganali americani tutte le imprese che hanno affari negli Stati Uniti, se contemporaneamente continueranno a commerciare  anche con l’Iran. Essendo che le imprese europee che investono in Iran hanno più grandi interessi in America, queste ovviamente hanno deciso loro malgrado di abbandonare il paese arabo del Golfo. 

L’Unione Europea si è subito decisamente schierata contro il diktat di Trump, provando a contrastarlo, cercando di sostituire con propri fondi europei le eventuali perdite finanziarie che le imprese europee avrebbero subito se commerciando con Iran e Stati Uniti fossero state penalizzate dalle sanzioni e dai dazi Usa. Ma inutilmente, perché i fondi UE messi a disposizione si presentavano esigui, sono stati definiti più “politici” che concreti. Così tutte le imprese hanno preferito abbandonare il paese arabo e scegliere l’America.  

Gli analisti osservano che l’imprenditoria iraniana adesso colpita dalle misure americane dovrà rivolgersi al mercato e alle imprese cinesi per compensare e sopperire ai danni economici causati dall’abbandono dell’Iran delle aziende europee. Sembra però che la Cina non sia ancora in grado di assorbire tutto il petrolio iraniano non comperato dagli europei e dai giapponesi. E ne di essere in grado di fornire l’alta tecnologia che le imprese come Siemens, Daimler, Airbus ecc. possono fornire. Di conseguenza si prospetta per l’economia iraniana ancora una volta un periodo di forte crisi e recessione.

Trump attraverso la politica del ricatto, delle sanzioni economiche e dell’innalzamento dei dazi doganali sta velocemente assoggettando le borghesie europee, mettendole sotto scacco, costringendole ad abbandonare il fronte “nemico”  Russia, Cina e Iran.  E nonostante che la borghesia europea ponga una forte resistenza contraria, ci sta riuscendo.

Lo scontro è aperto. Washington ha iniziato la battaglia contro i “nemici” paesi emergenti e sta usando tutti i mezzi possibili per mantenere il dominio conquistato con la vittoria della 2° guerra mondiale. Trump non lascia scampo. Vedremo fin dove arriverà.

-SCONTRO TRA BORGHESIE- 

TRUMP MINACCIA

DI ALZARE I DAZI DOGANALI ANCHE CONTRO LA GERMANIA, PERCHE’?

 TRUMP ESIGE UN MAGGIORE RUOLO MILITARE

TEDESCO NELLA NATO CONTRO RUSSIA E CINA

                                                                            (traduzione da "Der kommunistische Kampf" - ottobre  2018)

 

Trump è all’attacco. Pensa sia ora che gli Stati Uniti reagiscano a fronte della forte espansione del concorrente imperialista Cina che prende sempre più peso sulla scena mondiale e si muove con sempre più determinazione. E il presidente agisce anche contro le borghesie russa, iraniana, venezuelana, che, ai suoi occhi, con sempre più arroganza, abbandonano nei loro scambi commerciali il dollaro e ignorano i minacciosi moniti di Washington.

Come i presidenti americani precedenti anche Trump pensa che deva essere la coalizione  di nazioni aderenti alla NATO a  contrastare il fronte opposto Cina – Russia. E pensa che in questa battaglia le borghesie NATO debbano essere guidate senz’altro dalla “Grande America”.

Il problema è che non tutte le potenze europee sono del parere di vedere Russia e Cina come “pericolo”.o tantomeno “nemici”. Contrari sono soprattutto Germania e Italia. Perché le imprenditorie di questi due paesi hanno ottimi rapporti commerciali soprattutto con la Russia (gas, industria, finanza) e non meno con la Cina. E quindi rifiutano di rovinarsi i lucrosi affari che con esse intrattengono per seguire Trump nel suo attacco diretto contro di loro e che le ha dichiarate “Primo pericolo per l’America”.

Quindi Trump e la sua Amministrazione hanno escogitato un sistema per staccare le borghesie europee da quelle del “fronte opposto” “avverso” Russia e Cina? 

Dopo aver dichiarato nei documenti ufficiali i due concorrenti come “pericolo maggiore per l’America” l’Amministrazione USA si è messa al lavoro per rafforzare la NATO, cioè la struttura militare occidentale uscita dalla seconda guerra mondiale e voluta dagli Usa vincitori, che ha il compito di difendere gli interessi borghesi dell’Alleanza Atlantica di cui anche gli europei fanno parte.

Ma da molto tempo alcune borghesie europee non trovano più interesse nella NATO come struttura militare di difesa, avendo appunto affari in tutto il mondo, così come in Russia e Cina. Queste ora sono diventate più partner commerciali da tener strette, e non “primo pericolo” da combattere ed emarginare.

Quindi i governi delle borghesie di Berlino e Roma hanno cercato di sfilarsi dalla struttura NATO. La devono loro malgrado subire avendo perso la 2° guerra mondiale, ed è stata loro  imposta, ma cercano di sfilarsi lentamente. Riducendo dal 2% al 1% già da lungo tempo la quota di pagamento per il mantenimento della struttura stessa.

Come strategia di risposta Trump e la sua Amministrazione hanno deciso allora di costringere Berlino e Roma, loro malgrado, di pagare la quota dovuta del 2%. Costringendole attraverso il ricatto, la pressione. Con il sistema che, qualora non avessero pagato, avrebbero alzato i dazi doganali negli Stati Uniti sulle merci importate dall’Europa. Una minaccia, un ricatto appunto, che se veramente attuato causerebbe enormi danni all’economia europea, soprattutto tedesca nel campo dell’acciaio e dell’automobile.

Quindi, fatto quattro conti, i governi tedesco e italiano, ma anche quelli francese e inglese, sono stati costretti ad accettare il diktat di Trump e pagare le quote corrette per il mantenimento della struttura militare.

Il rafforzamento della NATO sembra essere, assieme alla disdetta sul nucleare con l’Iran una delle prime misure nella strategia di Trump per staccare l’Europa, ma soprattutto la Germania, da Russia e Cina. Girano voci e articoli dove alcuni generali americani e russi paventano l’ipotesi che nella tattica Trump siano programmate delle provocazioni militari americane contro i russi (polo nord, Ucraina, Siria?) in modo da provocare la reazione militare russa, così che la Germania sia costretta a seguire militarmente l’Alleanza Atlantica nella sua controffensiva di guerra contro i russi, in modo da incrinare il buon rapporto esistente tra Mosca e Berlino. Verità o fake news? Il futuro ci dirà. Ma non sarebbe poi così fantapolitica. Anche il gruppo di “Forza di Intervento Militare Europeo” (‘European Intervention Initiative’) a guida tedesca recentemente costituitosi e voluto fortemente da Trump sarebbe parte di questa strategia di Washington di provocare la rottura tra Berlino e Mosca. Nel senso che alla prima occasione di guerra o alla prima eventuale reazione ad una ‘provocazione’ contro i russi, il nucleo di “Forza di Intervento Rapido Europeo” guidato dai tedeschi sarebbe costretto a intervenire militarmente contro di essi per difendere l’Alleanza Atlantica.


 

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LA TRAPPOLA CHE TRUMP AVEVA PREPARATO IN SIRIA

PER PORTARE LA GERMANIA

CONTRO LA RUSSIA


  (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  ottobre 2018)

 

Trump e la sua Amministrazione sono determinati a tutti i costi a provocare la rottura del forte legame politico esistente tra borghesia tedesca e quella russa. E pretendono che Berlino segua fedelmente la NATO come Francia e Inghilterra. Per ottenere la rottura vogliono che i tedeschi si scontrino militarmente (e non più solo a vuote parole) contro Mosca. Trump lo vuole assolutamente e vuole trascinare la Germania su questo. Al punto tale che aveva preparato una situazione in Siria perché questo potesse succedere. 

In maggio di quest’anno così descrivevamo sul nostro giornale “Der kommunistische Kampf”nell’articolo “Lite Trump - Merkel”  il contesto in cui l’aggressiva politica di Trump muove le sue mosse:

 

 

…  “MA UN FORTE OSTACOLO ALLA STRATEGIA TRUMP ANTI-CINA E RUSSIA E’ IL LEGAME DI FAVORE ECONOMICO-POLITICO ESISTENTE TRA I GRANDI GRUPPI ECONOMICI-FINANZIARI TEDESCHI E LA RUSSIA. 

E’ stato per questo motivo, per non incrinare il vantaggioso rapporto con la Russia e i grassi affari che ne derivano, che i governi tedeschi si sono astenuti di seguire l’America nell’invasione dell’Iraq nel 2003, essendo allora Saddam Hussein grande amico e ben collegato ai russi. Così come durante la guerra civile in Ucraina nel 2016, il governo tedesco, pur appartenendo allo schieramento degli occidentali si è opposto decisamente, fermandolo, all’intervento militare Nato a fianco del governo ucraino di Kiev filoccidentale, contro i separatisti ucraini della regione del Donbass, essendo i separatisti sostenuti dai russi. Anche recentemente il governo di Berlino, all’inizio della guerra in Siria, si è astenuto dall’intervenire a fianco degli Usa e occidentali, i quali con il pretesto di combattere gli jihadisti in realtà combattevano contro il governo siriano di Damasco sostenuto apertamente dai russi. Solo quando Russia e Stati Uniti si sono accordati per la spartizione della Siria, solo allora la Groβe Koalition di Berlino ha dato il via libera al proprio intervento militare in Siria. 

In sostanza, ogni qualvolta in una guerra, direttamente o indirettamente, la NATO combatte contro la Russia, i governi tedeschi si sono sempre opposti ad intervenire militarmente contro Mosca.

Come prima Obama, adesso anche Trump prova a incrinare il forte rapporto Germania-Russia. Trump è senz’altro più motivato rispetto Obama in questo obiettivo, visto che adesso gli Usa hanno dichiarato apertamente Russia e Cina come “pericolo principale per gli interessi americani nel mondo”. …

“Lite Trump - Merkel” - “Der kommunistische Kampf” - Maggio 2018

 

 

A quel tempo eravamo i soli a dichiarare così apertamente la situazione. Adesso sono i grandi giornali e i politici che la portano alla ribalta ufficialmente.

COM’ERA STATA PREPARATA LA “TRAPPOLA” DAGLI USA IN SIRIA.  

Ai primi di settembre i russi avevano denunciato all’ONU l’esistenza di un piano-inganno dei militari di Trump in Siria, i quali, sfruttando l’imminente attacco che l’esercito governativo siriano-russo-iraniano si accingeva a portare per liberare la zona siriana di Idlib, ultima roccaforte Isis, stavano istruendo i miliziani-jiahdisti contrari al regime di Assad che difendevano Idlib, in modo che lanciassero i gas contro la popolazione assediata (cioè contro se stessi) così da incolparne dell’atrocità i militari governativi siriani e dare il pretesto alla potenza Usa e alleati di intervenire come rappresaglia contro il regime di Damasco. Nel piano di Trump in questa eventuale ritorsione militare contro i siriani-russi-iraniani, come riporta sopra Handelsblatt, era previsto che vi  partecipasse anche Berlino. Berlino che, come detto, fino ad ora si era sempre opposto di combattere militarmente contro il governo di Assad sostenuto dai russi. 

Per preparare bene l’operazione e non permettere al governo della Große Koalition di rifiutarsi all’ultimo momento di partecipare alla rappresaglia armata contro il filorusso Assad, ai primi di sett. James Jeffrey, rappresentante speciale Usa per la Siria, si è presentato dalla Merkel per richiedere ufficialmente alla Germania come alleato degli Usa e aderente alla NATO, l’adesione all’operazione di ritorsione militare congiunta nel caso di eventuali bombardamenti di gas da parte dei governativi siriani. Cosi riporta la richiesta Handelsblatt il 13 sett. «”Il miglior modo per dimostrare un aiuto politico non è un discorso, ma la solidarietà militare”, ha detto ai giornalisti l’inviato speciale US per la Siria James Jeffrey, giovedì, durante una visita a Berlino». Per dar poi più peso alla sua istanza Jeffrey – continua Handelsblatt - si è lamentato per il precedente comportamento tedesco del 2003 verso gli USA: «… ha detto e dimostrato un parallelo con la guerra d’Iraq del 2003, alla quale, oltre agli altri, Germania e Francia non hanno partecipato. “Questo è stato un grosso problema per la nostra politica interna”» ha precisato. (Handelsblatt – ibidem). Per gli Usa, Berlino adesso deve riparare ed è ora che si riporti in riga. Essendo che la richiesta ufficiale Usa di compartecipazione era stata presentata, al governo del Bundestag non restava adesso che … eseguire.   

Jeffrey presentava alla stampa tedesca come fossero “problemi di politica interna americana” la motivazione della sua forte e risoluta pretesa a Berlino. Per noi tale motivazione non è la vera ragione, ma un diversivo. Il vero motivo rimane quello riportato nel titolo: ”Portare la borghesia tedesca alla rottura con i russi”.

Dopo la richiesta ufficiale di Jeffrey alla Merkel, la Große Koalition è entrata in fibrillazione.

Da una parte l’SPD con a capo la Nahles che si è subito dichiarata contraria al diktat e alla pretesa Usa contro i russi. In quanto l’SPD è sempre stata il partito rappresentante degli interessi delle grandi aziende e della finanza tedesca con affari in Russia. Persino il suo ex leader ed ex capo di governo Schröder ha accettato per l’enorme multinazionale russa Gazpron di diventare capo del consorzio Nord Stream AG. Dall’altra la Merkel e i democristiani, rappresentanti di quella parte di grande industria e finanza che è collegata all’occidente, che si sono dichiarati invece disponibili all’intervento militare assieme  agli Usa.

Si è aperta quindi una lotta furiosa all’interno della coalizione governativa, dove la Nahles ha chiesto le dimissioni del ministro degli esteri Maas, socialdemocratico come lei, ma che si era espresso a favore dell’intervento contro la Russia a fianco degli Usa.

Alla fine Putin, visto la trappola, ha deciso di non intervenire militarmente per la conquista di Idlib, ma di accordarsi con il presidente turco Erdogan (che controlla le milizie ribelli a Idlib) affinchè i guerriglieri lasciassero pacificamente la zona, e così è stato.

Tutto questo può apparire come una sceneggiata melodrammatica da film d’altri tempi. Invece è l’amara realtà nel mondo capitalistico.  NON ESISTONO MORALI O SCRUPOLI PER LE BORGHESIE E I LORO POLITICI QUANDO DEVONO RAGGIUNGERE I LORO SCOPI AFFARISTICI. Questo è sempre da tener presente.

TENSIONI-SCONTRO TRA BORGHESIE

 

AL RIALZO DEI DAZI USA CONTRO LA TURCHIA ANCHE ERDOGAN

COME LA CINA- RISPONDE CON UNA FORTE SVALUTAZIONE DELLA MONETA

 I DAZI USA CONTRO ANKARA, COME IL SOSTEGNO USA AI CURDI IN SIRIA: PRESSING DI WASHINGTON SULLA BORGHESIA TURCA PERCHE’ ABBANDONI
IL RAPPORTO CON LA RUSSIA. 

 

 

(traduzione da "Der kommunistische Kampf"  ottobre 2018)

 

La crisi è esplosa il 10 agosto, quando Trump ha annunciato che avrebbe aumentato i dazi Usa contro la Turchia al 30% sull’alluminio e al 50% sull’acciaio. Dazi che avevano subito un primo innalzamento già il 13 marzo. La motivazione ufficiale di Washington per tale penalizzazione veniva presentata come la reazione Usa all’arresto da parte della polizia turca del pastore americano Andrew Brunson accusato dal governo turco di aiutare il terrorismo. Come succede spesso in politica, il  pretesto non è altro che una scusa per nascondere il vero motivo: il deterioramento delle relazioni politiche tra i due paesi. Infatti, da tempo si nota un progressivo ma forte avvicinamento della Turchia verso la sfera d’influenza russa e il distanziamento da quella Usa. Il governo della borghesia turca negli ultimi tempi sta appunto cercando di giocare rischiosamente su due tavoli, quello con gli occidentali con l’adesione alla Nato, e quello con Cina e Russia per gli affari economici e le alleanze in Siria.

Spostamento che si evidenzia perché Ankara, ignorando le proteste Usa, ha accettato la costruzione del gasdotto russo Turkish Stream, che oltre a portare gas in Turchia, veicola il prodotto energetico russo anche verso l’Europa, lasciandolo passare sul suo territorio. Emblematico è anche il fatto che recentemente il presidente Erdogan ha inoltrato la richiesta ufficiale di adesione ai paesi BRICS, il fronte dei paesi emergenti diretto da Cina e Russia. Poi senza tanti problemi il governo turco ha accettato di acquistare dalla Russia il sistema di difesa antiaereo missilistico S-400 provocando le ire americane. E non ultimo ha stabilito di non aderire alle sanzioni di Washington contro l’Iran. Questo ha fatto imbestialire, com’è evidente, Trump e alleati, e fatto scattare le sanzioni Usa dei dazi.

Erdogan e il suo governo rivendicano la propria autonomia economica e politica, ma è chiaro che i paesi Nato in questo contesto non lo possono accettare.   

Il fallito tentativo di colpo di stato militare del 2016 in Turchia era stato appunto interpretato allora dalla nostra organizzazione (vedere articolo “Ipotesi sulle cause del fallito colpo di stato in Turchia – Reazione dei militari per il troppo avvicinamento della Turchia alla Russia?” – ‘Der kommunistische Kampf’ Oktober 2016) come la reazione dei militari turchi per fermare questo sempre più stretto legame che si stava costituendo tra le due borghesie russa e turca.  A quel tempo la nostra ipotesi sembrava quasi fantapolitica, adesso sempre più specialisti del settore si domandano se effettivamente dietro agli allora silenziosi militari golpisti turchi non ci fosse stato lo zampino americano per fermare il crescente collegamento tra Putin e Erdogan.  

Ora, con l’ulteriore inasprimento dei dazi Usa contro Ankara si è allargata a dismisura la crepa nelle relazioni tra Usa e Turchia. Il presidente Erdogan super incollerito per l’attacco, accusa apertamente Washington di manovrare per mandare in rovina l’economia turca che attraversa un periodo ottimale e di forte sviluppo. E avverte che se gli Stati Uniti proseguiranno in questa loro politica distruttiva il governo turco sarà costretto a cercare “altri interlocutori” politici internazionali. Intendendo con ciò che potrebbe abbandonare il fronte Nato per collegarsi alla coalizione Cina-Russia-Iran.

Sono eventi di non secondaria importanza nella scena internazionale degli schieramenti tra borghesie.

Nel comportamento di Trump è diventato ormai più che evidente che in tutte le sue recenti e clamorose mosse contro Cina, Russia, Iran, Venezuela, e adesso anche contro Ankara, il governo americano cerca di creare una divisione profonda tra paesi occidentali e i paesi emergenti “ribelli” sopracitati con l’intento di isolarli. Washington non accetta assolutamente che vengano messi in discussione gli interessi sul pianeta della potente borghesia americana uscita vincitrice dalla seconda guerra mondiale e tutt’ora ancora determinante.

Il comportamento aggressivo statunitense provoca naturalmente grossi problemi anche agli imperialismi alleati, come Germania, Francia, Italia, ecc che hanno rapporti commerciali con i paesi emergenti sotto attacco americano. Alleati degli americani che certamente si troveranno sempre più in difficoltà se Trump proseguirà su questa politica.

L’attacco di Trump contro Erdogan comincia ad essere effettivamente molto pesante. I dazi sono una misura che, secondo gli esperti, se la borghesia turca non troverà presto altri sbocchi dove vendere i propri prodotti (verso la Cina per es.) metterà veramente l’economia del paese in ginocchio. Perché l’acciaio e l’alluminio assieme al carburante sono elementi fondamentali per il funzionamento di un’economia industriale.

Erdogan e l’establishment turco appaiono però sicuri del fatto loro, sembrano non preoccuparsi più di tanto dell’attacco Usa e dichiarano di non voler cedere. Per ostacolare le misure americane stanno usando, esattamente come il governo borghese cinese, il vecchio metodo -classico in queste circostanze- della svalutazione della propria moneta in modo da abbassare i prezzi della vendite delle merci all’estero e compensare così le perdite finanziarie dovuto all’aumento dei dazi.

E questo spiega perché, in concomitanza con l’annuncio di Trump delle date dell’aumento dei dazi (vedere grafici sopra) il renminbi cinese e la lira turca hanno subito improvvisamente forti svalutazioni (il 10 agosto Trump ha annunciato le misure doganali Usa contro Ankara e subito dopo -“i tempi tecnici”- il 12 agosto è avvenuta la svalutazione turca).

Con le due forti e improvvise svalutazioni i media si sono scatenati a gridare alla caduta in crisi  delle economie cinese e turca. Come se le svalutazioni fossero state l’effetto dei “mercati”. In realtà, al contrario sono state proprio le due banche centrali cinese e turca, volutamente a svalutare le proprie monete. La causa delle crisi non era quindi il panico di reazione dei mercati internazionali, come fatto apparire dalla stampa.

L’establishment turco intanto avverte ufficialmente che non si vuole piegare alla volontà americana e sfidando gli Usa ha annunciato contromisure verso prodotti americani. Il vice presidente turco Fuat Oktay ha comunicato l’aumento dei dazi del 140% sull’import di alcool americano, del 120% delle tariffe sulle auto Usa e del 60% sul tabacco. Mentre in contemporanea Erdogan va ripetendo che intende non  slacciare, ma  “intensificare i rapporti con la Russia”,.

Nelle tensioni tra le due borghesie si prospetta quindi di logica un aggravamento 


 

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TANTE PICCOLE BOMBE ATOMICHE PER IL GRANDE RIARMO AMERICANO

 

(traduzione da "Der kommunistische Kampf"  luglio 2018)

 

Sembra essere la nuova filosofia militare armare i missili delle navi, dei sottomarini e degli aerei con piccole testate nucleari. Piccole bombe nucleari che non avrebbero la potenza di distruggere e disintegrare una città intera, come successo a Hiroshima e Nagasaki, ma una parte di una città, con relative radiazioni infestanti, ecc. A detta dell’establishment americano i russi ne sarebbero già in possesso e i cinesi ci sono vicini.   

Per l’aumento e il rinnovamento del proprio arsenale militare l’Amministrazione Trump ufficialmente sta prendendo a pretesto l’alta tecnologia di guerra di cui l’imperialismo russo ne sarebbe in possesso: “Questa è la risposta all’espansione russa della loro capacità (nucleare -ndr.) e della loro natura delle loro strategia e dottrina’- ha affermato ancora Mattis (ministro della difesa Usa –ndr)” riporta il TG LA7 del 3 febbraio.

In realtà il vero obbiettivo militare (e pericolo) per gli Usa è contrastare l’emergente grande potenza cinese. Così si esprime ‘Handelsblatt’ il 23 marzo: “Soprattutto Pechino viene visto come concorrente. Precisamente la Cina, per quello che riguarda i costi della difesa, si avvicina sempre più agli Usa –nel 2016 gli Stati Uniti hanno speso per le forze armate quasi quattro volte la Cina, la quale di certo però sta recuperando velocemente. Proprio poche settimane fa il Congresso del Popolo ha deciso di alzare dell’8% le spese per la difesa. Naturalmente questo è stato registrato anche a Washington. Trump pochi giorni fa ha detto chiaramente che non sarà accettato nell’ambito delle forze militari un avvicinamento da parte di un’altra potenza. - ‘Spendiamo 700 miliardi per le forze militari. E questo perché vogliamo rimanere molto più forti di qualsiasi altra nazione al mondo’- così il presidente. -‘Non permetteremo assolutamente a nessuno di avvicinarsi a noi”-.  

Il vero obbiettivo del riarmo Usa quindi non è il pericolo Russia (o la Corea del Nord o l’Iran) come afferma il ministro Mattis, ma chiaramente la Cina. Una nazione che in futuro può avere la potenza economica di sfidare anche sul piano militare l’imperialismo americano. A conferma e per precisare il ruolo secondario militare della Russia, prosegue Handelsblatt riguardo il recente aumento di spesa militare Usa: “I repubblicani e i democratici si sono accordati per una spesa di più di 60 miliardi. Da solo, questo aumento, corrisponde quasi all’intera spesa militare russa” (ibidem). Anche per Obama l’imperialismo russo non è il vero problema, il quale nel marzo 2014 aveva decretato: “La Russia non è altro che una potenza a livello regionale”.

Quindi la nuova Amministrazione Trump sostenuta dall’intero Congresso Usa sta dando una svolta alla politica militare americana non indifferente. Una svolta che sicuramente segnerà il futuro dell’imperialismo di Washington.

Può essere Trump un pazzo, o una persona con mania di grandezza che vuol conquistare il mondo? Oppure un affarista che fa solo gli interessi dell’industria militare? “I militari e l’industria militare hanno in Trump un potente sostenitore. - ‘Amo il militare. Lo ricostruirò. Sarà forte e grande come non mai’- ha promesso in campagna elettorale”. (Der Spiegel -15 febbr).

Può sembrare così, ma Trump non sta facendo gli interessi suoi personali. Trump si adopera per  gli interessi delle grandi multinazionali e banche americane che hanno affari e guadagni in tutto il mondo e non vogliono perderli a fronte dell’emergere di altre grandi borghesie, come quella cinese, che aspirando a diventare la prima potenza al mondo tenta di rubare spazi alle altre borghesie, altrettanto briganti come lei stessa. Il fatto che al Congresso (come riportano Handelsblatt e altri giornali) i deputati repubblicani e democratici americani (che in campagna elettorale hanno fortemente osteggiato Trump), abbiano votato e sostenuto il forte aumento di spesa militare proposta da Trump stesso, significa che l’aumento di aggressività non è un’azione personale del pazzo o estroverso presidente o amico delle industrie militari, ma una decisione di tutto l’establishment americano, con senatori e deputati (il cui compito come da sempre ripetiamo, è favorire banche e industrie Usa nel mondo) i quali alla fine stanno collaborando pienamente alla “Make America great again” del Tycoon.

Una politica militare americana che dall’Amministrazione di Washington viene ritenuta “urgente e necessaria per la difesa nazionale Usa … Il bilancio prevede un’ordinazione di 14 nuove navi e 114 nuovi aerei. Quasi 10 miliardi di $ devono andare nei missili dell’esercito” (Handelsblatt -ibidem).

Naturalmente, com’è uso nella politica borghese, non viene mai detta la piena verità sul vero uso delle armi. Il motivo ipocrita del gigantesco aumento bellico americano viene definito adesso “ di dissuasione, per evitare le guerre”, avverte Trump.  

In sostanza la tensione tra le vecchie borghesie e le nuove potenze sta di nuovo surriscaldando il pianeta, rievocando “ricordi angoscianti” come citano alcuni giornali.

Se Marx fosse qui con noi direbbe certamente, citando il suo famoso ‘Das Kapital’: ‘E’ la natura del capitalismo da cui non si sfugge’. Infatti pace e guerra, oggi come ieri, sono la cruda realtà nel mondo del profitto.  

SIRIA, LO STRANO ATTACCO MISSILISTICO DI TRUMP

 

 L’ ATTACCO MISSILISTICO CONTRO LA SIRIA E’ STATO PIU’ UN AVVERTIMENTO CONTRO L’ESPANSIONISMO RUSSO-CINESE NEL MONDO, CHE PER DISTRUGGERE I SITI DI PRODUZIONE DI GAS

                                                                        (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  luglio 2018)

  

  

Improvviso e con motivazione sospetta, in aprile è partito il lancio di missili Usa contro la Siria. E poche settimane prima Washington, senza preavviso aveva aumentato considerevolmente e con grande clamore i dazi doganali alle importazioni delle merci cinesi in America. Qualche settimana dopo  seguiva anche la disdetta Usa all’accordo sul nucleare con l’Iran. In pratica, nel giro di un mese e mezzo si è assistito ad uno sconvolgimento sulla scena internazionale. Tutti fatti a nostro avviso, collegati tra loro, non casuali. 

     Tale improvviso, aggressivo comportamento americano non si spiega - secondo il nostro giudizio - con un Trump, presidente stravagante ed esaltato che vuol mostrare i muscoli al mondo perché vuol far vedere che l”America is great again” e quindi attacca i nemici, i concorrenti, per sottometterli e intimidirli, come la stampa e i politici presentano. Lo interpretiamo invece come una risposta dell’imperialismo Usa alle sempre più numerose iniziative economiche-finanaziarie cino-russe nel mondo, che dalla borghesia di Washington vengono viste come un pericolo per i propri interessi. In questo caso il bombardamento in Siria, i dazi contro la Cina e la disdetta del nucleare con l’Iran, rappresentano una chiara reazione americana alla messa in opera da parte degli imperialismi di Pechino e Mosca  (in collaborazione con Iran e Venezuela) di togliere il dollaro come pagamento internazionale del petrolio grezzo e sostituirlo con lo yuan cinese. Un fatto di notevole rilevanza.       

     Infatti è da marzo (qualche sett. prima delle reazioni americane) e senza tanto clamore, che queste nazioni non pagano più nei loro interscambi la preziosa sostanza grezza in dollari, come fin’ora sempre fatto, ma in Yuan cinese, valuta definita ufficialmente come “petro-yuan”. Anche altri paesi si stanno aggiungendo a seguire il nuovo sistema di transazione, tra cui l’Arabia Saudita, importante attore nel settore petrolifero.

     Come detto, questo non è un fatto secondario, ma di rilevanza primaria a livello internazionale. Se si pensa che sconvolge il trattato di Bretton Woods del 1974, dove da allora l’imperialismo americano ha imposto a tutto il mondo il saldo in dollari del commercio internazionale del grezzo, con enormi vantaggi per la finanza e imprenditoria Usa. Adesso che il dollaro perderà peso e progressivamente verrà sostituito dallo yuan, tutto ciò si tradurrà a lungo termine – a detta degli esperti - in grossi, forse enormi problemi per gli americani. La reazione Usa al cambiamento era perciò più che scontata e attesa. Ma nessuno poteva sapere ne come e ne quando si sarebbe realizzata.   

      Già un anno fa, e precisamente il 7 aprile 2017, Trump aveva una prima volta fatto bombardare (con pochi missili) i ritenuti siti di produzione di gas nervino in Siria, accusando  il regime siriano di Assad di uso dei gas contro le popolazioni civili (accusa che il presidente Assad e i russi hanno sempre rimandato ai ribelli siriani, i quali avrebbero gettato volutamente i gas contro i propri villaggi per provocare la controreazione americana). E il bombardamento missilistico Usa di allora veniva da noi interpretato come esigenza di Trump, allora appena eletto, di dare ai propri elettori l’immagine di un presidente forte, sicuro, potente.  

      Ma i missili di quest’anno in aprile in Siria ne diamo un’ interpretazione diversa. Con questa mossa il presidente intende rimarcare ai concorrenti (il fatto del petro-yuan appunto) che gli imperialisti americani non accettano passivamente che qualcuno rovini i loro affari nel mondo, che i concorrenti mettano in forse “la supremazia Usa nel mondo”. Infatti anche dopo l’innalzamento dei dazi ai cinesi e la disdetta dell’accordo sull’atomico all’Iran il presidente ripete che  “altre azioni seguiranno”.

      Politica-economia-azioni militari: nel mondo capitalistico tutto è inevitabilmente intrecciato. Tutto è collegato come in una grande partita a scacchi. Fatti che succedono a Pechino possono essere in rapporto stretto con ciò che accade a Damasco, Washington, Teheran e chissà quant’altro.  

     Ritornando alla Siria, molti osservatori hanno rilevato che il bombardamento dei missili americani in aprile ha mostrato qualcosa di strano. Trump prima di autorizzare il lancio dei vettori si è preoccupato di informare Putin dove i missili avrebbero colpito, assicurando che non avrebbero distrutto siti militari russi nel paese.    

Come mai questo strano comportamento Usa di “avvisare” il “nemico” prima di attaccarlo?

      Il giornale Lotta Comunista nell’articolo di aprile “Coreografia missilistica-diplomatica in Siria” ne da una spiegazione plausibile: “Mosca ha indicato quali fossero le sue -‘linee rosse’- sia politiche che geografiche. Dato che -‘non sono state varcate’- [dai bombardamenti missilistici americani –ndr], le difese aeree [russe -ndr] in Siria non sono state attivate”. In altre parole i russi, venuti a sapere del prossimo imminente lancio di missili americani sulla Siria, avevano avvisato gli Usa attraverso ”contatti al massimo livello militare” (Lotta Comunista –ibidem) che se nel’incursione missilistica fossero stati colpiti i loro siti militari, avrebbero reagito militarmente. Con conseguente escalation della guerra. Evidentemente l’intenzione di Trump di bombardare in Siria non era quella di incrementare il caos militare nella zona. Colpire la Siria stretta alleata ai russi doveva essere per gli Usa un segnale indiretto forte, un pretesto per mostrare i muscoli, come avviene spesso nelle controversie tra borghesie, un avviso a Mosca per dissuaderla  dall’uso dello yuan nel pagamento del grezzo e ritornare al dollaro. Essendo che in politica spesso i messaggi non sono diretti, alla fine anche questo trova un suo senso. Quindi questo spiegherebbe lo strano comportamento del presidente di avvisare il “nemico” Putin dell’imminente intervento militare non sui siti militari russi, ma solo su quelli siriani e iraniani.  

     Ma a questo punto, vien logico pensare: gli americani hanno forse paura della reazione dei russi, che evitano sempre contro di essi ogni contatto di scontro militare diretto? 

Al momento potrebbe anche essere così. E’ noto che la tecnologia missilistica militare, di puntamento, aerea e navale russa, oggi sia la migliore al mondo. Quindi possono essere un nemico temibile per qualsiasi nazione. Nell “avviso” agli americani, i russi hanno inteso dire che nel caso fossero stati attaccati, non solo si sarebbero limitati a difendersi colpendo  i  missili in arrivo, ma avrebbero anche lanciato i propri missili, potenti e ad altissima tecnologia e forse inarrestabili, anche contro gli aerei, le navi e i sottomarini americani, francesi e inglesi, che avevano lanciato i missili contro i russi.

Tutto ciò se realmente fosse accaduto, si sarebbe trasformato in una catastrofe per Usa e alleati. E quindi anche in un’enorme sconfitta politica per Trump. Che sarebbe stato costretto a mostrare al mondo un’America debole e battuta.

Trump sta ripetendo che “altre azioni seguiranno”. Staremo a vedere.  

Sicuro è che viviamo in una società, dove lo scontro tra i briganti borghesi alla fine andrà a coinvolgere l’intero pianeta, disastrosamente. 


 

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SCONTRO TRA BORGHESIE-

 

LITE  TRUMP-MERKEL

Trump minaccia di alzare i dazi alle importazioni europee in Usa. Contesta a Berlino di non pagare per intero le quote delle spese NATO e critica la Germania per il legame troppo stretto con la Russia di Putin

 

(traduzione da "Der kommunistische Kampf" - maggio  2018)

 

 

 

15 maggio 2018

 

Così il ‘Tagesschau’ del 20 aprile 2018 nel sottotitolo ‘LITE CONTINUA CON GLI USA”:“Il tema delle spese per la difesa non minaccia solo di diventare lite nella Groβe Koalition. La politica estera offre sempre soprattutto agli USA il pretesto di critica alla politica tedesca. Prima ancora che la cancelliera Angela Merkel fosse accolta alla Casa Bianca il presidente degli Usa Donald Trump ha punzecchiato: la Germania paga per la difesa solo l’1% del Pil, l’America paga quasi il 4%. Gli Stati Uniti sopportano 80% dei costi NATO. Dal punto di vista del presidente Usa un ingiusto fardello. Il tema suonava uguale nell’incontro di Trump con la Merkel lo scorso anno: in quell’occasione Trump accusava la Germania di essere debitrice alla NATO di enormi somme”. 

  

 

L’evidenza dimostra che negli ultimi mesi l’attività in politica estera del presidente Trump ha subito una notevole accelerazione: innalzamenti dei dazi doganali alla Cina per centinaia di miliardi, bombardamento missilistico sulla Siria, minaccia di aumento dei dazi doganali per l’Europa, uscita dall’accordo sull’atomico con L’Iran.

Nel recente documento di gennaio, il “National Defense Strategy”  (il documento di Difesa Strategica Nazionale americano) l’Amministrazione Trump dichiara apertamente Russia e Cina come “primo pericolo” per gli Stati Uniti. Non era mai avvenuto prima. L’innalzamento dei dazi contro la Cina quindi, il bombardamento contro la Siria come avvertimento alla Russia e la rottura dell’accordo sull’atomico con l’Iran - paese sotto protettorato russo, vengono interpretati in questa prospettiva di Cina e Russia come “primo ostacolo”. Ma la minaccia di alzare i dazi contro l’Europa sembra non aver alcun senso in questo schema, essendo gli europei alleati degli Usa.

Sono sorte quindi le interpretazioni. 

E’ nei fatti che Trump sta alzando lo scontro contro Russia e Cina. Questo spiega l’aumento considerevole della spesa militare dell’Amministrazione Usa già messa in programma. In contemporanea si assiste alla chiamata di Trump ai paesi aderenti NATO per una maggiore coesione

 

 

e unità militare. Lo scopo del presidente è coalizzare un forte blocco anti cinese-russo. Su questo obbiettivo Trump sta premendo perchè tutti gli alleati NATO aumentino le loro spese militari, spingendo perfino il Giappone a riarmarsi permettendo al governo di Tokio di modificare la Costituzione che, dopo aver perso la 2° guerra mondiale, su imposizione Usa prevede il divieto di riarmo. 

La polemica e la pressione di Trump contro la Germania, che si dimostra indecisa nell’aumento della spesa militare sul Pil e di coprire le quote di spese NATO (come riporta il ‘Tagesschau’), rientra senz’altro in questa logica di stringere il blocco anticinese-russo. E in questo contesto la minaccia dell’aumento dei dazi Usa contro l’Europa, ma soprattutto contro la Germania, viene usata da Trump, come gli esperti ritengono, come strategia, sistema di ricatto, per indurre l’imperialismo tedesco a seguire senza esitazione le pressioni Usa di riamo nazionale e gli obbiettivi americani.

 

MA UN FORTE OSTACOLO ALLA STRATEGIA TRUMP ANTI-CINA E RUSSIA E’ IL LEGAME DI FAVORE ECONOMICO-POLITICO ESISTENTE TRA I GRANDI GRUPPI ECONOMICI-FINANZIARI TEDESCHI E LA RUSSIA. 

E’ stato per questo motivo, per non incrinare il vantaggioso rapporto con la Russia e i grassi affari che ne derivano, che i governi tedeschi si sono astenuti di seguire l’America nell’invasione dell’Iraq nel 2003, essendo allora Saddam Hussein grande amico e ben collegato ai russi. Così come durante la guerra civile in Ucraina nel 2016, il governo tedesco, pur appartenendo allo schieramento degli occidentali, si è opposto decisamente, fermandolo, all’intervento militare Nato a fianco del governo ucraino di Kiev filoccidentale, contro i separatisti ucraini della regione del Donbass, essendo i separatisti sostenuti dai russi. Anche recentemente il governo di Berlino, all’inizio della guerra in Siria, si è astenuto dall’intervenire a fianco degli Usa e occidentali, i quali con il pretesto di combattere gli jihadisti in realtà combattevano contro il governo siriano di Damasco sostenuto apertamente dai russi. Solo quando Russia e Stati Uniti si sono accordati per la spartizione della Siria, solo allora la Groβe Koalition di Berlino ha dato il via libera al proprio intervento militare in Siria. 

In sostanza, ogni qualvolta in una guerra, direttamente o indirettamente, la NATO combatte contro la Russia, i governi tedeschi si sono sempre opposti ad intervenire militarmente contro Mosca.

Come prima Obama, adesso anche Trump prova a incrinare il forte rapporto Germania-Russia. Trump è senz’altro più motivato rispetto Obama in questo obiettivo, visto che adesso gli Usa hanno dichiarato apertamente Russia e Cina come “pericolo principale” per gli interessi americani nel mondo.

Le tensioni tra gli imperialismi si stanno chiaramente accrescendo. Anche i marxisti devono intensificare la formazione delle organizzazioni rivoluzionarie per prepararsi ai momenti catastrofici che inevitabilmente le sfide tra imperialismi causeranno.


 

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-SVOLTA CON ACUTIZZAZIONE NELLO SCONTRO TRA BORGHESIE-

Il contenuto del documento “National Défense Strategy” del gennaio 2018 approvato dal Congresso:

IL GOVERNO AMERICANO DICHIARA UFFICIALMENTE CINA E RUSSIA  PRIMO PERICOLO PER GLI USA 

La dichiarazione viene valutata come risposta alla decisione

di Cina e Russia di introdurre il Petro-Yuan e all’asserzione del presidente cinese Xi Jinping di ritenere sia tempo che la Cina

“prenda il centro della scena mondiale”. 

                                                                                      (traduzione da "Der kommunistische Kampf" - aprile 2018)

 

15 marzo 2018

La lotta interimperialista tra le più potenti borghesie del mondo sembra stia par entrare in una fase di acutizzazione. E’ uno scontro tra giganti imperialisti da non sottovalutare, ha già prodotto 2 guerre mondiali e un’infinità di conflitti locali che continuano fino ai giorni nostri. 

Mentre in Cina il governo a capitalismo di stato afferma per bocca del suo presidente Xi Jinping che il colosso asiatico deve svolgere un ruolo di primo piano nel mondo (intendendo con ciò di sfidare in aperta concorrenza gli Usa) pianificando un armamento “di classe mondiale” nel giro di un 20ennio, negli Usa in gennaio il Congresso ha approvato il documento “National Defense Strategy” (NDS), il documento di Difesa Strategica Nazionale. Il NDS in realtà era già stato pensato nei primi mesi del 2017 dalla nuova Amministrazione Trump, per lasciarlo poi valutare dal Congresso americano. Questo documento ufficiale è il secondo atto che il Congresso approva dopo l’elezione di Trump. Precede il primo, il “National Security Strategy”  e anticipa il terzo ed ultimo programmato, il “National Militari Strategy”. Tutti e tre questi documenti  annunciano la svolta della strategia in politica estera dell’imperialismo americano.

Così come nel precedente documento di dicembre, anche nel “National Defense  Strategy”  di gennaio viene ripetuto ufficialmente come per gli Usa il pericolo principale per la salvaguardia dei propri interessi nel mondo siano Cina e Russia. Una svolta di notevole e non  secondaria importanza per la scena mondiale.

Tutti i precedenti presidenti, Obama compreso, avevano prodotto documenti ufficiali strategici durante i loro mandati, dove dichiaravano quali sarebbero state le linee principali del loro futuro operato. E mentre per Obama il pericolo principale era “il terrorismo”, per Trump questo pericolo passa adesso in secondo ordine assieme agli “Stati canaglia Nord Corea e Iran”.

Come tutti gli specialisti sottolineano, non è mai successo negli ultimi decenni che un governo americano fosse così esplicito nel dichiarare apertamente Cina e Russia come principale pericolo. Se quanto enunciato nel documento di Difesa Strategica si confermerà nel futuro come politica estera pratica, assisteremo ad una svolta pericolosamente radicale dell’imperialismo Usa.

Quanto specificato all’interno del documento conferma l’atteggiamento aggressivo Usa e non lascia intravedere niente di tranquillo. Viene risaltato il bisogno di aumento consistente dell’armamento militare Usa, sottolineando  la necessità del rinnovamento tecnologico continuo delle armi. Si auspica, si richiede una più stretta e maggiore collaborazione con gli alleati, fornendo loro una maggiore quantità di armi, soprattutto tecnologiche, maggiore aiuto logistico e così via. Inoltre si allertano le basi militari americane in giro per il mondo, anche le più piccole, di tenersi pronte per l’azione.

E’ la risposta americana al governo dell’imperialismo cinese e russo che hanno introdotto il Petro-Yuan (come riportato a fianco), Petro-Yuan che rappresenta per gli Usa una sfida di importanza globale e senza precedenti nella storia del dopoguerra. Aggiunto al fatto che il presidente Xi Jiang Pin durante il 19° Congresso del PC cinese in ottobre ha dichiarato che per la Cina è tempo che “prenda il centro della scena mondiale”, e con toni decisi aggiunto: ““Una forza militare è costituita per combattere”, e poi affermato: “i soldati cinesi devono sentirsi pronti a sacrificare la loro vita per il paese”. Frasi che prefigurano un’atmosfera non proprio di pace.

Ma negli Usa il documento  “National Defense Strategy” può essere l’ennesima esternazione di Trump, come lo sono state tante altre, oppure è qualcosa di più serio?  E’ la domanda che tanti si pongono.

Il fatto che il proclama sia stato approvato dal Congresso americano, cioè dalla maggioranza dei democratici e repubblicani, ci porta a pensare che il documento non sia l’ennesima sparata umorale del Tycoon per ricevere gli applausi dei suoi elettori. A nostro avviso è un fatto rilevante, da non sottovalutare e da considerare seriamente. I centri studi strategici politici americani (i think tank) vedono già da molto tempo nell’ascesa dell’imperialismo-colosso cinese un pericolo. La discussione in America su come ostacolare l’ascesa del gigante asiatico, in modo che non eroda il potere Usa nel mondo, è accesa e presente già da un paio di decenni. Però “Cina come primo pericolo” non era mai apparso così esplicito nei documenti ufficiali delle varie Amministrazioni Usa.

Se nel primo documento di dicembre, il “National Security Strategy”, il governo dell’imperialismo americano descrive la sua visione del mondo dichiarando i suoi interessi strategici sul pianeta e ne individua i pericoli, e nel secondo di gennaio (cioè questo, il “National Defence Strategy”) descrive le alleanze e il tipo di armamento con cui si vuole dotare, probabilmente nel terzo e futuro documento, il “National Military Strategy”, verranno indicate le zone nel mondo dove si vorrà sfidare i due pericolosi concorrenti Cina e Russia.   

Stando ai documenti ufficiali e alle dichiarazioni pubbliche si coglie forte la percezione che la tensione tra i giganti imperialisti stia aumentando. Sarà strategia di intimidazione reciproca oppure realtà? I fatti futuri ci diranno a che punto lo scontro è arrivato.   

-SCONTRO TRA BORGHESIE-

DAZI COMMERCIALI CONTRO CINA:

INIZIATA UNA BATTAGLIA SENZA PRECEDENTI TRA IMPERIALISMO USA E CINESE

(traduzione da "Der kommunistische Kampf" - aprile 2018)

 

Marzo 2018 

 

Come mai proprio adesso il governo americano guidato da Trump inizia una massiccia ed inedita guerra commerciale di notevoli proporzioni contro la Cina, dagli esiti imprevedibili?

Trump accusa l’imperialismo cinese di concorrenza sleale, che stia rubando brevetti tecnologici alle imprese americane nelle società miste cino-usa (Joint-Venture).  

Ma è da più di 30 anni che le Joint-Venture cinesi-americane esistono. E questo tipo di società industrial-bancarie americane non esistono solo con le imprese cinesi, ma anche nel rapporto con le indiane, brasiliane, africane, asiatiche, europee, ecc. Come mai allora proprio adesso e solo adesso viene mosso la pesante accusa contro la Cina? 

E’ evidente che è solo un pretesto. Da marzo le borghesie cinese e russa, in accordo con i paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) ha lanciato sul mercato internazionale il PETRO-YUAN cinese, una valuta commerciale che ha lo scopo di sostituire il dollaro nei pagamenti internazionali di petrolio. Lo yuan cinese che sostituisce il dollaro nelle transazioni di petrolio viene definito dagli esperti un “evento epocale”. Visto la sfida “epocale” cino-russa in corso, tutti si aspettano la reazione americana.

Per es. il 27 settembre dello scorso anno il giornalista Mauro Bottarelli analizzando il sopraggiungere  del Petro-Yuan cinese, nell’articolo Fra 2 mesi la Cina lancerà il petro-yuan e gli Usa dovranno reagire: ecco l’unica notizia che conta” si poneva la domanda: 

 

“Possono gli Stati Uniti, intesi come complesso bellico-industriale di riferimento, accettare una sconfitta epocale simile? No!”    era la sua conclusione.

 

E la RISPOSTA dell’Amministrazione Trump non si è fatta attendere.

Ed ecco, con grande risonanza di media, arrivare una massiccia serie di dazi per 60 miliardi di $ contro la Cina. Una evento economico-politico di non poco conto. Viene quindi iniziata una violenta guerra commerciale che, si sa, gli esiti sono del tutto imprevedibili. “Ed è solo l’inizio” precisa Trump.

Infatti ad inizio aprile è arrivata la seconda bordata di dazi contro la Cina, questa volta ancor maggiore, di 100 miliardi.

Quindi lo scontro sul globo tra borghesie, tra predoni imperialisti ai massimi livelli, sembra aver inizio.

Ma le grandi imprese americane, le grandi banche, dichiarano non  essere d’accordo con l’iniziativa di Trump. “Le multinazionali degli Stati Uniti mettono in guardia Trump dai dazi contro la Cina” titola il “Tagesschau” il 19 marzo, il sito ufficiale della tv di stato tedesca. Aggiunge “Der Spiegel”, la più grande rivista tedesca, lo stesso giorno: ”Le multinazionali americane protestano contro Trump per i dazi contro la Cina”. 

I grandi gruppi industriali Usa valutano nella decisione Trump l’aprirsi di una grande guerra commerciale protezionista contro l’imperialismo cinese che li danneggerà considerevolmente. Sono quindi del parere che questo tipo di risposta sia assolutamente sbagliata.  

L’ESEMPIO DEL ’93. In passato nel 1993, le dirigenze borghesi cinesi avevano già provato a sostituire il dollaro con lo Yuan nel pagamento del petrolio. Ma l’operazione era fallita, avevano dovuto fare marcia indietro e rinunciare per eccesso di volatilità della propria moneta. In altre parole lo Yuan cinese era stato messo così sotto attacco speculativo dall’OPEC (Organizzazione Produttori di Petrolio) e dalle potenze occidentali, causando alla moneta cinese oscillazioni così forti, che gli investitori stranieri non hanno avuto interesse ad utilizzarla nelle transazioni (pagamento) del petrolio. Ma adesso la situazione è ben diversa rispetto al passato, sottolineano gli esperti. La potenza economica della Cina ha quasi raggiunto quella americana e le dirigenze cinesi hanno fatto tesoro dell’esperienza negativa del passato. Perciò in questa nuova occasione sarà molto difficile per le borghesie occidentali e soprattutto americana far naufragare la manovra del Petro-Yuan cinese.

Quindi prevediamo che negli Stati Uniti, dove si ritiene incompetente la risposta governativa contro la Cina, si intensificherà adesso un altro grande fronte di battaglia interno (presente però già da tempo): quello dei grandi gruppi economici americani contro il proprio presidente Trump, per fermarlo dalla sue iniziative ingenue e boomerang.   

Anche la reazione di Trump a metà marzo sull’espulsione dei 23 diplomatici russi classificati come spie, come contromisura al presunto avvelenamento a Londra di una ex spia russa, costringendo anche tutti gli altri paesi Nato alleati a seguirlo nell’iniziativa, viene visto dagli analisti come iniziativa smisurata, esagerata, una non competente risposta di Trump all’introduzione del Petro-yuan.  

Bisogna aver presente che le grandi banche e agglomerati di imprese sono anche i proprietari dei grandi mezzi di informazione, tv e giornali, e che negli Stati Uniti dirigono anche (come dappertutto) consistenti correnti politiche all’interno dei partiti, come i democratici che i repubblicani. Quindi tutte queste componenti messe assieme saranno scagliate dai grandi gruppi economici bancari, con vari motivi e pretesti, contro Trump, coinvolgendo e dirigendo nella scontro masse enormi di popolazione.  

E’ appunto in questa situazione di lotta contro il ritenuto Trump ‘dilettante’ presidente imperialista che collochiamo anche le grandi manifestazioni contro il “libero uso delle armi” avvenute in America il 24 marzo, con proteste che hanno visto il coinvolgimento di masse oceaniche di persone. In questo grande scontro con la Cina, vediamo nella strumentalizzazione, nel fomentare da parte dei grandi mezzi di informazione, il riacutizzarsi della lotta della grande imprenditoria Usa contro Trump, nel tentativo di liberarsi dal presidente “incompetente” nel perseguire i loro interessi capitalisti.

Come più volte precisato, per i marxisti il presidente Trump, come tutti i presidenti, è certo un rappresentante della borghesia, dei grandi capitalisti, e non il rappresentante della popolazione proletaria. Ma anche un presidente borghese come Trump che vince le elezioni e si mette al servizio dei suoi colleghi capitalisti, può essere considerato da essi come un “timoniere” non adatto a perseguire i loro interessi.

Pensiamo che sarà riservato al mondo, ancora una volta, un futuro di scontro sempre più feroce tra borghesie


 

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SCONTRO TRA BORGHESIE – UNO SGUARDO NEL FUTURO

 

PETRO-YUAN CINESE CONTRO PETRO-DOLLARI,

UNA BOMBA NELLO SCENARIO INTERNAZIONALE ! 

Da marzo  Cina, Russia, Iran, Venezuela, Corea del Nord e Pakistan (e altri paesi sono pronti a seguirli) usano nei loro scambi reciproci non più il dollaro, ma lo Yuan cinese. In pratica inizia quella che viene definita la “de-dollarizzazione”.

 

COME REAGIRA’ L’IMPERIALISMO AMERICANO?

 

“Tutte le popolazioni del MENA (Medio Oriente-Nord Africa) hanno capito cosa successe quando l’Iraq di Saddam Hussein decise di vendere petrolio in euro, o cosa successe quando Muammar Gheddafi progettò di emettere un dinaro d’oro pan-africano”.

                                                                                                                 Pepe Escobar  “LA BOMBA DEL PETRO-YUAN” (in comedonchisciotte.org29 dic 2017

 

 

L’IMPERIALISMO CINESE PENSA DI POTER IMPORRE AGLI USA IL PETRO-YUAN, USANDO COME FORMA DI RICATTO A EVENTUALI REAZIONI, LA QUOTA CONSISTENTE DI

     DEBITO PUBBLICO AMERICANO CHE DETIENE E LE ALTISSIME RISERVE IN DOLLARI CHE HA NELLE SUE BANCHE, CHE SE NECESSARIO, IN CASO DI REAZIONE DELLA                  POTENTE BORGHESIA DI WASHINGTON, PUO’ RIVERSARE SUL MERCATO INTERNAZIONALE CAUSANDO UNA SPECIE DI BANCAROTTA USA.                                          

 

 

 marzo 2018                       (traduzione da "Der kommunistische Kampf" - gennaio 2018)

 

Cose di non poco conto si stanno accumulando nel mondo nello scontro tra borghesie, cose che sconvolgeranno il prossimo futuro con conseguenze del tutto imprevedibili, probabilmente anche militari.  

Stranamente però fatti così sensazionali nei rapporti mondiali stanno passando quasi sotto silenzio dai mezzi di informazione di massa. Molti analisti si chiedono il perché: “L’inizio del crollo del dollaro sembra un evento così impossibile?”  oppure … “Viene taciuto di proposito?” Comunque sia, le riviste finanziarie ed economiche specializzate occidentali sono super allarmate di un tale cambiamento. Per chi leggerà per intero gli articoli qui sotto citati troverà una marea di dettagli interessanti. Noi, costretti da comprensibili ragioni di spazio, ne riportiamo i tratti essenziali.

 

L’articolo soprariportato, “La Cina suona, con l’introduzione del ‘Petro-Yuan’, la campana da morto al dominio globale del dollaro”, dopo aver sottolineato che con l’introduzione del Petro-Yuan è iniziato il declino del dominio del dollaro americano, pone l’accento sul fatto che la vera forza della moneta cinese è la sua convertibilità in oro. In pratica un paese che vende il suo petrolio alla Cina e riceve in cambio Yuan, può, se lo vuole, convertire la valuta Yuan in oro. Questo da un peso notevole allo Yuan stesso, in quanto se un affarista vuole proteggersi dalle speculazioni sulla valuta, può ripararsi comprando oro nelle borse di Hong Kong e Shanghai, di cui le banche cinesi è noto esserne strapiene.

Altro punto importante riportato, è che nazioni come Russia, Iran, Venezuela, Corea del Nord, aderendo al nuovo Petro-Yuan hanno adesso la possibilità di aggirare, di neutralizzare, le sanzioni che Usa e europei hanno loro imposto. Gli analisti, anche se scettici sull’effettiva riuscita della manovra cinese di escludere il dollaro dalle loro transazioni, intravedono però in questa iniziativa cinese l’inizio della futura decadenza del dominio del dollaro e degli Usa.

Alla fine l’articolo, riporta la citazione di Putin dopo il vertice dei BRICS in settembre a Xiamen in Cina di pieno appoggio all’operazione Petro-Yuan: “La Russia condivide le preoccupazioni dei paesi BRICS sull’ingiustizia dell’architettura dell’economia e della finanza globale, che non tiene in considerazione il peso crescente dei paesi emergenti. Siamo pronti alla collaborazione con i nostri partner per accelerare una riforma delle regole internazionali nell’ambito della finanza, per superare un’eccessiva dominanza che pone il limite alle riserve di valuta.”  In altre parole Putin sostiene che è giunto il momento che i paesi emergenti (Cina, India, Russia, ecc) sostituiscano nelle reciproche transazioni commerciali, il dollaro con le proprie monete.  

Questo secondo articolo “Il Petro-Yuan sposterà il dollaro Usa dal trono delle riserve mondiali?” dopo aver sottolineato che i paesi occidentali per il momento hanno deciso di ignorare una NOTIZIA BOMBA di questa portata e come gli investitori internazionali saranno fortemente attratti dal nuovo Petro-Yuan, si sofferma sul fatto che l’operazione Petro-Yuan non è un’iniziativa fine a se stessa, ma “una promozione di largo respiro nell’agenda di Pechino”.  Si intende che, se da una parte l’imperialismo cinese si propone a livello globale di sostituire con lo Yuan il $ americano nel commercio internazionale del petrolio, dall’altra l’operazione è “parte integrante della strategia One Belt One Road” [La nuova via della Seta] con l’obbiettivo di inserirsi pienamente “nel continente asiatico, Medio Oriente compreso”. Per questo motivo gli analisti “valutano che le riserve di Renminbi [Yuan] dovrebbero espandersi velocemente e massicciamente nelle banche centrali”.

Anche questo articolo tedesco è del parere, come il brasiliano  Pepe Escobar, che “il presidente cinese non si lascerà sgombrare [sopraffare] allo stesso modo come successo a Saddam Hussein in Iraq che voleva vendere il petrolio in euro, o come Gheddafi in Libia che voleva introdurre il dinaro d’oro”. In altre parole, l’imperialismo cinese non sarà disposto a sottomettersi a fronte di una eventuale reazione americana, ma reagirà.

Infine anche questo testo rileva che “i BRICS hanno dato il loro benestare al Petro-Yuan nel loro recente incontro a Xiamen”, vale a dire che anche l’India ne è favorevole.

In questo articolo La Bomba del Petro-Yuan”, veramente interessanti sono le riflessioni riportate al tema dal giornalista brasiliano Pepe Escobar. Anche lui vede nell’evento eccezionale il “fatto che si sta implementando una nuova ed enorme zona che usa riserve alternative al dollaro Usa, bypassandolo”, e riporta che “Mosca sta lanciando la sua prima vendita di obbligazioni governative per un miliardo di dollari, denominata in Yuan. Mosca del resto ha messo ben in chiaro il suo impegno in una strategia a lungo termine che prevede la dismissione dell’uso del $ Usa come valuta principale nel commercio globale, posizionandosi a fianco di Pechino verso quello che potrebbe essere definito UN SISTEMA DI SCAMBIO POST BRETTON-WOODS.” . Quindi un evento eccezionale, di non poco conto nello scontro tra borghesie.

Anche Escobar, come gli altri specialisti, sottolinea il fatto basilare della convertibilità in oro dello Yuan per la riuscita dell’operazione, come elemento “essenziale in questa strategia”, in quanto garanzia di sicurezza per gli investitori internazionali.   

Escobar vede nel futuro uno Yuan, che nell’interesse cinese-russo, dovrà sostituire il $ per creare “un’enorme zona” euroasiatica sotto influenza cino-russa. UN CABIAMENTO EPOCALE, se questo riuscirà. Il tutto, nell’intenzione della borghesia cinese, attraverso il piano strategico del ‘One Belt One Road’. Escobar descrive minuziosamente in questo articolo l’ambizioso programma cinese della famosa ‘Nuova Via della Seta’:  Nel 2018, saranno messi a punto sei importanti progetti della BRI [Belt & Road Initiative-n.d.r] : la ferrovia ad alta velocità Jakarta-Bandung, la ferrovia Cina-Laos, la ferrovia Addis Abeba-Gibuti, la ferrovia Ungheria-Serbia, il progetto Melaka Gateway in Malesia e il potenziamento del porto di Gwadar in Pakistan. La HSBC [colosso bancario europeo –n.d.r] stima che la BRI nel suo complesso,  con la propria attività  genererà ogni anno non meno di 2,5 trilioni di dollari di valore addizionale.  È importante tenere a mente che la “Belt” nella BRI dovrebbe essere vista come una serie di corridoi che collegano la Cina orientale con le regioni ricche di gas o petrolio dell’Asia centrale e del Medio Oriente, mentre le “roads” presto serviranno a far arrivare l’oro scavato nelle miniere dalle regioni che le attraversano, grazie alle ferrovie ad alta velocità”.  Si può senz’altro aggiungere che non solo le infrastrutture sopramenzionate saranno “corridoi” per far giungere elementi energetici e oro all’imperialismo cinese, ma saranno anche i “corridoi” necessari sui cui far scorrere la vendita di industrie e grandi impianti da parte cinese verso i paesi asiatici citati in fase di forte sviluppo.

Di fronte a tutto ciò, l’imperialismo americano starà a guardare?

Escobar vede come prima contromossa Usa al Petro-Yuan la NSS (National Security Strategy) il documento governativo approvato dal congresso Usa in dicembre. Così Escobar: ”La NSS promette da parte sua di preservare “la pace con la forza”. Dato che Washington attualmente dispiega non meno di 291.000 soldati in 183 paesi e, nel solo 2017, ha inviato Operazioni speciali in non meno di 149 nazioni, è difficile sostenere che gli Stati Uniti siano un paese in “pace”, specialmente se la NSS cerca di canalizzare ancora più soldi verso il complesso industriale-militare”.

Ma Mauro Bottarelli nell’articolo del 27 ott. 2017: Fra 2 mesi la Cina lancerà il petro-yuan e gli Usa dovranno reagire: ecco l’unica notizia che conta” è ancora più esplicito sulle possibili reazioni americane:

“Possono gli Stati Uniti, intesi come complesso bellico-industriale di riferimento, accettare una sconfitta epocale simile? No!”    è la sua conclusione.

E prosegue: “E questo spiega sia l’attacco alla Clinton e a tutto il vecchio entourage democratico – compreso, per ora solo in parte, Barack Obama – da parte del Washington Post per i due vecchi scandali, e sia il silenzioso allargamento della fronda congressuale contro Donald Trump: dopo John McCain, ora è infatti il turno di Bob Corker, autorevole presidente della Commissione esteri e Jeff Flake di attaccare a palle infuocate il presidente, ritenuto “inadatto” a guidare la nazione e reo proprio di aver minato la leadership USA nel mondo”.

ROTTA DI  COLLISIONE:  enormi cambiamenti con conseguenze imprevedibili sono alla porta.. Esiste un mondo in movimento, da studiare, analizzare e descrivere, su cui poi doversi rapportare. L’introduzione del Petro-Yuan e la conseguente de-dollarizzazione non sono eventi da sottovalutare o ignorare. Se proseguiranno segneranno l’instabile futuro dello scontro tra capitalisti.

 


 

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SCONTRO TRA GRANDE IMPRENDITORIA E TRUMP

E LA QUESTIONE DEI DIRITTI

-CIO’ CHE CARATTERIZZA LA POLITICA AMERICANA OGGI- 

I DIRITTI DELLE PERSONE PRESI A PRETESTO PER COMBATTERLO

                                                          

          (traduzione da "Der kommunistische Kampf" - gennaio 2018)

 

 

Martin Ganslmeier l’8 nov. sul Tagesschau attacca il presidente americano Trump: “Le uniche linee fin qui riconoscibili sono ‘l’America per prima!‘ e ‘Via dall’eredità di Obama!’. Tutto quello che Obama aveva costruito Trump lo abbatte, indifferentemente se è ’L’accordo di Parigi sul Clima’, o ‘L’accordo sul nucleare con l’Iran’, o il ‘Programma per la protezione dei bambini degli immigrati illegali”. Non sono solo i grandi agglomerati finanzial-industriali americani che continuano nell’attacco a Trump suoi loro grandi mezzi di informazione e non lo tollerano come guida al governo americano (il loro governo) nonostante lui stesso sia un grande impresario e possegga patrimoni ingenti, ma anche la stampa europea lo disapprova costantemente. E’ la politica estera che persegue che non trova il loro consenso. Prosegue Ganslmeier: “In politica estera Trump non ha una chiara strategia. In Asia lascia la Cina andare avanti. Vuole rigettare il NAFTA (l’Accordo Nordamericano di Libero Scambio) se il Canada e il Messico non si piegano alle sue condizioni. L’Europa è più fortunata. I consiglieri di buonsenso che stanno dietro a Trump gli hanno detto chiaramente come la NATO sia importante. Trump d’istinto è meno legato all’Accordo Transatlantico e ancor meno all’Unione Europea. E il rapporto con la Russia, diversamente da come Putin auspicava, è peggio che mai, visto che l’inchiesta Mueller fa ombra sulla Casa Bianca”  Ripetutamente, Trump viene considerato dai vertici capitalisti un non esperto, un populista, imprevedibile e non consono per i loro interessi strategici internazionali. In altre parole Trump fa perdere loro soldi. L’attacco contro di lui perpetrato da i loro enormi media, tv e giornali è perciò continuo, implacabile, mettendolo in cattiva luce su qualsiasi cosa egli dica o faccia. E’ questo il tratto caratteristico che imprime oggigiorno il ciclo politico americano con questo presidente, non altro. 

La risposta di Trump alle accuse dei suoi colleghi-nemici imprenditori è che le notizie diffuse dai  mezzi di informazione sono “fake news” (“fake news: notizia falsa o bufala, indica articoli redatti con informazioni inventate, ingannevoli o distorte, resi pubblici nel deliberato intento di disinformare o diffondere bufale attraverso i mezzi di informazione tradizionali o via internet, per mezzo dei media sociali” – Wikipedia), quindi notizie false, ingannevoli, costruite apposta per screditarlo. Controbatte portando a suo favore i dati economici positivi che gli Usa stanno godendo dopo la sua elezione: un Pil in forte crescita e diminuzione della disoccupazione e ripete il suo operato mostrando le promesse elettorali mantenute, come la lotta contro l’immigrazione illegale, le vittorie sull’Isis, la nuova riforma fiscale, l’accordo bilaterale con la Cina, ecc. Fa parte del suo gioco, per accreditarsi davanti al mondo, ma soprattutto verso i suoi elettori interni ( “Mi darei un 10”  aveva affermato durante l’occasione dei festeggiamenti dei suoi primi 100 giorni di governo).

 

Nella sua visuale Trump è super convinto che la sua politica sia un vantaggio per l’America, e soprattutto per i profitti dei grandi gruppi imperialisti americani. 

e soprattutto per i profitti dei grandi gruppi imperialisti americani. Ma quest’ultimi non sono di questo parere, come i loro media dimostrano. Per loro è senz’altro la politica perseguita dei precedenti presidenti Bush e Obama la più conveniente e più efficace, politica che corrispondeva alle posizioni tenute in campagna elettorale dalla Clinton e che praticamente tutti i grandi gruppi economici avevano supportato. Trump per dimostrare il suo interesse e attirare il consenso dei suoi oppositori-colleghi industrial-bancari ha varato anche la riforma fiscale che regala loro molti miliardi. Il mondo impresario ha apprezzato. A conferma di ciò, sia i Democratici che i Repubblicani non hanno posto nessuna grande opposizione alla nuova legge che è perciò passata. Ma questo però non ha cambiato la loro posizione sulla sua politica estera e l’attacco mediatico contro di lui sui più svariati pretesti è proseguito. Anche la questione delle molestie sessuali dei grandi personaggi dello spettacolo contro le donne, partita proprio dagli Stati Uniti e poi estesasi in tutta Europa, potrebbe essere alla fine indirizzata a colpire lui, il presidente, visto che diverse donne dichiarano di essere state molestate in passato da Trump, per farlo dimettere. 

In questa contesa tra grande borghesia (e i suoi media) contro il loro non accettato presidente, le masse proletarie continuano ad essere coinvolte, manovrate, sospinte, accese e anche divise. Tematiche sensibili usate contro di lui come gli immigrati, i diritti (donne, minoranze, gay) infiammano quella parte di popolazione che non tollerano queste discriminazioni, mentre l’altra parte di elettorato concorda con lui e lo applaude.

Mentre regala miliardi ai ricchi banchieri e imprenditori non si registra invece nessuna reazione e contestazione contro l’Amministrazione da parte delle masse e dei sindacati su tematiche di classe come i salari, dove in Usa sono molto bassi, o sul lavoro precario soprattutto giovanile, che è alle stelle. Anche contro le guerre assistiamo alla mancanza di contrapposizione politica proletaria. Le proteste seguono fedelmente le contestazioni che i grandi media muovono contro il presidente a conferma dell’influenza e dell’influsso potente che i mezzi di informazione svolgono.

Diventa quindi evidente come le giuste tematiche sui diritti siano solo usati, strumentalizzati, presi come pretesti pubblici per far dimettere il presidente. I grandi gruppi economici, prenderebbero ad appiglio senza scrupoli qualsiasi cosa pur di far dimettere il presidente non voluto. Vedremo poi alla fine come andrà a finire.  

Ai borghesi, nel gioco capitalistico, poco importa se la politica dei (loro) governi nel paese siano razzisti o a favore dei diritti. Non ha nessuna importanza. Fondamentale per i loro interessi è che le masse lavoratrici vengano controllate dai partiti (destra, centro, populisti o di sinistra) a seconda del vento politico che tira, e che continui alla meglio il meccanismo dello sfruttamento, per far profitto.  

I marxisti naturalmente sono a favore dei diritti. E’ però chiaro che i diritti delle persone potranno trovare la loro piena realizzazione solo in una società diversa, superiore, socialista,  non certo nella società capitalista. Nell’attuale società i diritti delle persone potranno trovare solo una situazione instabile e venir regolarmente utilizzati dai partiti, chi a favore o chi contrario, solo per opportunità, per raccogliere voti nella corsa per il governo, dove una volta giunti immancabilmente lavoreranno, come la quotidianità ci dimostra, a favore dei capitalisti per lo sfruttamento dei lavoratori stessi.



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