STATI UNITI

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Scontro tra imperialismi.

COME MAI BIDEN SEGUE

TRUMP NELL’AGGRESSIVITA’ CONTRO LA CINA ?

 

E’ LANALISI MARXISTA CHE CI DA LA POSSIBILITA’ DI COMPRENDERE

 

     

 

Sembrava che Biden fosse diverso da Trump. Che con la Cina avesse un rapporto più amichevole, non di attacco feroce come avveniva con Trump.

Ma non è andata così. Il finto rapporto amichevole che Biden ostentava in campagna elettorale era evidentemente solo una tattica, per non mostrarsi aggressivo, e così prendere voti. Adesso che le elezioni sono passate Biden può mostrarsi per quello che veramente è, sia in politica interna con il respingimento degli immigrati, che in politica estera attaccando duramente la Cina.

Biden, nel rapporto con la Cina, non mostra alcuna differenza dal tanto criticato Trump perchè è esattamente come il suo “rivale”. Biden, Trump e poi Obama, come tutti gli altri precedenti presidenti americani, non hanno mai rappresentato le grandi masse anche se lo hanno votato, ma sono gli esecutori dei grandi interessi imperialistici americani, delle grandi multinazionali americane, della finanza speculatrice, delle enormi imprese economiche. E’ quindi fisso nella sua logica politica (ovviamente non ufficialmente dichiarata) porsi nella strenua difesa di questi interessi capitalistici.     

E’ la dirompente ascesa dell’imperialismo cinese che oggi fa si il che Dragone sia diventato il pericolo numero uno per gli interessi globali delle grandi compagnie affaristiche americane. Perciò Biden, proprio con Trump, come esecutore di questi interessi attacca la Cina.

E le impressionanti iniziative internazionali cinesi mostrano chiaramente come l’imperialismo di Pechino si stia contrapponendo frontalmente agli interessi americani:    

 

-           In Asia: con l’accordo RCEP ha recentemente costruito la più grande zona di libero scambio esistente sul pianeta - in contrapposizione, sempre in Asia, all’accordo TPP gestito dagli USA.  

-           In Africa: instaura rapporti economici, commerciali e finanziari praticamente con quasi tutte le nazioni del continente, e con alcune di loro nelle transazioni ha addirittura cominciato ad eliminare il dollaro sostituendolo con la propria moneta yuan. Gli europei che in Africa hanno sempre avuto una posizione dominante, si trovano ora a svolgere un ruolo  secondario gridando al pericolo “giallo”.

-           In Medio Oriente: la Cina ha stipulato recentemente con l’Iran un accordo di investimenti 25nnale in cambio di petrolio a basso prezzo, inserendosi in quest’area strategica per l’energia. Area dove fino ad adesso gli Stati Uniti l’han sempre fatta da padroni indisturbati.     

-           Petro-yuan: anche qui, nei pagamenti per le transazioni del petrolio, nel rapporto con alcuni stati (Russia, per es) Pechino ha cominciato ad eliminare il dollaro come moneta di pagamento  (come sempre avvenuto fino ad ora) sostituendolo con il proprio yuan.

-           Via della seta: enorme progetto, dove il governo cinese sta costituendo una catena internazionale di investimenti, che partendo dalla Cina investe stati dell’Asia, del Medio Oriente, dell’Africa, e infine dell’Europa, attraendo verso di se una moltitudine di nazioni. 

 

Iniziative colossali - a  dimostrazione di come il Dragone cinese si stia espandendo sul pianeta ad una velocità impressionante – che fanno rizzare i capelli ai capitalisti Usa e loro alleati, mentre i gridi di allarme si moltiplicano sui socialmedia.

Quello che l’imperialistica Cina sta facendo è nientemeno cominciare a mettere in discussione l’ordine mondiale uscito dalla 2° guerra mondiale gestito dagli Stati Uniti.  Un fatto epocale, sconvolgente negli equilibri tra borghesie nel pianeta.

Si può perciò immaginare il terrore, la preoccupazione che pervade le grandi multinazionali americane e europee rispetto al Dragone, che si sta posizionando per diventare a breve la prima potenza mondiale scalzando gli Stati Uniti. Bisogna quindi essere consapevoli che da tale modificazione, gli sviluppi che ne possono scaturire possono essere tra i più imprevedibili e catastrofici possibili.

E’ la storia del passato che si ripete, che si ripresenta. Il capitalismo funziona così. L’opposizione drastica di oggi all’emergere cinese è la ripetizione di ciò che è avvenuto nel passato con l’emergere dell’imperialismo tedesco a inizio ‘900, e l’emergere dell’imperialismo giapponese a metà ‘900. In quelle circostanze, nell’allora loro espansione, cercando spazio nei mercati internazionali per le proprie merci, per il profitto, alla fine le borghesie tedesca e giapponese sono andate a cozzare contro gli interessi degli imperialismi allora dominanti: inglese, francese e non ultimo americano, provocandone la reazione. Oggi  la stessa cosa si riproduce nel rapporto tra America e imperialismo cinese.   

Quindi, nell’interesse delle grandi compagnie americane, anche Biden adesso, come Trump prima, e prima ancora Obama, è impegnato nel frenare, ostacolare l’ascesa cinese. E, come sopra detto, non si possono escludere esiti del tutto imprevedibili in questa sua politica, visto che il “buon” e apparentemente “innocuo” Biden qualche anno fa quando Obama era presidente (e lui ne era vice) assieme, non si son fatti alcun scrupolo a fomentare e poi provocare guerre in Siria, Libia o Ucraina.  

L’aggressività politica di Biden contro la Cina in continuità con Trump è spiegabile quindi basandoci sulla sostanza affaristica e non sulle campagne elettorali, per comprenderne il motivo. E questo non deve destare sorpresa, poiché il tutto è nella logica della vita politica capitalista. Va con forza quindi ribadito che è sempre nella sostanza che si valuta e si studia una situazione, come insegna Marx, poiché è l’unica che può chiarire quello che appare come contraddittorio o incomprensibile.

E l’analisi marxista è maestra in questo campo.

Poiché è grazie all’analisi marxista, più che mai realistica e concreta, che i leninisti già dagli anni ’50 hanno potuto scrivere sui propri giornali - e da allora ripetere costantemente - che l’Asia emergente sarebbe stata il futuro sfidante di America e Europa.

Oggi questo è attualità.

                                                                                                                                                  25 giugno 2021

 

 

COME AGISCONO I POLITICI PER TENER SOTTO CONTROLLO I LAVORATORI

LA TATTICA “RAZZISTA” e la TATTICA “PROGRESSISTA”

DUE TATTICHE DIVERSE PER COINVOLGERE, MANIPOLARE LE MASSE LAVORATRICI

 

I POLITICI AL SERVIZIO DEI CAPITALISTI USANO METODI DIVERSI PER RACCOGLIERE LA SIMPATIA DELLE MASSE E POI DIRIGERLE NELL’INTERESSE DELLA FINANZA E DEGLI INDUSTRIALI.

 

 

Come ha fatto il “razzista” Trump a raccogliere 72 milioni di voti, il più grande risultato dei repubblicani nella loro storia?

Trump per poter ottenere questo dalla sua campagna elettorale del “Make America Great Again” anche in questo 2020 ha toccato parecchi tasti sensibili alla mentalità americana, alcuni dei quali basati sulla paura. Vediamoli: - dalla difesa del posto del lavoro a fronte dell’arrivo degli immigrati, al fatto che la sua Amministrazione ha garantito l’ordine pubblico anche grazie il permesso della vendita delle armi e incentivando i gruppi radicali di destra – dichiarando che se arrivasse una nuova amministrazione liberale come quella di Biden, il paese cadrebbe nelle mani dei comunisti favorendo i disordini sociali e le proteste come quelle di Boston – che grazie alla sua gestione politica l’America ha goduto di un boom economico interrotto solo dalla pandemia Covid – che la sua Amministrazione può vantare di non aver provocato nessuna guerra, ma si sta addirittura sganciando dalla guerra in Siria e ritirando dalla Germania e dalla guerra in Afghanistan e Somalia – che attraverso i dazi doganali e le dure sanzioni ha spinto i concorrenti Cina, Russia, Iran, Venezuela, sulla difensiva facendo “grande l’America” coalizzando più strettamente ad essa gli alleati europei e il Giappone i quali su spinta USA a fronte del pericolo “Cina” si stanno sempre più armando rafforzando la NATO e l’alleanza occidentale.

Queste in sostanza le argomentazioni “forti” usate da Trump per poter vincere le elezioni.

Ma Biden con il suo staff e spalleggiato consistentemente dall’ex presidente Obama ha raccolto più voti di Trump: ben 77 milioni. Un record nella storia americana.

Biden si presenta invece con una proposta “progressista” rispetto a Trump.

Qui l’argomento forte usato, ovviamente, che poi è stato determinante per la vittoria, è stata la denuncia della gestione catastrofica di Trump sulla pandemia Covid e relativo sfascio dell’Obamacare sanitario.  250.000 morti in Usa non sono pochi se paragonati alle 4.600 vittime del concorrente Cina che vanta 1 miliardo e 300 milioni abitanti (gli USA 360 Milioni). Quindi un errore madornale e imperdonabile da parte di Trump che alla fine gli è costato la Presidenza. A questa accusa si sono aggiunti poi gli argomenti tipici di critica della gestione Trump: aver favorito in tutti i modi il razzismo fomentando l’odio verso le minoranze sociali e favorendo le discriminazioni razziali - una politica dura contro gli immigrati fini al punto di voler costruire il famoso muro con il Messico - aver favorito la polizia nei suoi eccessi di repressione di “legge e ordine” incoraggiando addirittura i gruppuscoli di estrema destra diretti discendenti del disciolto movimento fuorilegge Klu Klux Klan con lo scopo di causare intenzionalmente per reazione i noti disordini di proteste sociali (tra cui Boston) - di favorire il disastro ambientale dato il ritirato dall’Accordo di Parigi sul Clima - ai livelli più alti, anche militari, viene accusato di perseguire non l’unità sociale del paese, ma cinicamente la divisione sociale, razziale, ecc. In politica estera Trump lo si incolpa di essere troppo duro contro Cina, Russia e loro alleati (Iran, Venezuela, ecc.) Ma non solo, di essere anche troppo brutale rispetto ai partner europei, portando l’America a non essere più “grande”, ma spingendola “all’isolazionismo”. Per Biden-Obama gli USA hanno bisogno invece di “collaborazione” sia con i partner europei che con i concorrenti-avversari Cina, Russia, Iran, ecc. 

Come si nota: due politiche che sembrano diametralmente opposte. In realtà, come riportato nel titolo, due diverse tattiche tipiche borghesi, molto ben sperimentate dai politici di tutto il mondo. Tattiche usate per raccogliere le “sensibilità”, cioè gli orientamenti politici della popolazione, per poter vincere le elezioni, e poi portare le masse a sostegno degli interessi dei capitalisti, sia sul piano interno che nella concorrenza per l’accaparramento dei mercati esteri.

Per i capitalisti dominanti è del tutto secondario che un presidente (o un governo) che vince le elezioni usi poi nel suo corso la tattica  “razzista” o quella “progressista”. Per i dominanti fondamentale è che nella nazione, grazie alle diverse tattiche politiche usate dai politici, le masse siano relativamente soddisfatte, tranquille, in modo che lo sfruttamento possa proseguire senza interruzione e che essi possano guadagnare al massimo e pagare meno tasse possibili.

Perché il ruolo dei vari presidenti o governi che si alternano all’esecutivo (nel caso americano, repubblicani o democratici) oltre che garantire il dominio borghese, è anche coprire le sporche corruzioni e il malaffare continuo di industriali e finanzieri, e, non secondario, creare il sostegno sociale ai capitalisti nelle loro porcherie e guerre in giro per il mondo. 

Infatti il vincitore Biden, che, come riportato in precedenti articoli, ha un passato di guerre come vicepresidente nell’Amministrazione Obama, ha già annunciato che - in linea con il suo predecessore “razzista Trump” - il problema principale per gli interessi americani nel mondo rimane – e sarà - sempre la Cina, e che prenderà tutte le misure necessarie al caso.

E possiamo certamente ripetere che la sua politica “progressista” all’interno della nazione, di accoglienza degli immigrati, di integrazione sociale delle minoranze, di unità nazionale, lotta al degrado ambientale, ecc. non dovrà ostacolare gli interessi industriali e finanziari americani, ma anzi, tutto sarà indirizzato per agevolarli. Quindi molte di queste enunciazioni “progressiste” saranno di sicuro “molto fumo e poco arrosto” come sempre succede, con la tattica sperimentata di portare solo miglioramenti minimali, tanto da far vedere che fa qualcosa. Di questo, come esperti ne siamo più che sicuri. Ribadendo che non c’è da farsi illusioni con la politica borghese.

Perché lo scopo fondamentale del “progressista” Biden (così come per il suo predecessore “razzista” Trump) è quello di portare le masse proletarie sfruttate ad accettare il sistema. Un sistema corrotto, pieno di ingiustizie, contraddizioni e problematiche. Affinchè le masse non reagiscano contro di esso.

 

                                                                                                             25 novembre 2020


 

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VITTORIA BIDEN:

QUALE SARA’ ADESSO LA SUA POLITICA?

POLITICA INTERNA – POLITICA ESTERA

 

 

 

AVER CHIARO CHI SONO I POLITICI DELLA BORGHESIA

 

DOPO IL RAZZISTA TRUMP, CHI E’ JOE BIDEN?

IL “PROGRESSISTA” BIDEN:

CO-RESPONSABILE DELLE ATTUALI GUERRE

IN LIBIA E SIRIA

Nel 1999 aveva votato a favore anche dell’intervento

militare Usa contro la Jugoslavia e nel 2002 contro l’Iraq

 

      IL PASSATO DI BIDEN CI DICE CHI E’ VERAMENTE IL NUOVO                                    PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI


 

 

  9 novembre 2020

               

Durante la campagna elettorale i giornali riportavano che se Biden avesse vinto, la sua politica sarebbe stata nella continuazione della precedente Amministrazione Obama. Molto verosimile. Visto che Biden è stato vicepresidente di Obama dal 2009 al 2017 e ne ha condiviso tutta l’impostazione politica. Ma non solo per questo. Anche perchè, a nostro avviso, la campagna elettorale che ha portato alla vittoria Biden, dietro le quinte è stata impostata e diretta dallo stesso ex presidente Obama, il quale per far vincere Biden ha potuto contare sulla sua notevole esperienza avendo già vinto per due volte le campagne presidenziali.

Quindi è alla precedente gestione Obama a cui dobbiamo guardare per capire come si proporrà adesso il nuovo presidente. Su questa impostazione perciò in sintesi riprendiamo quelli che riteniamo essere i gangli fondamentali di Biden.         

 

POLITICA INTERNA

 

PANDEMIA COVID – Più volte Biden, criticando aspramente Trump, si è espresso per un contrasto dell’infezione sul tipo europeo. Ossia, invece di lasciare che l’infezione dilaghi come permesso da Trump e lasciare che siano i singoli stati USA a gestire le pericolose situazioni locali, arrivando all’attuale situazione catastrofica di 240.000 morti, Biden vuole che siano messi in atto provvedimenti, come quelli attuati negli stati europei, e che sia il governo centrale a dettarne le misure generali, e molto restrittive.

RIFORMA SANITARIA – E’ stata introdotta dalla precedente Amministrazione Obama-Biden e poi, come noto, disdetta platealmente da Trump. Riforma sanitaria voluta per statalizzare una parte del settore medico-assistenziale. Statalizzazione richiesta da decenni da molti gruppi industrial-finanziari americani perché il costo della sanità privata in USA è diventata (ovviamente per loro) troppo costosa. Biden stando ai giornali, reintrodurrebbe la riforma sanitaria iniziata da Obama portando a compimento la parte da nazionalizzare.

SITUAZIONE POLITICA-SOCIALE INTERNA – Mentre Trump ha basato tutta la sua politica sul razzismo e sull’esasperazione dell’ordine pubblico interno, proiettando tutto il suo operato contro gli immigrati che giungono negli Stati Uniti, soprattutto dal Messico (la tattica politica razzista è usata da molti partiti di destra nel mondo, per prendere i voti dall’ampio settore di persone religiose con sentimento radical-nazionalista) favorendo e perfino incitando alla spaccatura nel paese tra razzisti e antirazzisti, la politica liberal di Biden si profila essere orientata invece più alla tolleranza verso l’immigrazione, favorendo l’integrazione sociale delle minoranze, contro le discriminazioni e invitando all’unità nazionale. 

 

POLITICA ESTERA

 

GLI USA IN RAPPORTO CON CINA E RUSSIA – Qui  oggi l’ossessione-pericolo dei capitalisti americani (che dietro le quinte dirigono i vari presidenti USA) è l’emergere del colosso imperialistico cinese, destinato a breve a diventare ufficialmente la prima potenza economica mondiale. Già l’Amministrazione Obama (naturalmente, lo sottolineiamo, nell’interesse dei capitalisti USA) aveva intrapreso misure internazionali per isolare il futuro pericoloso concorrente asiatico. Le aggregazioni sovranazionali TPP (Trans-Pacific Partnership – accordo commerciale tra 12 paesi che si affacciano sul Pacifico: Stati Uniti, Canada, Messico, Giappone, Australia, Malesia, Nuova Zelanda, Singapore, Vietnam, Brunei, Cile, Perù)  e il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership – accordo commerciale di libero scambio tra Europa e America)   promosse e costituite proprio da Obama con il suo vice Biden, erano state pensate con il preciso scopo di favorire l’integrazione e gli affari tra le nazioni-borghesie affacciate sul Pacifico e sull’Atlantico proprio per contrastare e isolare la Cina e suoi alleati Russia, Iran, ecc. La politica di Trump è stata invece di sciogliere queste aggregazioni internazionali pro America TPP e TTIP, secondo lui poco efficaci per lo scopo, e di attaccare direttamente Cina, Russia, Iran, Venezuela, Siria, Corea del Nord, con le note dure sanzioni economiche, gli alti dazi doganali e tenendo molto basso il prezzo del petrolio.  Biden, come sottolinea la stampa, sarebbe orientato a ripristinare queste aggregazioni TPP e TTIP e proseguire sulla via di politica estera intrapresa da Obama, in questa battaglia interimperialista contro Cina-Russia e alleati .

 

RIFLESSIONI 

Non c’è quindi da farsi illusioni che adesso l’apparente “agnello” Biden sostituendo il “mostro” Trump, sarà dalla parte dei lavoratori (così come non lo sono mai state tutte le Amministrazioni precedenti). La politica “liberal” di Biden è solo una tattica per tener calme le masse sfruttate (vogliamo ricordare al lettore che se il “matto” Trump ha causato con il Covid gli attuali 240.000 morti, la precedente Amministrazione “liberal” Obama-Biden – 2009-2017 - ha provocato le guerre di Siria e Libia, causando nell’insieme più di un milione di morti, per lo più civili).

 

In linea con Marx e sorretti dalle continue conferme pratiche quotidiane, affermiamo e ripetiamo all’infinito che i governi, tutti, sono gli esecutori degli interessi dei capitalisti e non delle masse proletarie che li hanno votati (i votanti non possono assolutamente controllare i governi che hanno votato). Nella democrazia capitalista il compito dei politici è far accettare e digerire alle masse proletarie sfruttate – con la scusa di essere stati votati da esse - tutte le porcherie capitalistiche che la minoranza borghese, all’interno delle proprie nazioni e in giro per il mondo, provoca. Così sarà anche, senza dubbio, per la nuova Amministrazione Biden.  

 

 

17 novembre 2020

 

LIBIA - Siamo all’inizio del 2011, negli Stati Uniti Obama è presidente e Biden il suo vice mentre nel nord Africa infuriano le famose “primavere arabe”. Ed è in questa situazione che USA, Francia e Gran Bretagna decidono di intervenire militarmente per abbattere in Libia il regime di Gheddafi che si oppone alle proteste popolari.

Gheddafi, pur proclamandosi appartenente ai “Paesi non allineati”, in realtà come altre nazioni Cuba, Iran, Siria, Venezuela, ecc, è “zona di influenza russa”. Ma il Rais libico, anche se “filorusso” intrattiene copiosi affari anche con le borghesie europee (così come gli altri paesi di “area russa”).

In questa ondata di “primavere arabe” con forti proteste popolari contro i governi, le potenze occidentali vedono un’occasione che rare volte si presenta nella storia: l’occasione di togliere nazioni allo schieramento avversario. In sostanza si presenta loro la possibilità di togliere la Libia dalla “zona di influenza russa” e portata sotto il loro controllo.

Nello scontro tra capitalisti, tra potenze imperialistiche, questi controversi e sanguinosi eventi sono una normalità, totale normalità, documentati costantemente dalla storia. Basti citare per es. l’invasione dell’Afghanistan nel 1979 da parte dell’imperialismo sovietico, dove il governo stalinista russo ha cercato di espandersi a spese degli occidentali. O come nel 1991 con la guerra dei Balcani i capitalisti europei hanno sottratto all’influenza russa parte della Jugoslavia. E ora, nel 2011, viene colta l’occasione per togliere anche la Libia all’influenza russa.

Quindi all’inizio del 2011, Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna con il pretesto di fermare la repressione di Gheddafi contro i manifestanti, armano l’opposizione libica e cominciano a bombardare massicciamente la Libia per facilitare l’avanzare delle milizie anti Gheddafi. Risultato: l’intervento si trasforma in un gigantesco bagno di sangue che dura tutt’ora. 

E, chi dirige al momento le operazioni militari nel governo USA? Il “democratico” “progressista” presidente Obama con suo vice “Biden”.

Nella guerra di Libia iniziata nel 2011 e tutt’ora in corso, si valuta che tra stime ufficiali e non, le vittime tra militari e popolazione civile siano diverse centinaia di migliaia. 

 

SIRIA – Ma nel 2011 la potente onda delle proteste della “Primavera Araba” iniziata poco prima in Tunisia non si arresta alla Libia, ma si espande all’Egitto fino a raggiungere la Siria e l’Iraq, scuotendo violentemente tutti paesi coinvolti. E anche qui in Medio Oriente i capitalisti vedono l’occasione per destabilizzare un’altra zona appartenete al fronte opposto: la Siria, anch’essa sotto “influenza russa”.

In questa operazione di destabilizzazione siriana è soprattutto l’imperialismo americano che si impegna per rovesciare il regime di Assad, fedele alleato di Putin. Anche qui come in Libia, il governo americano decide di non intervenire con truppe di terra, bensì con bombardamenti e di utilizzare l’opposizione interna siriana che protesta duramente, armandola, perchè rovesci il filorusso Assad.  

Le proteste adesso armate, si trasformano subito quindi in furiosi combattimenti militari, e anche la Siria segue il tragico destino di sprofondare velocemente in una lunga sanguinosa guerra civile. Ma non è tutto: qui avviene anche una variabile. Il governo americano per rafforzare, intensificare lo scontro armato per la caduta di Assad, incarica l’Arabia Saudita di reclutare in tutto il mondo arabo combattenti fanatici islamisti perché sconfiggano Assad. Solo che accade una seconda variabile inaspettata, non prevista dagli USA: questi combattenti islamici radicali, vedendosi ben armati, ben finanziati e sostenuti, e sentendosi militarmente molto forti, decidono ad un certo momento di combattere per se stessi, per formare un proprio stato islamico, il famoso “Califfato”, che abbracci non solo parte della Siria, ma anche l’Iraq (Iraq che è sotto controllo americano). Quindi gli americani che non vogliono questo, adesso si trovano nell’inaspettata situazione di dover difendere il “proprio” Iraq, cioè di dover contro-combattere e sconfiggere coloro che prima avevano assoldato, finanziato e armato. Una tragedia nella tragedia, quindi. Un’enorme catastrofe che anche tra Siria e Iraq costa la vita a parecchie centinaia di migliaia di vittime, delle quali la stragrande maggioranza persone civili.

E chi era responsabile dell’Amministrazione Usa anche in questa tragedia? Ma sempre l’apparente “innocuo” e “progressista” Obama, con il suo vice, l’attuale presidente Biden, che ora si presenta sotto forma di “colomba”. 

E da aggiungere, è senz’altro utile per capire chi è Biden, che nel 2002 ha dato il suo appoggio al repubblicano George Bush per l’intervento militare in Iraq e che nel 1999 ha votato a favore dei bombardamenti sulla Jugoslavia condotti dall’ora presidente democratico USA Bill Clinton.

Ed è altrettanto importante aver chiaro che sul fronte opposto il russo Putin o il cinese Xi Jinping avrebbero fatto la stessa cosa se si fosse presentato loro l’occasione  - vedi guerra in Yemen.

 

QUINDI, QUESTO E’ L’OPERATO DEL NUOVO PRESIDENTE AMERICANO DIFENSORE DEI “DIRITTI CIVILI” JOE BIDEN.

IL “RAZZISTA” TRUMP E IL “PROGRESSISTA” BIDEN: DUE TATTICHE DIVERSE MA STESSA SOSTANZA: APPOGGIARE E DIFENDERE GLI INTERESSI DEI RICCHI CAPITALISTI.

 

E’ nell’interesse proletario conoscere e capire la vera realtà. Aver chiaro come i capitalisti con i loro politici, i loro giornali, operino costantemente per manipolare, nascondere, confondere.

E bisogna essere consapevoli che al di là della politica “progressista” della futura Amministrazione  Biden di integrazione della minoranze, accoglimento degli immigrati, aperture ai gay, ecc. (tutte cose giuste tra l’altro) i lavoratori in America continueranno, come prima, ad essere sfruttati e gli immigrati, come prima, ad essere supersfruttati, portando nelle tasche dei capitalisti una marea di soldi. E  aver chiaro che la colombella Biden, se sarà necessario, come già dimostrato in passato, non esiterà un attimo a provocare altre guerre purchè portino soldi nei bilanci dei capitalisti.

 

Questo è capitalismo:   UNA SOCIETA’ CHE HA BISOGNO DI ESSERE SUPERATA.


 

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AVER CHIARO GLI INTERESSI CAPITALISTICI IN GIOCO 

 

BIDEN O TRUMP?

ENTRAMBI PERSEGUONO GLI INTERESSI DELL’IMPERIALISMO AMERICANO

 

LO SCONTRO TRA I DUE CONTENDENTI NON E’ SUGLI INTERESSI DEI LAVORATORI, MA COME SEMPRE (e come risalta “WELT”) QUALE POLITICA DEVONO PERSEGUIRE PER FAVORIRE GLI INTERESSI DEI GRANDI CAPITALISTI AMERICANI

 

 

Come da sempre affermiamo, non esistono presidenti o governi capitalistici “migliori” o “peggiori”. Tutti sono al servizio dei ricchi capitalisti.  Certamente usano tattiche e metodi diversi nel loro operato. Ma, in altre parole, ogni governo, ogni presidente ha un suo metodo, un suo proprio criterio per convincere i lavoratori sfruttati affinché stiano calmi, ed accettino il sistema borghese strapieno di contraddizioni e porcherie.

Facciamo degli esempi riguardanti l’operatività dei vari presidenti americani “bravi” o “cattivi” in rapporto alle guerre condotte dall’America.

 

-     -      Trump: nel concetto collettivo viene considerato un “cattivo”, perché ha imposto duri dazi alla Cina, minaccia di imporli anche all’Europa e ha introdotto due sanzioni contro l’Iran, Russia e vuole destabilizzare il Venezuela.

-      -      Ma del presidente Obama, considerato invece il “buono”, forse non tutti hanno presente che ha fomentato, finanziato e poi armato la guerra civile in Siria nel 2011 finchè poi non è esplosa, con l’intenzione di abbattere il regime di Assad, appartenente allo schieramento capitalista Russia-Cina opposto agli americani e agli occidentali.

-     -      E’ invece poi a tutti noto che il “cattivo” presidente George Bush (figlio) ha iniziato nel 2001 prima la guerra in Afghanistan, e poi nel 2003  quella in Iraq.    

-     -      Ma meno noto è che il presidente “buono”  Bill Clinton nel 1993 ha inviato truppe americane nella guerra in Somalia che dopo essere state massacrate sono state ritirate. Che nel 1998 ha mandato gli aerei a bombardare la Jugoslavia e che sempre nel 1998 ha intrapreso la guerra del Kosovo.

-     -      Riguardante il “cattivo” presidente George Bush (padre) tutti sanno invece che è responsabile della “prima guerra irachena” del 1990 facendo invadere l’Iraq dalle truppe USA, e che prima nel 1989 aveva fatto invadere lo stato centroamericano di Panama, conquistandolo. 

… e così  si potrebbe andare avanti all’infinito con gli altri presidenti americani Reagan, Carter, ecc.

 

E’ quindi evidente: non esiste nessuna differenza tra presidenti definiti “buoni” o altri chiamati “cattivi”. Tutti hanno fatto (e fanno) le stesse cose, anche se nell’immaginario collettivo e dalla stampa vengono dipinti come “diversi” tra di loro. Nel loro comportamento è chiaro, cambia solo la casacca di partito a cui appartengono. Nel caso dell’espansionismo, tutti hanno condotto guerre, facendo uccidere e massacrare migliaia, centinaia di migliaia di persone. Ma qual è lo scopo? Non certo sviluppare civilmente l’umanità. E non certo per i lavoratori  (che non hanno patria). Ma sempre con l’obbiettivo di favorire l’interesse dei guadagni dei grandi capitalisti.

Il definirsi di “destra” o di “sinistra”, repubblicani” o “democratici”, “conservatori” o “progressisti”, “cattivi” o “buoni” è solo un trucco, un inganno borghese. E’ un trucco che tutti i partiti in tutte le nazioni usano per confondere i lavoratori, per imbrogliarli e distoglierli dai loro veri problemi e interessi.

 

Anche dal punto di vista della difesa del tenore di vita in USA per le masse lavoratrici non esiste e non si nota alcuna differenza tra le Amministrazioni americane condotte da presidenti “progressisti” o “conservatori”, “buoni” o “cattivi”, “democratici” o “repubblicani”. Nel susseguirsi delle varie Amministrazioni, dei vari presidenti, i lavoratori hanno sempre dovuto lottare e scioperare duramente e con determinazione se hanno voluto mantenere un certo livello di vita dignitoso.  

 

Venendo ai giorni nostri, riguardante la “diversità” politica condotta dalle due ultime amministrazioni: Obama e Trump, vogliamo segnalare: la tattica di Obama (adesso riproposta anche da Joe Biden - come soprariportato da “WELT”) di creare grandi aggregazioni internazionali (Ttip, TPP, NAFTA ) o la politica di Trump di attacco diretto ai concorrenti con l’introduzione di dazi o inasprimento di sanzioni: entrambe le politiche Obama-Trump hanno lo stesso scopo di perseguire l’identico obiettivo: tentare di isolare le rivali emergenti Cina e Russia e i loro alleati (Iran, Siria, Venezuela, ecc) così da favorire, come detto, gli interessi dei capitalisti e banchieri americani sul mercato internazionale.

 

Riguardo poi la riforma sanitaria introdotta dalla precedente Amministrazione Obama e smantellata adesso  da Trump, è da precisare che Obama l’aveva introdotta per esaudire la richiesta pressante espressa da decenni da alcuni grandi gruppi industrial-bancari Usa, con lo scopo di tener calme le tensioni sociali di equilibrio capitalista nella grande società statunitense.

Non lasciarsi mai quindi ingannare dalle facili parole, ma guardare sempre alla sostanza.

 CAPIRE BENE LE MENZOGNE DEI POLITICI

 

Infezione Covid 19: gestione catastrofica in USA 

TRUMP CERCA DIVERSIVI PER SVIARE LE SUE COLPE  E NON PERDERE LE ELEZIONI A NOVEMBRE

 

COME DIVERSIVI TRUMP: prima  accusa la CINA DI NON AVER AVVISATO DEL PERICOLO - poi accusa IL LABORATORIO DI WUHAN ESSERE RESPONSABILE DELL’INFEZIONE – poi dichiara l’OMS di IMBROGLIARE - poi dichiara USO DEL FARMACO “Remdesivir” FENOMENALE – poi dichiara LO SCANDALO OBAMAGATE e adesso inscena la chiusura del consolato di Houston.

 

 

 

Le accuse contro Trump per la gestione catastrofica contro l’infezione Covid 19 montano in USA come un terremoto. Trump è in estrema difficoltà perché si rende conto seriamente che può perdere le prossime elezioni presidenziali in novembre. Infatti negli ultimi sondaggi di preferenza nell’ultimo mese il Tycoon è crollato di molti punti sotto il suo rivale democratico Joe Biden e la situazione sembra peggiorare costantemente.

Come abbiamo già evidenziato, Trump per non danneggiare i guadagni agli industriali americani chiudendo le fabbriche all’arrivo dell’infezione Coronavirus in USA, ha voluto di proposito sottovalutare il pericolo del contagio Covid 19 quando ancora imperversava in Europa e in Asia. Il presidente americano avrebbe potuto facilmente già da subito all’arrivo prendere le giuste e necessarie misure restrittive affinchè il contagio non si diffondesse anche negli Usa, chiudendo frontiere, attuando seri controlli a tappeto, vietare gli assembramenti, i contatti ravvicinati, le riunioni, ecc.

Ma far questo, come detto, significava danneggiare l’economia Usa, cioè gli affari dei facoltosi capitalisti americani che lo sostengono. E Trump facendo il bullo sperava che l’infezione si sarebbe da sola con il tempo scemata. In quest’ottica perciò il Tycoon newyorchese già in febbraio sosteneva di aver la situazione sotto controllo, che con il caldo il Covid sarebbe sparito, di star calmi perchè non esisteva nessun pericolo per l’America da lui diretta. La realtà si è dimostrata però poi, com’è noto, ben diversa e catastrofica come da lui preventivato.

Perciò Trump, causa la sua gestione disastrosa e le sue continue menzogne da politico, la sua arroganza e le sue ottusità, è diventato facile bersaglio politico, barzelletta dei suoi oppositori e dei Democratici. E la vittoria elettorale che già per Trump il prossimo novembre si profilava e che il Tycoon già pregustava, sta velocemente svanendo. E questo fa infuriare il focoso e impetuoso multimiliardario newyorchese. 

E’ così che Trump con il suo staff e consiglieri, per cercare di rialzare le preferenze nei sondaggi, com’è norma nella politica borghese, cerca di scaricare le sue colpe su altri, diffamare  gli oppositori, ecc. Si  è inventato diversivi (tipo: responsabilità che lui non ha, scandali, lancia improperi a sinistra e a destra, ecc.) per distogliere l’attenzione dalle sue colpe sperando che la gente parli d’altro e poi lo voti.

Diversivi e grottesche scuse che diventano ridicole, goffe, assurde. Come dichiarare che Pechino non aveva avvisato l’America della gravità e pericolosità dell’infezione (quando in realtà Trump il pericolo lo poteva già vedere ultra chiaramente mesi prima che arrivasse in America, dove già in Europa e Asia il Covid imperversava). Oppure che il virus è stato prodotto a posta nel laboratorio dell’OMS a Wuhan in Cina e poi lasciato circolare nel mondo di proposito per colpire le economie occidentali e soprattutto gli Stati Uniti. Aggiungendo grottescamente di avere anche le prove di questo, prove che però non ha mai esibito. In secondo momento ha autorizzato, con grande eco e pubblicità nazionale, l’uso massiccio del farmaco antiebola “Remdesivir”, presentandolo essere la cura definitiva contro l’infezione. Cosa ovviamente non dimostrata. Infatti anche dopo l’uso del farmaco il contagio si è diffuso costantemente come prima. L’ultima trovata, l’ultimo diversivo, sarebbe l’Obamagate. Definito da Trump e dal suo staff come “il più grosso e schifoso scandalo negli USA dal dopoguerra”. Il caso consiste nel fatto che nel 2017 durante la campagna elettorale presidenziale, l’allora presidente Obama per ostacolare Trump alla presidenza e favorire Hillary Clinton, avrebbe inscenato il Russiagate. Sostenendo che i russi si sarebbero intromessi nella campagna elettorale per favorire l’elezione di Trump. Atto che recentemente l’alto tribunale USA ha definito totalmente infondato. Quindi Trump grida adesso allo schifoso scandalo e cerca di utilizzarlo  nell’attuale campagna elettorale. E adesso come ultimo atto inscena la chiusura del consolato di Houston.

Oltre che causare morti, disastri sanitari ed economici, il Covid 19 infiamma anche la campagna elettorale negli Stati Uniti in vista dell’elezione in novembre del prossimo presidente.

Il furioso Trump, servitore (come tutti i governi) degli industriali e dell’alta finanza, è in forte difficoltà di consensi e tuona contro tutti. I democratici sfruttano l’occasione inaspettata per sostituire Trump, accedere al governo, ed essere essi stessi a servire i ricchi capitalisti e finanzieri statunitensi.

 

Tutto questo, naturalmente, non ha niente a che fare con i problemi e gli interessi delle masse dei lavoratori salariati. Che sempre e comunque, sotto un governo o un altro, saranno sempre sottomessi, oppressi, sfruttati e spolpati.


 

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CONOSCERE I TRUCCHI DELLE CAMPAGNE ELETTORALI

Bernie Sanders:

PER FINTA DALLA PARTE

DEI LAVORATORI SOLO

PER RACCOGLIERE VOTI  

IN REALTA’ DALLA PARTE DEI CAPITALISTI

ANCHE OGGI, COME NELLE ELEZIONI USA DEL 2016, DOVE SANDERS DOPO UNA FINTA COMPETIZIONE CONTRO HILLARY CLINTON ALLA FINE HA INDICATO DI VOTARE PER LEI, IL FINTO “SOCIALISTA” SANDERS PRIMA FA FINTA DI COMPETERE CONTRO JOE BIDEN E POI LO APPOGGIA. E’ TUTTO UN TRUCCO ELETTORALE.

 

 

MOLTI  PARTITI (come l’SPD con Jusos) USANO LA TATTICA DURANTE LE ELEZIONI DI PRESENTARE CANDIDATI RADICALI DI SINISTRA CHE SI PONGONO PER FINTA CONTRO I RICCHI PROMETTENDO AI LAVORATORI E AI GIOVANI PIU’ GIUSTIZIA SOCIALE,  COSI’ DA RACCOGLIERE I LORO VOTI. MA IN REALTA’ E’ SOLO UNA SCENEGGIATA ELETTORALE, TUTTI I CANDIDATI SONO POI AL SERVIZIO DEI CAPITALISTI.

 

 

LA SCENEGGIATA DI SANDERS

 

 

Come marxisti siamo del parere che al candidato democratico Bernard (Bernie) Sanders dei problemi e degli interessi dei lavoratori non gliene importi assolutamente nulla. Però il Partito Democratico ha bisogno di voti per vincere le elezioni. E soprattutto ha bisogno dei molti milioni di voti che i salariati e i giovani possono portare se vengono convinti che la politica del Partito Democratico è protesa a perseguire e difendere anche i loro interessi. Quindi in campagna elettorale il Partito Democratico ha bisogno, oltre che di candidati di centro e di destra che raccolgano voti in questi aree, anche di candidati finti radicali di sinistra, che fingendo di essere dalla parte delle masse lavoratrici promettano, promettano, promettano. E candidati come Bernie Sanders sono particolarmente adatti per questo tipo di ruolo: criticare duramente il sistema e il suo establishment (di cui anche Bernie fa parte – è stato sindaco di Burlington ed è attualmente senatore) criticando le disfunzioni e le corruzioni - che nel capitalismo copiose non mancano mai, così da inebriare i lavoratori e i giovani. Per apparire e farsi passare da radicale di sinistra contro il sistema. E con questa tattica conquistare la fiducia delle masse sfruttate e giovanili. Con lo scopo finale opportunista di portare tutti a “votare” il candidato che emergerà ufficiale per il Partito Democratico, che guarda caso in USA nella scorsa tornata elettorale del 2016 era proprio la candidata della “destra” del Partito Democratico Hillary Clinton. E oggi è il membro dell’establishment Joe Biden. E il compito e la sceneggiata di Bernie Sanders finisce li.  

 

L’analisi marxista dimostra da sempre che per i lavoratori le elezioni sono tutta una farsa sapientemente usata per poi meglio sfruttarli. Un’illusione per carpirne la fiducia. In realtà produce politici eletti, che sempre sono al servizio dei ricchi capitalisti, anche se lo negano energicamente e inscenano le finte rabbiose critiche al sistema o le finte liti dai banchi dell’opposizione.

Quello che come marxisti ci meraviglia invece è che esistano organizzazioni “marxiste” o “trotzkiste” che diano fiducia a Bernie Sanders. Che si lascino trascinare nel tranello accettando che lui veramente sia di sinistra dalla parte dei lavoratori e si adoperi per loro. Ci sorprende che queste organizzazioni “marxiste”, “trotzkiste” non si accorgano del “trucchetto” borghese elettorale e lo sostengano come candidato. Perché questo delle elezioni è uno stratagemma vecchio come il capitalismo e Marx è sempre stato chiaro al riguardo definendolo “cretinismo parlamentare”, mettendo sull’avviso di non lasciarsi manipolare, infinocchiare.

La realtà dei fatti ci insegna che non esistono politici borghesi “buoni” o “migliori” da sostenere, e altri “cattivi”  o “peggiori” da combattere, come alcune di queste organizzazioni “marxiste” o “trotzkiste” sostengono. Perché ogni politico o partito della borghesia usa un suo proprio metodo per convincere i lavoratori ad accettare il sistema. Ed è noto e famoso il metodo “del bastone o della carota” che usano per arrivare ai loro scopi di convincimento. Con il fine, sempre quello: ottenere, a seconda delle situazioni, il massimo di consenso al capitalismo.   

Tutt’altro invece è il compito delle organizzazioni marxiste. E’ organizzare le lotte contro il sistema e mettersi alla testa di esse. Il compito delle nostre organizzazioni rivoluzionarie è spiegare chiaramente ai lavoratori il funzionamento del corrotto sistema capitalistico, i trucchetti che usa, lo sfruttamento e le guerre che esso persegue. 

Ottimo sarebbe che le organizzazioni marxiste, mantenendo tutte le proprie particolarità e integrità, si unissero, si coordinassero tra di loro. Per assieme porsi alla guida delle lotte, delle proteste. A livello continentale certo, ma a livello globale ancora meglio.

AVER CHIARO COME FUNZIONA IL SISTEMA CAPITALISTICO

DISASTRO COVID-19 IN AMERICA:

PERCHE’ TRUMP NON VUOLE SVANTAGGIARE I PROFITTI

DEGLI INDUSTRIALI USA

TRUMP NON HA DA SUBITO PRESO LE NECESSARIE MISURE RESTRITTIVE PER NON FAR PERDERE PROFITTI AI PADRONI 

 

 

 

22 maggio 2020

 

L’infezione COVID-19 è arrivata negli Stati Uniti mesi più tardi rispetto all’Europa e ad alcuni stati asiatici come ovviamente in Cina e poi Sud Corea e Iran. Quindi il presidente americano e l’establishment USA avevano tutto il tempo per prendere le giuste misure necessarie per fermare il più possibile la diffusione dell’infezione coronavirus.

Ma così non è stato. Oggi l’infezione Covid 19 è un disastro negli Usa: al momento sono più di un milione e mezzo gli infettati - che si prospetta potrebbero arrivare a più di 2 milioni - e i morti oltre 100.000 - che potrebbero arrivare a 150.000. Una vera debacle per Trump.

Il quotidiano “la Repubblica” del 12 aprile riporta che Anthony Fauci - considerato il miglior immunologo esperto USA, prima consulente di Trump, dai lui poi licenziato e poi ancora riassunto - afferma che molte vite avrebbero potute essere salvate se le restrizioni fossero state adottate prima”. Ma, continua “la Repubblica” il pensiero di fermare l’economia per Trump poteva essere decisivo per scegliere di non chiudere il paese”. In altre parole, il presidente americano sotto pressione degli industriali americani che non volevano (e non vogliono) perdere profitti, ha preferito ai primi arrivi del COVID-19 in USA, non adottare le giuste misure restrittive - come l’eventuale chiusura di fabbriche - ma ha sottovalutato il pericolo e lasciato quindi entrare e diffondere l’infezione, che si è poi trasformata nell’attuale situazione catastrofica.

E’ “Der Spiegel” nell’articolo del 7 aprile “Cosa dice Trump e cos’è la verità” che si incarica di evidenziare tutte le scuse, i pretesti, le motivazioni fasulle, portate dal presidente per giustificare il suo comportamento catastrofico così da favorire gli interessi capitalistici.

Così l’articolo di “Der Spiegel”:  “quando la malattia già a fine gennaio infuriava in Cina e minacciava di aggredire le altre nazioni, lui affermava che il suo governo aveva “la situazione completamente sotto controllo”. Alla domanda di un reporter, se aveva delle preoccupazioni riguardo una possibile pandemia, il 22 di gennaio diceva: “NO, assolutamente no”. E “Andrà tutto bene”. Poi affermava che la malattia in aprile “sparirà come un miracolo“»  Prosegue poi “Der Spiegel”: «E il 26 febbraio diceva: gli Usa hanno pochi casi. “Fra poco avremo solo 5 persone. E in poco tempo saranno solo due o una“».

Da queste affermazioni se ne deduce chiaramente che Trump già da subito, per non danneggiare gli interessi economici “nazionali” ossia dei capitalisti, abbia rifiutato di prendere in considerazione la gravità della situazione, nonostante la Pandemia fosse già esplosa e imperversasse in Europa.

Spiega poi “Der Spiegel” che Trump in seguito, a pandemia esplosa, per smorzare le più che naturali preoccupazioni e proteste che insorgevano, abbia diffuso notizie di avere un “fenomenale” farmaco che poteva fermare l’infezione: «”Mostra risultati molto buoni. Spero che sarà una cosa fenomenale”, ha chiarito Trump il 3 aprile nella prospettiva che il farmaco anti-malaria Hydroxychloroquin possa essere usato per la cura del Covid-19. Il 5 aprile ha poi detto di avere grossi segnali che funzionava» (“Der Spiegel” ibidem).  Ma su questo miracoloso farmaco Hydroxychloroquin l’esperto capo immunologo Fauci, allora consigliere capo dello staff di Trump, non era a ragione d’accordo: «Anthony Fauci ha sottolineato più volte che le evidenze dell’efficacia fino ad allora erano minime e anedottiche» prosegue “Der Spiegel”.  

Continua poi l‘articolo: «Ancora il 26 aprile Trump affermava: “E’ un po’ come una normale influenza, per la quale abbiamo i vaccini. Avremo anche per essa presto un vaccino”» … « Senza interruzione Trump ha diffuso la speranza di avere velocemente un vaccino a disposizione. “Sarà distribuito molto a breve” ha detto il 7 marzo. Gli esperti sostengono invece che il vaccino sarà a disposizione il prossimo anno» (“Der Spiegel” ibidem)

Anche questa tragica situazione americana - come da sempre ripetiamo – dimostra, è la prova come nella corrotta società capitalistica i governi e i politici siano sempre e inevitabilmente al 

servizio dei capitalisti. A volta in maniera molto evidente - come nel caso di Trump – ma molto più spesso in maniera subdola, nascosta, come i governi europei.  I quali, anch’essi sotto pressione dei capitalisti europei, per accontentare industriali e speculatori hanno anticipatamente aperto 

 fabbriche e scuole (o le frontiere, come nel caso Italia) anche se  la pericolosissima infezione Covid-19 è ancora in espansione e non ancora sotto controllo, con esiti imprevedibili di ritorno della pericolosa malattia.

C’è da ricordare, sottolineare, che i governi borghesi nel passato, per portare ulteriori soldi ai capitalisti hanno ridotto al minimo i sistemi sanitari nazionali, sia in Europa che in America. E questo adesso è emerso violentemente nella pandemia Covid-19 dove i diversi sistemi nazionali nei vari paesi si sono dimostrati assolutamente insufficienti a curare la catastrofica infezione.

Il vero virus nella società è senz’altro il capitalismo, che non solo è causa di guerre, crisi, povertà, fame e distruzioni nel mondo, ma non può garantire neanche un sistema sanitario idoneo.


 

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L’INCESSANTE INSTABILITA’ DEL CAPITALISMO

ELIMINAZIONE SOLEIMANI

E REAZIONE IRANIANA:

SFIORATA UN’IMPROVVISA ESCALATION MILITARE?

 

 

 (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  n° 35  gennaio 2020)

 

Le violente proteste di piazza avvenute in Iraq nello scorso dicembre risultavano essere state causate dalle correnti della componente sciita irachena diretta dagli sciiti iraniani contro il governo di Bagdad, governo costituito soprattutto da rappresentanti filoccidentali. 

Disordini che hanno avuto una forte e inaspettata escalation, fino all’esagerazione di attaccare l’ambasciata americana nella stessa capitale irachena Bagdad.

Dal punto di vista politico è stato da subito evidente che queste proteste in Iraq non erano spontanee e venivano fortemente strumentalizzate e pilotate dalle forze del vicino Iran. E già allora molte fonti internazionali individuavano e denunciavano come mente direzionale delle ribellioni sciite irachene il generale iraniano Soleimani. Proteste che hanno lasciato sul campo più di un centinaio di vittime, tra manifestanti e forze di polizia.

All’esagerato attacco all’ambasciata americana, la reazione americana è stata - guidata personalmente dall’irato presidente Trump - estremamente drastica: l’eliminazione fisica della “mente” delle proteste, il generale Soleimani, con alcuni altri dirigenti iracheni sciiti, capi delle proteste stesse. 

Una reazione così “radicale” da parte americana, cioè l’eliminazione fisica del generale, gli ayatollah iraniani proprio non se l’aspettavano, e lo shock da parte dell’establishment di Teheran e per l’Iran intero è stato impressionante. Provocando nel paese le note immense manifestazioni di massa gridanti vendetta contro gli americani. Immense manifestazioni che hanno spinto il governo iraniano ad una pericolosa scelta: o procedere a sua volta alla vendetta-ritorsione contro gli americani, con il rischio di provocare però un’ulteriore reazione di Washington - rischiando di innescare una reazione a catena di reciproche ritorsioni-vendette tra americani e iraniani, oppure … lasciar perdere.

Ma anche lasciar perdere era quasi impossibile. La frittata da parte di Teheran era stata fatta. Gli Ayatollah avevano esagerato nel provocare e condurre la protesta sciita in Iraq, causando la reazione shoccante americana. Ed ora si trovavano nella situazione pericolosa di dover portare avanti la vendetta per l’uccisione di Soleimani chiesta a gran voce dalle sconvolte masse iraniane. Mentre il fronte dei media internazionali spaventati dall’eventuale reazione iraniana gridavano l’inizio di una involuzione in una guerra senza fine tra America e Iran, e i leader politici di mezzo mondo invitavano le parti alla moderazione.  

La rischiosa scelta degli Ayatollah alla fine è stata, com’è noto, di bombardare le due basi americane situate in Iraq, premunendosi però di avvisare anticipatamente e accuratamente sia gli americani che il governo di Bagdad del loro imminente attacco, in modo che la ritorsione-vendetta non causasse nessuna vittima. E così è stato. E la faccenda si è chiusa così.

A cosa finita si può osservare come Trump e il governo iracheno abbiano avuto, con l’uccisione di Soleimani conduttore dei forti disordini provocati dagli iraniani in Iraq, la loro ritorsione-vendetta. E come gli Ayatollah, bombardando le basi americane (senza pero “esagerare”) abbiano potuto placare la sete di rivalsa richiesta dalle folle iraniane infuriate.

Trump alla fine si è dichiarato soddisfatto, così come gli Ayatollah di Teheran. 

Il terrore di una escalation militare tanto temuta e gridata da molti, alla fine quindi non c’è stata. E l’atmosfera ha potuto distendersi. 

Questo fatto però ha confermato ancora una volta quello che temono tutti ed a tutti è chiaro: in questa società, al di là delle tante belle parole retoriche di “pacifismo” o “democrazia”, una guerra può facilmente, per un qualsiasi motivo e in qualsiasi momento, scoppiare.

E il caso dell “omicidio Soleimani” è li a ricordarlo: nessuno nella società del capitalismo può dormire sonni tranquilli (se qualcuno l’avesse scordato).

NELLE FONTI INTERNAZIONALI:

SI PARLA SEMPRE PIU’ SPESSO DI DE-DOLLARIZZAZIONE. PERCHE’?

 

E’ L’EFFETTO DELL’EMERGERE DELLE POTENZE ASIATICHE E DEL DECLINO AMERICANO

 

 (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  n° 35  gennaio 2020)

 

A fronte dell’inevitabile crescita delle enormi economie asiatiche - Cina e India in prima fila - l’imperialismo americano sta perdendo progressivamente peso sulla scena internazionale. Peso conquistato grazie alla vittoria, sia sul fronte asiatico che su quello europeo, nella seconda guerra mondiale.

La crescita asiatica, era stata vista negli anni ’50 dai due grandi marxisti Cervetto e Parodi nel loro ormai famoso saggio “Le tesi del ‘57” (considerati allora dai coetanei per questo loro saggio come mosche bianche, se non mezzi pazzi - essendo allora gli Usa al loro apice come grandi vincitori della guerra, e le economie asiatiche erano invece considerate “zero”). Per i due grandi marxisti la giusta analisi era necessaria per avere una corretta visuale su un futuro realista per impostare la politica rivoluzionaria. Corretta analisi che ha potuto produrre nel ’65 la fondazione dell’organizzazione Lotta Comunista, organizzazione marxista che oggi in Italia conta un’estensione considerevole.   

Perciò è grazie all’analisi marxista che i due grandi rivoluzionari hanno potuto vedere già all’ora quello che oggi è un’eclatante enorme realtà: l’emergere asiatico. E già allora, negli anni ’50, prevedere che l’imperialismo americano in futuro come conseguenza avrebbe perso peso sulla scena mondiale.  

 

Oggi tutto questo è realtà, e uno degli effetti del lento declino americano si traduce nel fatto, come riportano i giornali, che grandi potenze emergenti come Cina e India, ma anche Russia e Europa, comincino ad essere propense a lasciare il dollaro nel commercio internazionale e usare le proprie monete per gli interscambi internazionali. Commercio internazionale che com’è noto, dal 1971 con l’accordo di Bretton Woods, si basa essenzialmente sull’uso della moneta dollaro.

 

 

Tutti gli specialisti internazionali tendono a parlare di lunga durata per una effettiva dismissione del dollaro sulla scena mondiale. Potrebbe essere, ma non è detto, sosteniamo noi. L’acuirsi dello scontro commerciale tra i due colossi Usa e Cina potrebbe spingere l’imperialismo del Dragone a lasciare velocemente il dollaro nel commercio internazionale, sostituendolo con il proprio Juan, tirandosi dietro tutte le economie asiatiche. Ma anche una prossima grande e profonda crisi economica potrebbe accelerare questo processo di de-dollarizzazione.

 

 In sostanza tutto questo ci sta dicendo una cosa: grandi cambiamenti si stanno prospettano per il futuro, cambiamenti che, come citato, si intravedono all’orizzonte.

E’ noto a tutti che il capitalismo è un tipo di società estremamente instabile e imprevedibile. E che il sopraggiungere di grandi avvenimenti, anche catastrofici, possono cambiare improvvisamente completamente lo scenario internazionale. E anche riportare di nuovo tutto nel disastro.    

Per questo c’è il bisogno di un’altra società, diversa, superiore. Di lottare per questo. 


 

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- IL PERENNE SCONTRO TRA BORGHESIE-

L’ATTACCO CONTINUO

DI TRUMP CONTRO L’IRAN:

UNA TATTICA BEN STUDIATA PER ARRIVARE A

SEPARARE LE NAZIONI

EUROPEE  DA CINA-RUSSIA

UNA LOTTA TRA POTENZE IMPERIALISTICHE

CHE COME SEMPRE COINVOLGONO LE POPOLAZIONI 

 (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  novembre 2019)

 

 

Se si osserva, ogni qualvolta Trump attacca con sanzioni, ritorsioni, ricatti, la nazione borghese Iran pretende sempre (come ancora una volta titola il “Tagesschau” del 24 giugno) che anche gli alleati occidentali degli Usa lo seguano nelle ritorsioni.

         E’ stato così da quando nel 2017 Trump ha disdetto l’accordo sul nucleare con l’Iran, siglato precedentemente da Obama. E’ stato da allora che il presidente ha preteso che anche le borghesie europee rompessero i legami economici con il paese del Golfo, costringendole a seguirlo nelle dure sanzioni contro Teheran da lui imposte, obbligando le aziende europee e giapponesi a non intraprendere più affari con il paese persiano (articolo “Der kommunistische Kampf” n° 27, ottobre 2018). Ricattando le aziende europee come Siemens, Daimler Benz, ecc. nel caso non si fossero adeguate e sottoposte al diktat americano, il presidente Usa avrebbe super tassato i grandi e numerosi affari che queste aziende conducono in America.

         Anche quando Trump ha attaccato con il pretesto dello “spionaggio” il colosso cinese delle comunicazioni Huawei ha preteso con forza che gli europei lo seguissero nel rifiutare di accettare di impostare in Europa la nuova rete 5 G della multinazionale cinese (attacco a cui ora Trump sembra aver rinunciato).   

        Stessa situazione la troviamo con le sanzioni contro la Russia volute da Trump, dove anche qui il presidente pretende che le borghesie europee si uniscano e lo seguano nello scontro.

        Se all’inizio, dopo la sua elezione, il comportamento aggressivo di Trump appariva estroverso e confuso nei suoi intenti, ora invece è diventato chiaro che la sua politica risoluta e prepotente fa parte di un piano ben preciso, con vari pretesti, per arrivare a dividere lo schieramento delle nazioni (borghesi) occidentali dagli emergenti imperialismi cinese e russo e loro alleati.        

        Perché Cina, Russia, Iran, e Venezuela (e forse anche l’oscillante India) appartengono ad un gruppo di nazioni capitaliste in netta opposizione e concorrenza a quello occidentale guidato dagli Stati Uniti. Nazioni emergenti di opposizione che si sono prefisse lo scopo di sfidare i capitalisti occidentali (e soprattutto gli americani) sul mercato internazionale. L’intento di Trump quindi è, come reazione a questo “pericolo” di competizione avverso, voler creare una forte divisione, un blocco, un solco netto dei paesi filo americani contro le borghesie emergenti sfidanti. Un blocco occidentale non solo politico-militare (i paesi occidentali aderiscono tutti alla Nato, l’organismo militare guidato dagli Usa) ma anche economico-finanziario.

        Perché molte borghesie occidentali intrattengono contemporaneamente anche molti affari reciproci con le nazioni dello schieramento opposto, diretto appunto da Cina e Russia. Ora il presidente americano tenta di ridurre al minimo questi rapporti tra i due schieramenti.

        E dal suo comportamento si capisce palesemente come l’obbiettivo principale di Trump sia proprio la ricca Germania, l’imperialismo tedesco - come da tempo scriviamo. Trump vuole ridurre al minimo l’interscambio commercial-finanziario che l’imprenditoria tedesca ha con la Russia, cioè con il capitalismo russo (es. il Nord Stream 2) così da arrivare ad allentare gli ottimi rapporti politici che i due paesi intrattengono e che spesso frenano, sono ostacolo e rovinano le aggressive politiche americane contro il concorrente “nemico” russo.

        Se questo è il vero intento dell’aggressiva politica del bellicoso presidente americano come rappresentante degli interessi delle potenti multinazionali USA (e non certo dei lavoratori) nell’eterna lotta tra colossi capitalisti per rubarsi a vicenda fette di mercato internazionale, alla popolazione, alle masse proletarie, ovviamente come sempre il vero motivo dello scontro viene nascosto e vengono inventati dai media e dai politici pretesti “umanitari” per coprire e nascondere gli orrori e le nefandezze che il sistema capitalistico produce. Cinici e falsi pretesti che possano colpire il cuore e la sensibilità delle persone per apparire credibili, benevoli, così da ricevere il consenso popolare e poter condurre senza grosse contestazioni di popolo la spregevole lotta intercapitalista. Ed ecco che Trump nel suo blog twitta che l’attacco USA contro l’Iran è per la “nobile” causa di combattere il terribile “terrorismo internazionale” di cui, secondo il presidente, la borghesia iraniana ne sarebbe il maggior sponsor e sostenitore. Oppure porta la scusa che l’Iran starebbe “segretamente continuando a costruire armi nucleari”, o, altro pretesto ancora, che il piccolo paese del Golfo vorrebbe “destabilizzare” il mondo intero,  e cose del genere.

       E’ sorta anche un’altra buffa interpretazione portata da alcuni media americani (“Washington Post”) secondo cui Trump attaccherebbe l’Iran con sanzioni economiche molto dure e minacce varie, ma poi mai militarmente, per creare “confusione” così da tenere costantemente “sotto pressione” l’ostile borghesia iraniana. Anche questa un’altra ridicola motivazione. Come banale e assolutamente incompetente è la tesi che il suo comportamento sia basato per soli scopi elettorali. 

       Come detto, è chiaro, i governi borghesi non possono divulgare le spregevoli verità capitalistiche alle enormi masse già duramente sfruttate e costantemente sotto pressione per i continui sacrifici a loro imposti. È proprio compito dei media e dei politici al loro servizio inventare qualcosa di “nobile” e “umanitario” per giustificare le orrende e nefande azioni dei banchieri e degli imprenditori che attraverso i governi manovrano gli eserciti nazionali e sconvolgono il mondo,. Oggi per esempio, è di moda motivare ogni scontro, come detto, con “la lotta contro il terrorismo”, ma ieri si sono giustificate le guerre per “salvaguardare la pace”, altre guerre per “portarvi la democrazia” e così via. Menzogne e imbrogli continui.

      E’ compito dei marxisti smascherare i capitalisti e i loro servi e complici politici. Ed è compito dei marxisti guidare le masse proletarie alla società superiore, quando il momento giusto si presenterà.

RAPPORTI TESI TRA BORGHESIA EUROPEA E AMERICANA

E’ TRUMP CHE VUOLE IMPORRE AGLI EUROPEI GLI INTERESSI AMERICANI

 

 (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  ottobre 2019)

 

 

Il governo tedesco è sconvolto, non è mai stato così sotto attacco americano dalla fine della seconda guerra mondiale.

Con l’avvento del presidente Trump tutti i rapporti politici tra le due potenze, americana e tedesca, si sono deteriorati. Trump vuole imporre a tutti i costi ai governi occidentali la sua politica estera, questo vale, soprattutto, per il governo tedesco: “Mi daranno quello che voglio!” tuona serio il presidente americano il 20 agosto alla vigilia del G7 a Biarritz in Francia, “basta tassare le loro automobili”, (intende naturalmente in America) “… ci vendono milioni di Mercedes, milioni di Bmw …” prosegue spavaldo il presidente. 

     Trump come capo del governo americano e quindi come rappresentante e fautore dei grandi interessi delle multinazionali Usa, si dichiara molto soddisfatto del suo operato: “Mi darei un 10” ha esclamato in diverse occasioni, riferendosi a come dirige il suo programma politico di attacco su larga scala mondiale.

     Per capire l’attuale situazione bisogna però ritornare al lontano 1945, quando gli Stati Uniti vincendo la 2° guerra mondiale hanno imposto da allora, sia sul fronte occidentale che su quello asiatico, la propria superiorità su tutto il pianeta. Ora, dopo più di 70 anni da quell’evento, è il gigante imperialista cinese diventato oggi una grande potenza economica a mettere in discussione la supremazia americana. 

     Ma la borghesia Usa è cosciente, per potente che sia, che da sola non può contrastare il nascente e altrettanto possente gigante capitalistico asiatico.  Ha bisogno di alleati, ha bisogno di un forte schieramento di borghesie che lo sostengano, così che tutte  assieme, unite, siano in grado di isolare e frenare il gigante asiatico concorrente. Perché alla fine è questo il fine ultimo del presidente Trump quando grida: “Mi daranno quello che voglio!”. Ossia: gli europei dovranno seguire gli americani, ed assieme frenare il dragone cinese e suoi alleati russi, iraniani, venezuelani, e forse anche indiani.

     E quando (sempre al G7) dichiara: “ma noi abbiamo tutte le carte … basta tassare le loro automobili [in America – ndr]” intende che è questo il potente ricatto che il presidente vuole usare per costringere i governi del continente europeo, in particolare la Germania, a sottostare alla sua politica.

     Ovviamente la Grosse Koalition, ossia il governo della borghesia tedesca che intrattiene grossi affari con russi e cinesi (ma anche con l’Iran) vive male, ma proprio male questa imposizione. Non può che essere altrimenti. E cerca di opporvisi in tutti i modi. Quindi nella forte tensione che ne scaturisce sono i rapporti tra i due governi che si stanno deteriorando come non mai. “Stiamo vivendo una crisi che non ho mai ritenuto possibile” titola la rivista “Der Spiegel” il 16 agosto, riferendosi ai pessimi rapporti tra la cancelliera Merkel e Trump. Sicuramente è così. Ogni borghesia pretende essere indipendente nelle sue scelte di interessi, e questo vale, soprattutto, anche per la potente borghesia teutonica, che è la più imponente in Europa.

     Però il presidente Trump non molla e sicuramente nel futuro non mollerà. Nell’ascesa del gigante cinese vede un pericolo troppo grande, troppo pericoloso per gli interessi dei grandi gruppi imperialisti americani. Perciò, come sempre accade in queste situazioni storiche, va all’attacco senza pensarci due volte. Il futuro perciò vedrà la borghesia tedesca che si dovrà rassegnare (questo lo sa bene) alle continue pressioni americane (mentre dal canto suo la stessa borghesia tedesca impone alle altre borghesie europee la sua politica imperialista). 

     Quello che sta succedendo in realtà è uno scontro interimperialistico che ha sempre contrassegnato la storia delle nazioni capitaliste. Nel mondo della concorrenza capitalistica, è noto, non può esistere la pace.


 

SCONTRO TRA IMPERIALISMI CINA-USA

 

 (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  luglio  2019)

 

La Cina ha raggiunto da alcuni anni lo status economico-politico di imperialismo. Nella sua economia si possono trovare ora multinazionali, monopoli, enormi complessi economici finanziari, esattamente come descritto da Lenin nel suo “Imperialismo, fase suprema del capitalismo”. Multinazionali, grossi complessi industrial-finanziari che nella società comunista assolutamente non esistono. Quindi com’è evidente la Cina non ha niente a che fare col comunismo.

Alcuni stati capitalisti si definiscono spudoratamente “socialisti” o “comunisti”, ma è tutto un inganno. Le borghesie statali che la vi padroneggiano (Cina, Cuba, Nord Corea) usano questo inganno proprio per meglio dominare e sfruttare i lavoratori così da aumentare i propri profitti.

Il capitalismo statale (il capitalismo può anche essere statale) cinese grazie a questo inganno ha potuto accumulare nei decenni scorsi enormi capitali, e adesso come capitalismo imperialista è pronto per entrare in concorrenza contro gli altri imperialismi, in particolare contro quello dominante americano. E le cronache registrano appunto che lo scontro tra i due colossi si sta facendo sempre più aspro.

Dopo il noto aumento dei tassi americani sulle merci cinesi importate in USA e la reazione cinese di alzare a sua volta i dazi in Cina sulle merci americane, è seguito l’attacco USA contro la multinazionale cinese Huawei delle comunicazione, la quale, come riportato sopra, contrattacca esigendo in America miliardi per il compenso del proprio brevetto.

Ma l’intervento economico dell’imperialismo cinese non è concentrato solo in Nord America, ma spazia dall’Europa all’Asia, fino a coinvolgere l’intero continente africano. E la preoccupazione dell’espansione cinese in Africa coinvolge non solo le multinazionali americane, ma soprattutto quelle europee, per le quali l’Africa è sempre stata considerata  “proprio terreno d’affari”.

Ovviamente per le multinazionali di tutti i paesi, europei o cinesi o americani che siano, l’interesse africano non è “umanitario” o di “pace” o “collaborazione” come viene presentato, ma è l’occasione per far montagne di soldi anche sulla pelle dei lavoratori africani.  

E di conseguenza anche in questo continente la concorrenza tra imperialismi si accende. Spudoratamente le varie nazioni che sgomitano per procacciare affari si accusano reciprocamente di “neocolonialismo”. Ma in questa ennesima battaglia sembra proprio sia l’imperialismo cinese quello che alla meglio stia sfruttando l’occasione in quella che viene definita dai concorrenti occidentali “la conquista cinese dell’Africa”.

Interessante è come nell’articolo “La campagna d’Africa” il giornale “Il foglio” del 7 febb. 2019 presenta con invidia le “furbizie” e i “trucchi” dei capitalisti cinesi per la loro espansione. A riguardo di come operano le aziende di Pechino dice: “Il problema però è nella natura degli investimenti cinesi, e nella cosiddetta ‘trappola del debito’: le opere sono finanziate con prestiti cinesi, che se poi non possono essere ripagati costringono il paese [dov’è avvenuto l’investimento – n.d.r.] a cedere quelle stesse infrastrutture. Il caso scuola è quello dello Sri Lanka, e del porto di Hambantota: il governo di Colombo non è riuscito a ripagare il debito contratto con Pechino, e nel dicembre del 2017 ha dovuto cedere il controllo del porto”.  Questo “trucco” viene perciò preso a pretesto dalle borghesie concorrenti per accusare l’imperialismo cinese di operare uno “sfruttamento delle risorse naturali altrui”, tacendo che loro come imperialisti occidentali lo hanno sempre fatto e lo stanno facendo tutt’ora.

Ma veniamo alle impressionanti cifre dell’attivismo capitalista di Pechino nel continente africano. Seguiamo sempre quanto relaziona l’articolo “La campagna d’Africa” del giornale “Il foglio”: “Secondo l’agenzia di stampa cinese Xinhua, il 2018 è stato il nono anno consecutivo nel quale la Cina si è posizionata al primo posto come partner commerciale del continente africano, e sfiora i cento miliardi di dollari di volume complessivo”, prosegue: “L’ultimo Forum sulla cooperazione Cina-Africa che si è svolto a Pechino lo scorso settembre è stato una specie di rito di consacrazione della strategia del presidente Xi Jinping nel continente africano. Quasi tutti i capi di stato africani sono volati nella capitale cinese”. Praticamente nell’ultimo decennio l’imperialismo cinese è riuscito a stringere forti legami affaristici con quasi tutti i paesi africani (escluso stando all’artico, il Burkina Faso e il Regno di eSwatini) i quali hanno instaurato un stretto rapporto con Pechino. Impressionante.

Ma ciò che preoccupa i capitalisti occidentali non è solo il fatto economico dell’espansione cinese, ma anche il suo risvolto politico. Sulla spinosa questione di Taiwan per esempio, dove l’isola si considera indipendente dalla Cina mentre Pechino invece la considera come proprio territorio, l’articolo riporta: Dopo la decisione del Burkina Faso, tra i paesi africani a riconoscere Taiwan è rimasto soltanto il minuscolo regno dell’Africa del sud, lo Swaziland, ufficialmente Regno di eSwatini”. In pratica, tutti i paesi africani, escluso appunto il Burkina Faso e il Regno di eSwatini, sostengono Pechino contro Taiwan nella disputa di considerare l’isola territorio cinese. L’espansione della Cina perciò non è solo un affare economico, ma com’è logico che sia, è anche politico.

L’articolo (molto informato) specifica sinteticamente anche gli affari di Pechino in Africa. In breve: Marocco: “i cinesi puntano soprattutto al porto Tangeri Med, ma finora la Cina si è aggiudicata i lavori del porto di Kenitra e la linea di Alta velocità tra Marrakech e Agadir”. Algeria: “gli investimenti esteri diretti della Cina (Ide), le infrastrutture costruite da compagnie cinesi sul suolo algerino, l’arrivo di migranti cinesi nel paese”. A novembre 2018 la Cina ha donato 28,8 milioni di dollari all’Algeria come parte del contributo economico e tecnico”. Egitto: “Sarebbero 10 miliardi di dollari gli investimenti diretti esteri nell’anno fiscale 2018-19, nell’anno precedente erano stati “solo” 7,9 miliardi. Sin dal 2017 la Cina è il maggior investitore del canale di Suez, e da anni ormai miliardi di investimenti finiscono nel China-Egypt Suez Economic and Trade Cooperation Zone, zona speciale considerata un “modello” di cooperazione tra i due paesi”. E poi Libia, Sudan, Kenia, e così via.

La concorrenza tra imperialismi sul mercato internazionale è destinata quindi, è evidente, ad acuirsi. Non può esistere nel sistema capitalistico armonia, la collaborazione, l’equilibrio, come molti auspicherebbero o vorrebbero. La storia insegna: il capitalismo è caotico, ogni capitalista pensa a se stesso e al proprio interesse di come far soldi senza guardare in faccia nessuno.  

- GUERRA DEI DAZI USA CONTRO LA CINA -

 

TRUMP VUOLE INDEBOLIRE L’IMPERIALISMO CINESE

IN ASCESA

 (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  giugno  2019)

 

L’imperialismo cinese è destinato a diventare la 1° potenza mondiale. Non manca molto ancora, solo una manciata di anni. E naturalmente, com’è di norma nel sistema capitalista comincia già a far sentire la sua presenza imperialista sui mercati internazionali. Con la ormai famosa “Nuova via della seta” le imprese cinesi a capitalismo di stato con un salto di qualità tecnologico notevole, si apprestano ora ad esportare non più semplici manufatti (vestiario, scarpe, suppellettili, tv, frigoriferi, ecc.) come nei decenni precedenti, ma impianti industriali, alta tecnologia, aeroporti, dighe, treni ad alta velocità, armi sofisticate, nelle nazioni di mezzo mondo, ossia nei paesi asiatici, paesi africani, e anche in alcuni paesi europei.

La Cina insomma comincia a mettere angoscia ai concorrenti occidentali. Nel prossimo futuro, è chiaro, la concorrenza cinese di capitali e finanza nei mercati internazionali aumenterà e di conseguenza metterà ancor più sotto pressione e in difficoltà le imprese occidentali.

Di questo meccanismo Marx direbbe: “Questo è il capitalismo, questa è la natura del capitalismo stesso”.Certo, è chiaro.

L’Amministrazione americana Trump si è data quindi il compito di contrastare l’emergere del gigante asiatico. Il suo fine è isolare internazionalmente l’imperialismo del dragone “prima che sia troppo tardi” (prima che diventi troppo potente). Quindi Trump ha intrapreso la famosa “guerra dei dazi”.

Spieghiamo brevemente. Una grossa parte dei manufatti di primo consumo e quindi di basso prezzo (vestiario, tv, scarpe, mobili, ecc) prodotti in Cina, oltre che essere venduti nel mercato interno nazionale, vengono esportati e venduti per parecchie centinaia di miliardi di dollari nei mercati occidentali avanzati, soprattutto in America. Con i guadagni ottenuti dalla vendita di queste semplici merci, l’imperialismo cinese (sfruttando fino all’osso gli operai) ricava i capitali finanziari necessari da poter investire nell’alta tecnologia e far così un salto di qualità nella produzione (in impianti industriali, centrali elettriche, ferrovie, ecc. ma anche alta tecnologia militare). Arrivata a questo alto livello tecnologico produttivo la borghesia cinese può cominciare a vendere impianti industriali, centrali, aeroporti, ecc. ai paesi esteri arretrati comprendenti la “Nuova via della seta” in Asia, Africa, ecc. a questo livello l’imperialismo cinese può espandersi nel mondo costituendosi un proprio impero finanzial-industriale, commerciale e infine anche militare, esattamente come hanno fatto in precedenza gli altri imperialismi occidentali (inglese, tedesco, francese, giapponese, Usa, Europa).

Trump alzando i dazi sui manufatti cinesi venduti in America cerca di abbassare i guadagni che le imprese cinesi ottengono dal grande mercato Usa. Questo avrebbe l’effetto, nel piano Trump, di diminuire le finanze del capitalismo di Pechino con la conseguenza di un rallentamento dell’economia. Sarebbe questo il disegno strategico del presidente americano.

 

Ma ovviamente in governo dell’imperialismo cinese non è che resti a guardare, rimanga immobile e subisca passivamente l’iniziativa aggressiva del potente concorrente del nord America. Anche all’imperialismo cinese non mancano le “armi” commerciali per rispondere all’attacco Usa. Probabilmente i vertici di Pechino avevano già calcolato l’eventuale reazione delle borghesie occidentali al tempo che avevano impostato e poi attuato la “Nuova via della seta”.

Quattro ( 4 ) possono essere le misure con cui Pechino può reagire per contrastare Washington: 1°- l’innalzamento a loro volta dei dazi sui prodotti americani venduti in Cina, che è già stato fatto. 2°- svalutazione della propria moneta cinese (lo Yuan), anche questo già usato nel giugno dell’anno scorso e nell’aprile-maggio di quest’anno. Ma questa misura non può però essere ripetuta troppe volte, perché una svalutazione monetaria troppo forte farebbe scappare sui mercati internazionali i compratori di riserve monetarie in Yuan. 3°- detassazione alle imprese in Cina le cui merci in America vengono colpite dal rialzo dei tassi, per compensarne le perdite. Di questo non abbiamo notizia, ma siamo certi che viene usato. 4°- vendita dei Titoli di Stato americani (titoli del Debito Pubblico americano) di cui il governo imperialista cinese ne è il più grande possessore al mondo. 

La vendita dei Titoli del Debito americano è “l’arma” più efficacepiù letale in mano ai cinesi contro Washington, può far crollare l’economia Usa. Pechino ne è consapevole e come “segnale” di reazione ai dazi Usa ha già disertato le ultime aste di vendita dei Titoli di Stato americani (come riportano i giornali italiani) e ha già cominciato anche a vendere qualcosa di quelli che ne è in possesso. Poca cosa, per ora, ma sempre un “segnale” per gli americani di cosa a loro potrebbe accadere se i cinesi volessero reagire fino in fondo. Se questo accadesse, e cioè che Pechino cominciasse a vendere in massa i Titoli del Debito pubblico americano in sua possesso, significherebbe, come detto, veramente un mare di guai per l’economia statunitense.     

Si può concludere affermando che l’attuale “guerra commerciale” USA-Cina del tutto aperta è assolutamente imprevedibile, e potrebbe anche riservare sorprese, evolversi in inaspettati tragici eventi. Non sarebbe la prima volta nel corso storico capitalistico


 

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 -COSA ACCADE DIETRO LE QUINTE NELLO SCONTRO TRA BORGHESIE-

HUAWEI, NORD STREAM 2, NATO, SPESA MILITARE 

LA BORGHESIA TEDESCA SOTTO RICATTO TRUMP

PRESSING CONTINUO AMERICANO SULLA GERMANIA PERCHE’ SI STACCHI DA RUSSIA E CINA. 

OVVIAMENTE TUTTO QUESTO NON HA NIENTE A CHE FARE CON I LAVORATORI

 
“Poi incassiamo soldi dalla Mercedes e BMW”

  (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  aprile  2019)

Nell’estate dell’anno scorso abbiamo assistito allo scontro di Trump contro la Germania dove il presidente furioso minacciava di alzare i dazi doganali in America sulle importazioni dell’acciaio e delle auto tedesche. Il fine delle intimidazioni Usa era costringere e ottenere dal governo dell’imperialismo di Berlino tutta una serie di richieste. In primis che la Germania pagasse per intero le quote tedesche per le spese militari NATO (con relativi arretrati) cosa che Berlino da molto tempo paga solo in parte. Poi che la Große Koalition aumentasse la quota delle sua spesa militare nazionale dall’attuale 1,2% al 2% del Pil. Il presidente americano pretendeva poi con forza che la Germania e la UE lo seguissero nelle sue ritorsioni contro l’Iran con le note forti sanzioni. Un Iran dove anche l’imperialismo tedesco ha diversi interessi e che se avesse seguito gli Usa nelle sanzioni questi interessi sarebbero stati inevitabilmente compromessi.         

La prima reazione del governo della borghesia tedesca e della UE intera è stata di tentare di opporsi al forte diktat del presidente Usa, sia sugli aumenti della spesa militare che sulle sanzioni contro l’Iran (ovviamente per salvaguardare gli affari che i paesi UE hanno nel paese arabo). Ma in seguito, constatando che se Trump avesse veramente attuato l’aumento dei dazi sulle merci europee in America (e chissà quant’altro ancora) questo avrebbe provocato enormi danni alle imprese e agli affaristi europei, la Große Koalition e la UE insieme, hanno ceduto al pressing americano e eseguito ciò che Trump pretendeva.  

E’ stato così che sotto il ricatto dell’innalzamento dei dazi in Usa, per il governo borghese della Grosse Koalition è iniziato un cedimento dopo l’altro alle pressioni di Trump. 

E’ ovvio che tutto questo non ha assolutamente niente a che fare con gli interessi dei lavoratori, riguarda solo la lotta tra imperialismi per la spartizione delle varie quote dei grossi affari capitalisti tra le multinazionali e banche mondiali. I lavoratori ovviamente in queste faccende non hanno alcun ruolo, e com’è evidente, a loro tutto viene imposto.     

Quindi la Große Koalition sulla questione quote Nato, come sull’aumento considerevole della propria spesa militare, ha dovuto cedere e sottostare all’imposizione americana. La stampa riporta come solo per il 2019 il governo tedesco abbia programmato (sotto pressione Trump) per la prima volta dal dopoguerra un incremento di spesa militare del 12% - un record per l’imperialismo tedesco - incremento che poi ovviamente proseguirà, anno dopo anno.       

Anche sulla questione Iran la Große Koalition ha dovuto abbassare la testa ed accettare la volontà Usa. Come risaputo, con molto clamore l’anno scorso Trump ha unilateralmente disdetto “l’accordo sul nucleare” con l’Iran siglato in precedenza nel 2015 da Obama. Ma Trump non si è limitato solo a questo, ha preteso poi, usando sempre lo strumento del ricatto dei dazi, che anche gli alleati europei lo seguissero nel disdire a loro volta l’accordo con il paese arabo e ne interrompessero i rapporti commerciali. Dopo una prima debole resistenza UE, le multinazionali europee sono state costrette a sospendere ogni affare commerciale con il paese arabo, perché in caso contrario non avrebbero più avuto il permesso da Trump di proseguire i loro lucrosi affari che già hanno in America con perdite notevoli di interessi. L’effetto è stato che grandi ditte tedesche come Siemens, Daimler, ecc, (e molte altre ditte europee) hanno dovuto lasciare l’Iran.   

E’ ovvio a questo punto che Trump con lo strumento del ricatto riesce a costringere tutti i governi europei a sottostare a tutte le sue imposizioni. E adesso Trump ha esteso lo scontro contro “i nemici” russi e cinesi anche su  altri settori dell’economia.     

Come LA QUESTIONE HUAWEI –  Nel suo intento di contrastare e isolare l’imperialismo cinese, dopo i noti dazi contro Pechino, il presidente americano ha intrapreso anche una battaglia nel settore telefonico contro il colosso cinese Huawei. Il pretesto della battaglia (com’è norma nel capitalismo giustificare un attacco) è l’accusa alla multinazionale cinese di svolgere attività di spionaggio (attraverso il cellulare Huawei di rubare alta tecnologia agli Usa). Stando agli specialisti il vero scopo invece di questa mossa sarebbe il tentativo da parte Usa di arrivare ad escludere il colosso cinese Huawei in America e Europa dalla futura nuova rete telefonica 5G (5° Generazione) che sostituirà sul pianeta l’attuale 4G (4° Generazione), un affare mastodontico per le imprese del settore. Trump pretende che anche l’Europa lo segua e accetti la sua decisione. Al momento la Merkel sembra non acconsentire all’ingiunzione Usa, ma la sua posizione rimane molto altalenante (per es. nei primi mesi dell’anno la Merkel si è espressa - per via dello spionaggio - scettica nel permettere a Huawei di accedere alla rete 5G in Germania, e di pensarne, in linea con Trump, ad una sua esclusione. Ma adesso, fine marzo e aprile, sembra averci ripensato e di ritenere utile per gli interessi europei la rete 5G cinese).     

DISPUTA NORD STREAM 2 – Anche sulla realizzazione del nuovo gasdotto russo Nord Stream 2 lo scontro Germania-Trump è notevole. Il Nord Stream 2 è il nuovo lungo impianto che deve portare il gas dalla Russia alla Germania. Si aggiunge allo Stream 1 russo già esistente e operante. Il Nord Stream 2 Trump non lo vuole, assolutamente no. Nel suo obiettivo di isolare anche il concorrente Russia pretende che la Grosse Koalition lo abbandoni (attualmente è in fase di costruzione) e che Berlino si rifornisca di gas dall’America, anche se il gas americano costa molto di più di quello russo.   

In questo caso il motivo della dura opposizione Trump al Nord Stream 2 russo è che la Germania approvvigionandosi ancor più di gas dalla Russia (come detto, già lo fa con lo Stream 1) ne diventerebbe “sempre più dipendente e quindi ancor più ricattabile da parte di Mosca”. Il governo di Berlino sostiene invece di non vedere questo “pericolo”, ribadendo la “sua indipendenza nelle scelte in un progetto che è squisitamente economico”. Attualmente la Merkel sembra aver convinto tutti gli europei della validità di accettare il nuovo gasdotto russo e di sostenerla. Ma si attende la replica di Trump che probabilmente userà ancora una volta il ricatto dell’aumento dei dazi per costringere gli alleati alle sue scelte politiche.   

Ai nostri occhi di persone comuni, di proletari, tutte queste dispute sembrano assurdità, illogicità. Sono invece normalità nel mondo capitalista. Per determinare gli equilibri e i fronti di lotta (e di guadagno) internazionali tra i colossi borghesi.  

-CONTRASTI TRA BORGHESIA EUROPEA E AMERICANA-

ACCORDO MERKEL - MACRON

SU ESERCITO EUROPEO: DOVRANNO POI FARE

I CONTI CON TRUMP

LA BORGHESIA EUROPEA TENTA DI ARMARSI AUTONOMAMENTE. NEL VERTICE DI AQUISGRANA SIGLATA INTESA TRA FRANCIA E GERMANIA SU PUNTI COME: ESERCITO EUROPEO, MAGGIORE INTEGRAZIONE ECONOMICA EU, RICHIESTA SEGGIO ONU PER GERMANIA, INDIPENDENZA ESPORTAZIONI ARMI. 

  

(traduzione da "Der kommunistische Kampf"  aprile  2019)

In novembre dello scorso anno, all’affermazione di Merkel davanti al parlamento di Strasburgo di voler “costituire un esercito europeo” autonomo, Trump infuriato rispondeva dall’America che era meglio che gli europei “pagassero per intero le loro quote NATO” invece che pensare a queste cose. Trump contro l’esercito europeo” mette in chiaro (così come tanti altri giornali) la rivista Merkur.de il 12 febbraio. Non è solo Trump che è contro l’esercito europeo, affermiamo noi, ma anche tutti i presidenti americani suoi predecessori lo sono sempre stati. Per il fatto che nelle sporche guerre tra capitalisti che di continuo sconquassano questa società l’imperialismo tedesco ha perso la 2° guerra mondiale e da allora gli americani vincitori hanno imposto ai perdenti la loro NATO, ossia un esercito sovranazionale da loro diretto, al quale anche le borghesie sconfitte come Germania e Giappone devono sottostare ed eventualmente, con beneplacito Usa, servirsene.    

Angela Merkel esige l’esercito europeo – ma ottiene risposta negativa da Trump
Angela Merkel esige l’esercito europeo – ma ottiene risposta negativa da Trump

Allora perché questo vertice di Aquisgrana tra Germania e Francia, dichiarato “storico”, con rivendicazioni da parte dei due presidenti Merkel e Macron di un “Esercito europeo” svincolato dalla NATO, unito ad altre dichiarazioni di “più autonomia europea”, ecc?

In realtà le altisonanti affermazioni di autonomia militare hanno preso velocità in Europa negli ultimi tempi da quando Trump, dopo la sua elezione, ha cominciato ad imporre alle borghesie europee sue alleate, i suoi diktat per coinvolgerle contro Iran, Russia e Cina. E’ da allora che i governi tedesco e francese, entrati in fibrillazione, hanno cominciato con forza a rivendicare la propria autonomia militare. Perché da questi diktat americani le multinazionali europee ne saranno fortemente danneggiate e perderanno molti affari (e quindi molti soldi) e perciò si oppongono.   

Quindi nello scontro tra borghesie la reazione, la risposta europea è stata proprio l’organizzare in gennaio questo vertice tra Merkel e Macron per controbattere a Trump. Per cercare di dare uno strappo alla situazione di sottomissione militare agli Usa e impostare un processo autonomo e comune tra i due imperialismi europei. Con l’obiettivo poi, come sempre, di farsi seguire anche dalle altre borghesie europee.          

In verità è la prima volta nella storia del continente che viene espressa così chiaramente la volontà di un “esercito europeo unito”, tema principale del Vertice. Volendo esplicitare concretamente cosa significhi questa “autonomia militare europea”, detto in parole semplici sarebbe: gli imperialisti europei vogliono essere automi nelle loro decisioni di far guerre, di compiere disastri e massacri per i propri interessi in giro per il mondo, non volendo, com’è tutt’ora, essere condizionati e diretti dagli americani.  

Il vertice naturalmente, oltre al tema militare, ha trattato anche altre questioni importanti per le borghesie europee, come “una maggiore integrazione, sia economica, che a livello di scambio di funzionari a livello intergovernativo”, “rendere la legislazione delle imprese più unitaria”, “più collaborazione”, “più appoggio reciproco”, ecc. [da notare: nessun accenno al miglioramento europeo dei salari, delle pensioni, a meno precarietà giovanile europea, meno tasse sugli stipendi, e così via]. 

Vi è stata l’intesa anche sull’argomento di una “maggiore indipendenza europea nell’esportazione di armi”, come a sottolineare che anche in questo campo non si vuol più essere condizionati dagli americani, ma “indipendenti”. Sconcertante per noi proletari questa affermazione di “libertà di esportazione di armi”, che suona così ipocrita in bocca a governi che si dichiarano baluardi della “pace”, della “democrazia”, “della civiltà” ecc. [ in realtà i dati dicono che gli imperialismi tedesco e francese, assetati di guadagni, sono già in vetta nella classifica mondiale di vendita di armamenti (cosa tenuta alquanto in ombra)].

Altro elemento di scontro europeo con gli Usa è stata la richiesta congiunta tedesca-francese di un seggio permanente tedesco all’ONU. Organismo il cui assetto politico rispecchia ancora lo schema uscito dalla 2° guerra mondiale.

Alcuni commentatori (borghesi) ritengono di vedere in questo accordo di Aquisgrana un risultato piuttosto “blando”, “debole” per l’Europa. In quanto Francia e Germania “potevano fare di più”, soprattutto a livello di integrazione politica europea. Intendendo come Macron e Merkel avrebbero potuto decidere per un maggior slancio europeo soprattutto in politica estera, oggi ritenuta piuttosto retorica. E di porre all’ONU anche la richiesta di un seggio Unico Europeo anziché solo per la Germania.

Come reagirà il collerico presidente dell’imperialismo americano Trump a fronte di queste decisioni europee? … E’ attesa la sua risposta.

Queste sono tematiche che riguardano ovviamente gli interessi dei capitalisti, è chiaro.  

Noi invece come lavoratori e studenti, come proletari, come classe contrapposta a quella degli sfruttatori e dei guerrafondai, in Europa dobbiamo lottare uniti e determinati sui nostri interessi di classe: contro il lavoro precario e per più salario, meno sfruttamento, e per l’indipendenza politica della nostra classe stessa.


 

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-CONFRONTO-SCONTRO TRA BORGHESIE-

“GLI STATI UNITI PERDONO

IL DOMINIO MILITARE”

 E’ LA CONCLUSIONE DI UN DOCUMENTO STILLATO DA UNA COMISSIONE SOVRAPARTITICA DEL CONGRESSO USA

  

 (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  gennaio 2019)

 

Nell’articolo “Gli USA perdono il dominio militare” del 14 novembre sorprendentemente ”Der Spiegel” riporta che, nonostante gli Stati Uniti abbiano nell’anno corrente la spesa militare più costosa del mondo con 716 miliardi di dollari, ossia 4 volte quella della borghesia cinese e ben 10 volte quella dell’imperialismo russo, in un documento della Commissione Usa - reso pubblico dal “Washington Post”-  si sostiene che gli Stati Uniti “stiano perdendo il dominio militare nel mondo”. Il motivo di tale strana ed eclatante notizia viene però subito chiarito: è nella tecnologia militare che gli Usa stanno perdendo posizioni rispetto ai concorrenti, riferendosi a Russia e Cina.   

Katlheen H. Hicks, membro di questa Commissione Usa, afferma - continua il Washington Post - che all’interno del Congresso americano i democratici non sembrano però preoccuparsi di questa situazione. Anzi nel loro programma sarebbe addirittura previsto di “diminuire” la spesa militare americana. Perché dal loro punto di vista “gli Usa stanno ottenendo nel mondo tutto quello che vogliono, anche nell’ambito militare” (Der Spiegel – ibidem). 

Secondo la rivista di Amburgo questa Commissione del Congresso Usa, deputata ad indagare sull’attuale situazione militare americana, è stata in realtà voluta dallo stesso Trump e il risultato che ne è emerso deve servire al presidente dell’imperialismo americano per sostenere e giustificare (in contrasto con i democratici) il forte riarmo di spesa militare americana da lui stesso intrapreso.

Però è da sottolineare, che molti gruppi finanziari e multinazionali americane vedono nel riemergere dell’ imperialismo russo, e soprattutto nell’aumento della potenza cinese, un pericolo, non un vantaggio per se stessi. E che quindi vogliono reagire e prendere le relative contromisure. E lo dicono a chiare lettere, ufficialmente, negli Usa. Perché nell’espandersi notevole della borghese Cina vedono un futuro di forte pericolo per i loro lucrosi affari nel mondo. Per l’evidente legge capitalistica che anche la Cina, come tutte le imprenditorie del pianeta, è in forte concorrenza con gli Stati Uniti per ottenere profitto. E i potenti mezzi di informazione Usa diretti e condotti dai grandi gruppi finanzal-imprenditoriali, affermando che la “supremazia americana” è in pericolo, spingono senza sosta per influenzare i politici e la popolazione americana perchè si contrasti, si ostacoli i concorrenti russi e cinesi, E’ così che Trump ha pensato - e deciso - di proporsi alle elezioni e di presentare la sua ormai super famosa “Make America great again” (riportiamo l’America ancora grande).

Adesso, com’è chiaro, la sua politica aggressiva è in pieno svolgimento.

 

BORGHESIA RUSSA: NEL MONDO DIVENTATA MASSIMA VENDITRICE DI ALTA TECNOLOGIA MILITARE.

Sul grande ed esteso territorio russo, la grande industria russa in realtà non è molto ampia. L’imperialismo russo non è una grande potenza industriale come può essere la Germania, gli USA, il Giappone o la Cina. E non è neanche una potenza finanziaria com’è Wall Street o Londra. Molti dei suoi guadagni l’imprenditoria statale e privata russa li ottiene con la vendita dell’estrazione del petrolio grezzo e del gas combustibile (di cui è molto ricca anche se costantemente in balia dell’altalenante prezzo) e la vendita di prodotti agricoli cereali.

Nel settore industriale è però nell’alta (o meglio, altissima) tecnologia militare che l’imperialismo di Mosca si è particolarmente specializzato, raggiungendo i livelli massimi. In questo settore oggi la Russia non teme rivali, e si pone veramente come il più forte concorrente nei confronti dell’antagonista americano. 

Infatti al momento, le sue armi ad altissima tecnologia sono tra le più richieste. Cina, India, Indonesia, Pakistan, Siria, Iran, ecc. fanno a gara per acquistare i sistemi missilistici russi S400 e i recenti aerei da combattimento Sukhoi, per non parlare dei carri armati. Ma non solo i paesi “amici” sono ‘clienti’ delle armi russe,  addirittura anche un paese membro NATO, la Turchia, ne è acquirente, sfidando le ire di Trump che minaccia ritorsioni (e che spesso anche attua) con sanzioni ed embarghi vari per chi compra dai russi. Eppure anche sotto minaccia questi paesi acquistano comunque le costosissime armi russe di ultima generazione, sperimentate e collaudate - tra l’altro - nella guerra in Siria.

Si può dire che la Russia ormai da diverso tempo detiene stabilmente il 2° posto in questo settore di morte. Il primo posto spetta, com’è chiaro, all’imperialismo americano. Washington  vende armi praticamente a mezzo mondo, se si pensa che fornisce tutti i paesi NATO e tutti i paesi “amici” che vengono abbondantemente militarizzati in funzione anti russa-cinese-iraniana-venezuelana.

Per esempio l’Arabia Saudita riceverà dagli Stati Uniti una mega fornitura di armi di 110 miliardi di $ per svolgere il ruolo di sentinella degli interessi americani nel Golfo Persico.

Certamente l’obbiettivo per cui nell’arena mondiale le borghesie si confrontano e si combattono non è per raggiungere il benessere dell’umanità, ma a conferma di Marx, per ottenere il massimo profitto capitalista. 

-SCONTRO TRA BORGHESIE-

IL CALO DEL PREZZO DEL PETROLIO VOLUTO DA TRUMP PER COMBATTERE RUSSIA, IRAN E VENEZUELA

(traduzione da "Der kommunistische Kampf"  gennaio 2019

   (USA: Trump ringrazia L’Arabia Saudita per la diminuzione del prezzo del petrolio)

 

 

Molte sono le forme con cui le varie borghesie si combattono tra di loro: non solo militare, ma anche economiche e finanziarie.

Per l’imperialismo russo e la borghesia iraniana, dichiarate assieme alla Cina “primo pericolo” dall’Amministrazione Trump, il prezzo del petrolio è un fattore fondamentale per le loro economie, visto che le loro entrate finanziarie dipendono quasi esclusivamente dalla vendita sul mercato internazionale del prezioso liquido. Il rialzo o l’abbassamento del prezzo perciò determina una grande differenza per le loro finanze.

Va da se che, se il prezzo internazionale della sostanza energetica è in mano, in sostanza, ad una solo nazione, come lo detiene nella pratica l’Arabia Saudita con la sua enorme quantità di estrazione annuale di greggio, è chiaro che le borghesie russa, iraniana e venezuelana, sono in balia delle decisioni di questa nazione.

La borghesia petrolifera saudita è da molti decenni stretta e fedele alleata degli Stati Uniti, i quali la sostengono militarmente e economicamente nel suo intento di svolgere un ruolo di potenza geopolitica-militare nella zona del Golfo Persico, contro l’altra potenza regionale che è l’Iran (sostenuta dai russi) e l’Iraq. Senza l’aiuto militare e politico degli Stati Uniti l’Arabia Saudita sarebbe un nulla, e facile preda dei concorrenti.

Quindi per mantenere e sostenere l’alleanza con l’imperialismo americano i dittatori sauditi sono disposti a fare tutto quello che Washington chiede.

In questo interscambio di interessi, nel 1971 gli americani grazie all’aiuto dell’Arabia Saudita hanno potuto siglare il famoso accordo di Bretton Woods, dove da allora il dollaro è stato imposto su tutto il pianeta come unica moneta internazionale alle nazioni per le transazioni e pagamenti del petrolio e delle materie prime, portando enormi vantaggi finanziari all’imperialismo americano.

Nel 2016 su richiesta di Washington è ancora grazie all’Arabia Saudita che il prezzo del greggio crolla a 35 $, dando a Obama la possibilità di piegare l’Iran e il suo patrocinate Russia sull’accordo sul nucleare alle condizioni di Washington.

Adesso è Trump che usa il ribasso del greggio per piegare Russia, Iran e il Venezuela di Maduro.

Il 15 novembre di quest’anno il presidente russo Putin dichiarava a Singapore che, l’allora prezzo del petrolio a 70 dollari era giusto per la Russia e aggiungeva: “Il prezzo attuale è conveniente per noi: vi ricordo che le nostre spese sono calcolate sulla base di un prezzo pari a 40 dollari il barile, e questo ci dà la possibilità di operare con tranquillità e di raggiungere ottimi risultati”(Agenzia Nova – 15 nov. 2018). In realtà nel 2016 il crollo del prezzo del greggio a 35 dollari al barile ha portato grossi problemi e danni economici alla Russia. Poichè la forte diminuzione di entrate finanziarie russe conseguenti al forte ribasso aveva scatenato tensioni interne per il calo dei salari e delle pensioni. Inoltre Putin si è trovato con molto meno denaro per finanziare e pagare l’enorme apparato statale russo e per condurre le sue operazioni militari in giro per il mondo.

Trump questo lo sa, e quindi spinge con forza sull’Arabia Saudita perché assieme  all’OPEC si determini ancora il calo del prezzo internazionale del petrolio attraverso l’aumento massimo dell’estrazione del greggio.

 

(Trump ringrazia l’Arabia Saudita per la diminuzione del prezzo del petrolio)

 

In pubblico Trump spiega alla popolazione americana che esige il calo del petrolio per poter così diminuire le tasse in America, è la solita giustificazione per le masse, che nasconde la verità della vera furibonda lotta tra borghesie internazionali.

All’ultima riunione OPEC di dicembre è noto che Putin assieme all’Iran ha provato, hanno fatto di tutto per convincere i sauditi affinchè non venga aumentata l’estrazione del greggio (che determina poi, come detto, il calo del prezzo internazionale) ma l’Arabia Saudita è stata irremovibile e ha promesso solo una diminuzione di facciata.

Lo scontro tra borghesie-imperialismi sul pianeta per perseguire i propri interessi, com’è chiaro, è implacabile e di fatto inarrestabile. Nel capitalismo non esiste la pace tra i contendenti affaristi alla ricerca del massimo profitto.


 

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PERCHE’ GLI USA SI RITIRANO DALLA SIRIA

SIRIA: TRUMP SACRIFICA

I CURDI PER TENERSI

STRETTO ERDOGAN

SONO GLI INTERESSI CHE MUOVONO I BORGHESI,

NON GLI IDEALI DI SOLIDARIETA’

     (titolo: LA CASA BIANCA ANNUNCIA IL RITIRO DELLE TRUPPE)
(titolo: LA CASA BIANCA ANNUNCIA IL RITIRO DELLE TRUPPE)

-INSANABILI INCOERENZE DEL CAPITALISMO-

RIPUGNANTE OMICIDIO

KHASOGGI:

TRUMP SI RIFIUTA DI PERSEGUIRE

I RESPONSABILI SAUDITI


  (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  gennaio 2019)

 

IL PRESIDENTE TURCO. Perché il presidente della Turchia Erdogan è così nettamente contrario alla formazione di uno Stato Curdo sul territorio vicino siriano? Teme che questo darebbe il pretesto a loro volta ai curdi turchi  di pretendere e combattere per avere uno Stato Curdo anche in Turchia da poter  annettere a quello siriano (e iracheno) per formare un unico grande Stato Curdo indipendente nel Medio Oriente. Questo è quello che i curdi da decenni rivendicano e che da sempre aspirano.  

GLI AMERICANI. Gli americani sono amici della Turchia, la quale appartiene alla NATO, l’alleanza militare guidata appunto da Washington. Ma gli americani sono anche amici dei curdi siriani (quelli non voluti dai turchi) i quali sono stati utilizzati dagli Usa in Siria, certamente per combattere il Califfato, ma anche e soprattutto per destabilizzare il presidente siriano Assad filorusso, promettendo loro alla fine della guerra appunto la formazione di un proprio stato indipendente curdo sul territorio siriano.

DILEMMA. Ora, visto che il presidente turco Erdogan amico degli americani non vuole assolutamente lo Stato Curdo in Siria, a guerra praticamente finita gli Usa si trovano di fronte alla scelta di dover o rinunciare alla promessa fatta ai curdi e tenersi stretto l’alleato Turchia nella NATO e abbandonare i combattenti curdi al loro destino e alla sconfitta politica (e militare), oppure sostenerli fino in fondo nel progetto della costituzione del proprio stato e correre il forte rischio che i turchi come reazione (e come vuole Putin) si stacchino dalla NATO e passino nel fronte avversario di Russia, Cina, Iran e Siria.

(titolo: Commento al ritiro Usa dalla Siria: REGALO PER ERDOGAN)
(titolo: Commento al ritiro Usa dalla Siria: REGALO PER ERDOGAN)

SCELTA TURCA. Sacrificare i curdi siriani e sostenere la Turchia, visto l’importanza strategica che la nazione svolge nella scacchiera del Medio Oriente è per gli Stati Uniti e gli occidentali l’opzione capitalistica più logica dal punto di vista  strategico dell’Amministrazione Trump. Visto che a questo punto, negli interessi capitalistici generali delle borghesie occidentali i curdi non hanno più alcun peso.

PROPAGANDA. Come conseguenza di questa scelta svanirà così anche tutto quel consenso dei media che ha sempre sostenuto i curdi nella loro guerra e lotta per l’indipendenza, presentandoli come eroi, martiri e quant’altro per arrivare ad ottenere il loro stato autonomo capitalistico.

Questi repentini cambi di posizioni dei mezzi di informazione che rispecchiano gli interessi delle varie borghesie, appartengono delle disgustose, ciniche regole capitalistiche nella lotta tra borghesie per la spartizione del mercato globale. Uno scontro dove le etnie e le religioni vengono utilizzate e strumentalizzate per propri scopi.

L’ATTUALE SITUAZIONE. Al momento in cui scriviamo (inizio gennaio) il contesto siriano viene descritto dalla stampa come, dopo il ritiro dell’esercito americano, l’esercito turco si stia posizionando al nord della Siria per attaccare le enclave siriane sotto controllo delle milizie curde nelle città di Kobane, al Raqqa e Deir el Zor, situate nel nord-est siriano. Però, vista la situazione disperata e senza via d’uscita, i combattenti curdi dell’ Ypg hanno deciso di consegnare le città e i loro territori all’esercito siriano anziché combattere. Questa evoluzione della situazione sembra andar bene persino anche al presidente turco Erdogan, perché significa che i curdi consegnandosi ai siriani rinunciano di fatto alla formazione del proprio Stato in Siria, proprio come Erdogan esige.   

SIRIA RICOMPOSTA. Con quest’ultima resa curda, in pratica la Siria si ricompone come prima della guerra iniziata nel 2011. Adesso come di norma, subentrerà la fase di mediazione tra le varie etnie sociali delle varie zone siriane per trovare gli equilibri necessari per governare il paese.

Il presidente siriano Assad viene acclamato dalla stampa internazionale come il vincitore di questa guerra civile. In realtà il vero vincitore è il presidente russo Putin, che da esperto stratega e guerrafondaio ha condotto la regia della guerra portando Assad alla vittoria.

RIFIUTO AL CAPITALISMO. E’ sempre da ricordare che nella crudeltà della realtà capitalistica tutto questo, per chi l’ha vissuto, è costato alcune centinaia di migliaia di morti, distruzioni immani, fame, povertà, disperazione.

Acclamare la fine della guerra senza descriverne e sottolineare il meccanismo perverso che l’ha prodotta è da vigliacchi. Un meccanismo che, come a tutti è chiaro, in contemporanea sta causando tante altre guerre.

E’ per questo che c’è bisogno di un’altra società. Superiore.

 

  (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  gennaio 2019)

 

Attualmente esiste un duro contenzioso tra il governo turco e quello americano (vedere articolo “Al rialzo dei dazi Usa contro la Turchia anche Erdogan –come la Cina– risponde con una forte svalutazione della moneta” - “Der kommunistische Kampf” n°27 – ottobre 2018). Il governo americano in agosto ha introdotto dure sanzioni economiche anche contro la Turchia. Perciò come logica nello scontro interborghese, anche il governo turco reagisce e risponde con tutte le misure possibili per contrastare l’antagonista americano e cercare di metterlo in massima difficoltà. Nel senso che la mossa che il presidente turco Erdogan cerca di fare ufficializzando questo orribile crimine commesso dai sauditi, è di mettere Trump contro, o di guastare il rapporto, con il suo alleato e amico saudita principe Bin Salman. L’increscioso e terribile “caso Khashoggi”, a nostro avviso, può trovare la sua spiegazione in questa luce.  

Il fatto, è veramente un caso aberrante di crudeltà omicida, dove una persona del tutto innocua ed estranea alla politica si è trovata improvvisamente ad essere il nocciolo principale in uno scontro tra borghesie, sconvolgendo gli stati d’animo di persone di mezzo mondo.

Tutte noi in questo mondo abbiamo un senso di giustizia, e di fronte ad una cosa così crudele, così spietata, dove un uomo viene attirato in un’ambasciata, viene freddamente ammazzato, fatto a pezzi e poi fatto scomparire, viene spontaneo gridare giustizia. Viene naturale pensare che una volta individuato il colpevole (o i colpevoli) essi vengano puniti.

Nello sbalorditivo caso Khashoggi invece la soluzione non trova questa conferma: l’individuato colpevole non viene perseguito! L’omicida ha diritto, nonostante ciò, a non essere punito. Perché? Per quale motivo?

I mezzi di informazione ci fanno scoprire (e sapere) che accanto alle leggi della giustizia in generale, esiste anche un’altra “giustizia”: quella capitalistica, quella della salvaguardia degli interessi capitalistici. Il presidente americano Trump, che avrebbe tutta la forza e l’autorità per perseguire il colpevole Bin Salman, ossia l’alleato dell’America principe ereditario al trono dell’Arabia Saudita e mandante dell’omicidio (da quando appurato dalle indagini CIA) afferma che “non è il caso di esagerare”, “non è il caso di procedere” contro il responsabile mandante.  

Tale sorprendete decisione risiederebbe nel fatto che, come riportano i giornali, l’Arabia Saudita è un alleato troppo importante per gli Stati Uniti e per i paesi occidentali nel sostenere e difendere i loro interessi nel burrascoso Medio Oriente così importante per il petrolio. E perseguire il principe dichiarato dalla stessa CIA colpevole significherebbe mettere in difficoltà, incrinare le relazioni di interesse che i paesi occidentali hanno con il suo paese. Quindi Trump non procederà contro il principe mandante.

Sbalorditivo! Ma realtà. La legge dell’interesse imperialista supera la legge della giustizia. Il sistema capitalistico ci dice che in questa società anche questo può accadere.

Naturalmente se un fatto così aberrante fosse successo in un paese “non amico” per l’America, Trump (attivando la sua commedia e aggressività) avrebbe gridato allo scandalo per tale orrendo delitto. E nella sua irruenza avrebbe preteso giustizia: che il colpevole non rimanesse impunito. Forse Trump avrebbe addirittura portato il caso alle Nazioni Unite …

Se si osserva però con attenzione in questa società, ci sono altri esempi che ci dicono che non c’è da stupirsi per l’atteggiamento apparentemente sconcertante del capo del governo americano. L’Arabia Saudita, come tanti altri paesi del Golfo arabo amici degli occidentali (Qatar, Emirati Arabi, ecc.) effettivamente non è mai stata denunciata ufficialmente per le sue note atrocità all’interno del proprio paese. Torture, esecuzioni in pubblico, persecuzioni (e persino schiavitù) riportano le riviste specializzate siano all’ordine del giorno in questi stati. Stranamente la stampa occidentale, sempre molto attenta ai diritti delle persone, alla giustizia sociale, all’ambiente, alla democrazia, non fa cenno a questi orribili crimini. Si preoccupa invece con molta attenzione se le donne arabe nei loro paesi possono guidare la macchina o se è giusto che portino il burqa (il velo), ma dei feroci crimini commessi, nessun accenno.

E non c’è da stupirsi dell’immorale sorprendente decisione di Trump anche perché i paesi occidentali, tutti, nel passato, per salvaguardare i loro interessi hanno sostenuto brutali dittature come quella di Pinochet in Cile o di molte altre in centro e sud America o in Africa, dove ingiustizie, torture e morti si contavano a decina di migliaia

La società capitalistica può quindi offrire una società giusta, morale, civile? All’evidenza dei fatti la risposta è certamente: no!  E chissà quanti altri delitti, ingiustizie, orrori, in giro per il mondo vengono commessi e nascosti in nome dell’interesse capitalistico. Delitti che rimarranno sempre sconosciuti e impuniti. 


 

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IL PREZZO DEL GREGGIO NELLO SCONTRO TRA BORGHESIE

WASHINGTON MANOVRA

IL PREZZO DEL PETROLIO CONTRO RUSSIA E IRAN

Anche il prezzo del petrolio può essere pilotato nella lotta interimperialista.

 

 

                                                             (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  novembre  2018)

 

Così riporta ‘Il Post’ del 23 giugno 2018: “L’OPEC – l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio – ha trovato un accordo – per aumentare la produzione di petrolio e farne calare il prezzo come chiedevano i principali paesi consumatori di petrolio. L’accordo è stato trovato su iniziativa dell’Arabia Saudita, che aveva subito nelle ultime settimane grosse pressioni dagli Stati Uniti per aumentare la produzione di petrolio, arrivato ai suoi prezzi più alti dal 2014”.

Anche il prezzo del petrolio può essere quindi pilotato. Per quasi due mesi sui giornali internazionali ha trovato grande risalto la notizia che il presidente Trump tuonava esigendo che i prezzi del petrolio venissero abbassati. Con forza spingeva perchè l’Arabia Saudita convocasse il vertice OPEC per farne aumentare l’estrazione così che se ne abbassasse il prezzo. L’andamento del prezzo del petrolio quindi non è casuale, ma ha una sua logica, una sua comprensibile spiegazione.

Alcuni opinionisti hanno visto nell’ordine di Trump all’Arabia Saudita di calare il prezzo una necessità del presidente per ricevere consenso dal suo elettorato. Altri un modo per raffreddare l’inflazione americana e di conseguenza non far alzare  i tassi di interesse del debito statunitense. Altri ancora per dare una spinta all’economia americana.

Tutte opinioni interessanti, ma noi non siamo di questo parere. Ne vediamo invece una lotta interimperialista tra borghesie. Una manovra Usa contro Russia e Iran.  Secondo Bakindo, segretario Opec, già in passato gli Usa hanno usato questo sistema, hanno fatto pressione perché il prezzo del greggio scendesse per scopi politici. Si riferisce all’Amministrazione Obama.  

Esistono nazioni, cioè borghesie, che dipendono esclusivamente – o quasi – dall’estrazione del prezioso prodotto energetico e di conseguenza ne sono in balia completa del suo prezzo. Nella battaglia sul mercato internazionale tra le enormi finanze-imprenditorie queste borghesie possono essere messe sotto scacco o essere ricattare da nazioni concorrenti o borghesie dominanti che sono in grado di pilotarne il prezzo. A nostro avviso questo rispecchia proprio l’attuale situazione, dove gli Usa, che vedono la Russia (assieme alla Cina) “Primo pericolo per l’America”, stanno cercando attraverso il calo del prezzo del greggio di mettere in ginocchio economicamente le borghesie di Mosca, Teheran e Caracas,  grandi produttrici di petrolio.

Come anche Bakindo fa capire, già Obama nel 2014-16 aveva sperimentato con esito positivo questa forma di battaglia-ricatto. In quel periodo lo scontro contro la Russia e la Cina emergente e in ascesa cominciava ad acutizzarsi e fervevano i negoziati per l’accordo sul nucleare dell’Iran, dove l’imperialismo americano come sempre, cercava di imporre il suo “Washington Consensus”, cioè il proprio diktat. Essendo l’Iran alleato e sotto protezione russa ed che entrambe le economie dei due paesi vivono sull’estrazione del petrolio, molti esperti hanno visto nell’allora improvviso calo del prezzo del petrolio da 120 a 35 $ al barile la manovra di costrizione dell’Amministrazione Obama per far accettare alle due borghesie ‘ribelli’ le proprie imposizioni. Così ‘Il Post’ del 4 genn. 2015: Il vice-presidente [iraniano -n.d.r.] Eshag Jahangiri, ad esempio ha definito il crollo del prezzo del petrolio un “complotto politico” ordito dai nemici dell’Iran e ha detto che se anche il prezzo dovesse scendere a 40 dollari al barile, l’Iran «continuerà a cavarsela bene».  Proseguiva poi ‘il Post’“… Di fronte alla necessità di tagliare il bilancio [a causa del calo del prezzo del greggio –n.d.r] ad esempio, l’Iran potrebbe essere costretto a diminuire il suo appoggio  al regime siriano di Bashar al Assad, al gruppo terroristico libanese Hezbollah e a Hamas, la fazione palestinese che domina la Striscia di Gaza. Infine, in caso di crisi prolungata, l’Iran potrebbe trovarsi costretto ad accettare le limitazioni al suo programma nucleare richiesta da Stati Uniti e Unione Europea, così da ricevere in cambio un allentamento delle sanzioni”.  Cosa che poi è stata.

In questa battaglia tra grandi borghesie per la conquista dei mercati, tutto dimostra che Washington riesce a manovrare il prezzo del greggio a seconda dei propri interessi. Infatti l’Amministrazione Obama una volta ottenuto il risultato che voleva nell’accordo sul nucleare con l’Iran del 2016, ha lasciato poi che il prezzo del greggio di nuovo fluttuasse e risalisse. Lo può fare certamente grazie alla collaborazione dell’Arabia Saudita, alleata e fedele esecutrice degli interessi Usa nel mondo. L’Arabia Saudita è il più grande estrattore di petrolio dei paesi OPEC e, in alleanza con i paesi del Golfo, aumentando o diminuendo l’estrazione del greggio, riesce a determinarne il prezzo a livello internazionale.

Adesso è l’Amministrazione Trump che usa di nuovo il prezzo del greggio per piegare i concorrenti Russia, Iran, e Venezuela, borghesie che assieme alla Cina in forte ascesa economica, politica e militare, si sentono così forti da mettere in discussione l’ordine mondiale imposto dagli Usa vincitore della 2° guerra mondiale.

In questa sua funzione di guidare gli interessi della potente borghesia americana, Trump si dimostra molto determinato nel continuare ad imporre al mondo il diktat di Washington (il suo ‘Make America great again’). Nel suo progetto non solo pilota il prezzo del petrolio, ma attacca i concorrenti e i “ribelli” a tutto campo, con l’aumento straordinario della spesa militare Usa, l’innalzamento dei dazi contro la Cina, sanzioni contro Russia, Iran, Venezuela, disdice l’accordo sul nucleare con l’Iran, costringe gli alleati europei a seguirlo nel serrare le fila nell’alleanza politico-militare NATO (usando anche qui il ricatto di alzare i dazi se non eseguono).

Alcuni analisti affermano che le grandi potenze si stanno preparando per lo scontro militare. Nell’instabile e piena di catastrofi società  capitalista non sarebbe certo la prima volta.

Sicuro è che questa società è tutt’altro che una società tranquilla, di pace, e che tutto può succedere.

Solo il Comunismo può cambiare tutto.   

-CONTRASTI TRA BORGHESIE-

LA CINA SVALUTA LO YUAN PER AGGIRARE I DAZI AMERICANI

 

 

   (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  novembre  2018)

 

Non è per caso che Trump abbia improvvisamente attaccato la Cina con una pesante guerra commerciale. Trump non è la persona impazzita che improvvisamente (come il cattivo dei film) decide di attaccare il mondo e sconvolgerlo. Da molto tempo in America gli economisti e dirigenti delle grandi multinazionali e della finanza si lamentano sui media dello strapotere che la Cina sta assumendo nel mondo e Trump, presidente degli Stati Uniti assieme alla sua Amministrazione come rappresentanti degli interessi della potente borghesia americana (coma sovrastruttura degli interessi americani, direbbe Marx nella sua analisi) perseguendo l’obbiettivo di difendere “gli interessi del proprio paese” attacca quindi il forte concorrente asiatico.

E non è un caso che l’attacco condotto dall’Amministrazione Usa contro la Cina sia anche contro altre borghesie emergenti come Russia, Iran, Venezuela, e lo scontro sia iniziato violentemente all’inizio del 2018. Tutto questo non è casuale proprio perché verso la fine del 2017 i governi di Pechino, Mosca, Teheran e Caracas, (vedere ‘Der kommunistische Kampf’ articolo “Petro-Yuan contro Petro-dollaro, una bomba nello scenario internazionale!” – Aprile 2018) hanno annunciato ufficialmente al mondo che non avrebbero più usato il dollaro nei loro interscambi commerciali. Una mossa che a detta degli specialisti, creerà notevoli problemi in futuro alla finanza e all’economia americana. Queste  borghesie che sfidano i potenti Stati Uniti con una mossa così eclatante, sapevano perfettamente che così facendo avrebbero causato la reazione americana. E la reazione violenta Usa contro Russia, Cina, Iran e Venezuela, con l’elevazione dei dazi e le numerose sanzioni punitive, com’è ufficiale, non si è fatta aspettare. Ma Trump nell’attacco non si ferma solo contro queste nazioni, agisce anche contro altri paesi come Turchia, Germania e l’Europa, paesi membri Nato e alleati Usa, se non aderiscono e ubbidiscono alle ritorsioni americane contro i nuovi concorrenti “dissidenti”.

PERCHE’ TRUMP CONTRO LA CINA USA COME RITORSIONE L’INNALZAMENTO DEI DAZI ALLE MERCI CINESI E NON ALTRE MISURE, COME PER ESEMPIO LE SANZIONI?

Molto dell’attuale sviluppo dell’economia cinese è dovuto dalla vendita dei prodotti cinesi nei paesi occidentali e soprattutto in USA. La borghesia affarista industriale cinese che dirige l’economia del dragone risedendo e dirigendo il tutto dai vertici dello stato (definendosi falsamente “comunista” per ingannare i lavoratori)  esporta e vende nei paesi avanzati manufatti di prima necessità  (cioè prodotti fatti con una bassa tecnologia industriale, come vestiario, scarpe, prodotti elettronici, giocattoli, suppellettili, elettrodomestici, pezzi di ricambio, e così via) per parecchie centinaia di miliardi di dollari. Queste vendite servono a Pechino per raccoglie moneta pregiata come dollari, euro, yen. Monete pregiate che permette poi al governo cinese di comperare, sempre dai paesi altamente industrializzati e tecnologizzati, ulteriori impianti industriali ed alta tecnologia per aumentare ancor più la propria area industriale in Cina. Ovviamente tutto questo avviene, com’è di pubblico dominio, tenendo al minimo possibile gli stipendi dei lavoratori cinesi e alzandone al massimo lo sfruttamento con orari di lavoro lunghissimi e intensissimi. Sfruttamento che permette non solo una forte accumulazione di capitale, ma anche immensi guadagni e ricchezze ai dirigenti borghesi del cosiddetto ma falso “Partito Comunista Cinese”.

Questo sistema di sviluppo, di interscambio commerciale, questa accumulazione iniziale, è una fase che tutti i paesi capitalistici in via di industrializzazione hanno già attraversato, e che adesso anche le borghesie degli attuali paesi emergenti seguono.

Le nuove borghesie entrando nella scena mondiale, nel passato come oggi, si trovano a subire  però la concorrenza e il contrasto delle forti borghesie dominanti già esistenti. L’Amministrazione Trump sta cercando appunto di ostacolare, di frenare l’espansione dei nuovi arrivati. I quali, dalla visuale americana, vogliono arricchirsi ed espandersi a spese e a danno gli interessi degli affaristi americani nel mondo. Agli occhi dei proletari questo può sembrare un’assurdità, ossia che una nazione cerchi di fermare lo sviluppo di un’altra nazione, ma il capitalismo funziona e ha sempre funzionato così. Un paese emergente diventa importante per le borghesie già esistenti quando permette loro di investire in quel paese e vendere i propri prodotti e produrre quindi profitto. Ma rappresenta un pericolo appena il paese emergente diventa troppo potente. Sono i paradossi, le contraddizioni del sistema capitalistico, ben descritte da Marx nelle sue opere, ed è per questo quindi che esiste la necessità di passare ad un’altra società, una società superiore.      

Tornando all’Amministrazione Trump, l’attuale mossa dell’innalzamento dei dazi Usa alle merci cinesi ha perciò lo scopo di chiudere i mercati occidentali alla Cina (dichiarata assieme alla Russia da Trump ufficialmente e senza sosta “Il pericolo maggiore per l’America”) per arrivare a isolarla così da imporre all’establishment cinese le condizioni americane.

All’innalzamento dei dazi in Usa il vertice borghese cinese a Pechino risponde con una forte svalutazione della propria moneta (lo yuan o renminbi). E’ una contromossa classica in queste situazioni nel mondo capitalista (così ha fatto anche il governo turco in agosto, quando ha svalutato improvvisamente la lira turca, allorchè Trump aveva preso la decisione, come ritorsione, di alzare i tassi doganali in Usa anche contro le merci turche).

La Cina e la Turchia lo possono fare, cioè possono svalutare improvvisamente le loro monete, perché entrambe non sono ancora potenze finanziarie (Stati Uniti e Europa per es. non lo potrebbero fare, essendo nazioni monetarie che prestano soldi in tutto il mondo). Se la Cina e la Turchia fossero grandi potenze finanziarie prestatrici di soldi e improvvisamente svalutassero le loro monete del 20-30% come successo adesso, chi nel mondo detenesse yuan cinesi o lira turca si troverebbe improvvisamente con un valore in meno del 20-30%, quindi perderebbe molto denaro, perciò scapperebbe subito da queste valute e nessun capitalista al mondo vorrebbe più avere a che fare con lo yuan cinese o lira turca. Non essendo che Cina e Turchia sono forze finanziarie, la loro contromossa svalutativa può quindi funzionare, creando solo problemi secondari al loro mercato interno

Il mercato capitalistico è caotico, si sa. E’ anche incontrollabile e spesso difficile da comprendere. E’ un mondo di continuo scontro e contrasto tra borghesie per arrivare ad ottenere il massimo profitto. Uno scontro dove le masse lavorative purtroppo ne vengono sempre coinvolte e trascinate.


 

Era nell’aria che gli Usa avrebbero reagito, dopo che nel settembre dello scorso anno 2017 Cina, Russia, Iran e Venezuela avevano annunciato che dal 2018 non avrebbero più pagato le loro transazioni internazionali del greggio in dollari ma in Yuan cinese. Molti specialisti del settore finanziario si aspettavano di conseguenza la forte reazione americana. Perché l’abbandono del pagamento in dollari nel commercio del petrolio comporterà sui tempi lunghi enormi problemi e danni per l’economia della borghesia americana.

Chi legge e segue il nostro giornale “Der kommunistische Kampf” avrà certamente osservato che già nell’articolo di aprile  “PETRO-YUAN CINESE CONTRO PETRO-DOLLARI, UNA BOMBA NELLO SCENARIO INTERAZIONALE” denunciavamo il cambiamento di situazione preventivando l’eventuale risposta Usa. E “la forte reazione americana” non si è fatta attendere. In gennaio il presidente americano nel documento programmatico ‘National Defence Strategy’ approvato dal Congresso ha dichiarato formalmente che, come “primo pericolo per l’America” essere non più “Il terrorismo internazionale” come aveva sostenuto Obama, ma “Russia e Cina”; in febbraio Trump ha approvato il più grande riarmo Usa dal dopoguerra; in marzo ha innalzato sensibilmente i dazi americani contro le merci cinesi; in aprile ha attaccato la Siria (protettorato russo) con i missili; in giugno ha minacciato le potenze europee di alzare anche per loro i dazi doganali Usa sulle merci europee se non avessero pagato per intero le quote NATO, e sempre in giugno ha dato ordine all’Arabia Saudita di  abbassare il prezzo del petrolio per mettere in ginocchio le economie russa e iraniana. Come ultimo e noto provvedimento, ha disdetto improvvisamente l’accordo sul nucleare con l’Iran, accordo stipulato nel 2016 da Obama.

Una reazione possente e violenta di non poco conto, è evidente. La Cina emergente seguita da Russia, Iran, Venezuela, con la scelta di non commerciare più in dollari hanno aperto consapevolmente uno scontro feroce tra imperialismi. Perché con questa iniziativa hanno deciso di sgretolare l’accordo di Bretton Woods del 1971, da cui la finanza Usa trae enormi vantaggi. Adesso con la cosiddetta “dedollarizzazione” si presenteranno per gli Usa, a detta degli esperti, momenti non molto felici.

In “Der kommunistische Kampf” dei mesi scorsi abbiamo analizzato in più articoli gli aspetti del documento ‘National Defence Strategy’ dove Russia e Cina vengono dichiarati “Primo pericolo”, poi il bombardamento sulla Siria e di seguito il tema del forte riarmo americano. Nell’attuale giornale approfondiamo gli altri aspetti.

                                                                                                                                                                                                                      (traduzione da "Der kommunistische Kampf"  ottobre 2018)

 


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